Foreign Fields

Anywhere But Where I Am

2012 (Self-released) | alt-folk, folktronica

"Speriamo di aver fatto l'album perfetto per lunghi viaggi notturni, o per notti insonni di conversazioni interiori, o per riflessioni sui momenti più cari della propria infanzia".

Questo è il messaggio che si riceve dopo aver scaricato il disco di Brian Holl ed Eric Hillman, duo americano che ha davvero passato l'inverno in un casotto senza riscaldamento del Wisconsin, a registrare il proprio esordio, questo "Anywhere But Where I Am". L'insoddisfazione continua, perenne dei profondi animi di Brian ed Eric crea una tensione esistenziale fortissima nei brani del disco, alla continua, inconfessata ricerca di qualcosa che manca, indaffarati a ricostruire momenti felici, a interrogarsi se fossero davvero tali, o lo siano diventati solo nel ricordo.
Idee melodiche aeree, a volte appena abbozzate, e mirabili architetture di straziante malinconia ("Where The Willow Tree Died", tra Sufjan Stevens e Matt Elliott), erudite e scarne digressioni strumentali, come il pianoforte neoclassico della title track, suggeriscono il mondo di sogno in cui alberga la singolare ispirazione dei Foreigns Fields.

Nonostante il carico "ideale" del progetto, in cui ogni nome e ogni situazione si fa suggestione e prelude al contenuto del disco, la musica dei Foreign Fields ha in sé qualcosa di prettamente umano, con flebili e inespresse vibrazioni post (ascendenza Sigur Ros) che simulano divagazioni spirituali, provocate inarrestabilmente da impercettibili cambi d'umore ("Mountaintop"). Il tutto si traduce attraverso i sentimenti più semplici dell'animo, un vocabolario che i Nostri consultano con dedizione e precisione, scandagliando con estroso minimalismo la propria immagine interiore, alla maniera di un Bon Iver, ma soprattutto di I Am Oak, per via delle contaminazioni elettroniche.
Una folktronica lussureggiante accompagna infatti per i sentieri di contemplazione orientale di "A Difficult Year", in un'ineffabile carezza d'amore, che travalica sensibilità e culture.

Vero culmine del disco è però la traccia iniziale, "From The Lake To The Land", in cui Brian ed Eric si inerpicano a sbirciare visioni ineffabili, che si dimostrano struggenti reminiscenze ("From her hand/I caught a glimpse of the river"), con una chitarra che simula, tonante, uno squarcio nel tessuto delle cose. Il miracolo si ripete, si perpetua nella proiezione immaterica dell'immagine McCarthy-iana dei "portatori di luce" di "Names And Races", che ricorda il miglior William Fitzsimmons, per come lo spazio della canzone è riempito dal trasporto interiore verso l'altro.
Quello dei Flights è insomma un piccolo capolavoro, che in certi momenti sembra esprimere l'inesprimibile, e afferrare una bellezza sepolta. Un disco che sa far sua la natura volatile delle cose dello spirito, descrivendola con umiltà e dedizione monastiche.

(15/03/2012)



  • Tracklist
  1. From The Lake To The Land
  2. Taller
  3. Mountaintop
  4. Anywhere But Where I Am
  5. Where The Willow Tree Died
  6. A Difficult Year
  7. So Many Foreign Homes
  8. Keep Us In Mind
  9. Names And Races
  10. Pillars
  11. The River Kings
  12. Perfect Home
  13. Fake Arms
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