Proveniente da Minneapolis, località cara alla psicogeografia rock d'America (lì imbracciarono le chitarre, per dire, band a loro modo araldiche come Husker Du o Replacements), questo giovanissimo gruppo sembra appena scivolato fuori da qualche solco di "Pebbles" o "Back From The Grave", a causa di un garage-surf abbastanza grezzo e minimale ("Back To The Grave", "Pythagorean Fearem"), abbellito qua e là da coreografie spectoriane d'ordinanza (il lentone "Too Much Blood") che tradiscono un aplomb sinceramente ramonesiano.
Da par suo il cantante Jordan Gatesmith, con la sua faccia tosta da feticcio erotico usa e getta per giovinette idoleggianti, pompa la sua voce roca e supponente, trasformando momenti come "Told You Once", "Back Of Your Neck" o "Wailing (Making Out)" in pura Strokes-nostalgia (una sorta di revival del revival del revival, verrebbe da dire, se non suonasse così male). E se i Nada Surf appaiono ormai irrimediabilmente smarriti nel gorgo dei loro fantasmi, dolorosamente lontani dalla strada che sappia riportarli su spiagge assolate, "Free Drunk" quasi ci convince che la flebile sopravvivenza della canzonetta rock riposi oggi nelle mani precarie di gruppi come gli Howler.
La domanda torna periodicamente a popolare gli elzeviri poco ispirati dei quotidiani dell'Italia bene: ma il rock, dunque, è morto oppure no? Sfiora quasi l'idea che non sia mai esistito davvero. Che abbiamo sognato tutto?
(30/01/2012)


