Replacements

L'epopea della kid generation

di Francesco Buffoli

Campioni del rock underground degli anni 80, i Replacements hanno rivitalizzato l'hardcore scavando a fondo nelle debolezze e nei desideri più reconditi dell'adolescente americano. Merito di un ensemble devastante e del talento di Paul Westerberg, songwriter tra i più dotati della sua generazione
Minneapolis, a fine anni 70, si appresta a diventare uno dei centri nevralgici della musica pop. Sulla scena si affacciano artisti poliedrici, prossimi a trasformarsi in star di livello mondiale (su tutti, ovviamente, Prince); ma soprattutto la città sta per diventare una incredibile e inaspettata fucina di gruppi hardcore destinati a lasciare un segno indelebile nella storia del rock underground americano: su tutti gli Husker Du, i misconosciuti (fino a inizio anni 90) Soul Asylum e i Replacements di Paul Westerberg.

Power-pop (o hardcore-pop), recupero di certe forme musicali tradizionali, la dimensione intima che prevale (almeno a lungo termine) sulla militanza pubblica (che aveva caratterizzato quasi tutti i gruppi hardcore, specie se californiani, dei primi anni 80): così si possono riassumere in breve i tratti distintivi delle scena hardcore di Minneapolis.
Ma se dovessi indicare quale fra le band citate è stata in grado di esprimere con maggior incisività l'umore di una certa frangia generazionale, di scavare a fondo nella propria epoca, di indagare i limiti, le debolezze e i desideri più reconditi dell'adolescente americano (e in definitiva di assurgere al ruolo di simbolo di una generazione), opterei senza dubbio per i Replacements.
Più spavaldi, estremi e aggressivi dei cugini Huskers, i Replacements (in origine "Impediments", poi "Mats" per i numerosi fan) incarnarono a inizio carriera, e non solo dal punto di vista musicale, la quintessenza del giovane punk/hardcorer. Il loro sound era grezzo, violento: come nella miglior tradizione hardcore, era uno sfogo rabbioso, lontano da qualsiasi velleità accademica, "adolescenziale" fino al midollo (in fondo, tutto l'hardcore "smells like teen spirit"...). I loro live-show erano eccessivi, estremi, assordanti e passionali .
La particolarità della band risiede nell'esser riuscita a superare nell'arco di pochi anni i canoni (piuttosto ristretti, a dir la verità) dell'hardcore e nell'aver recuperato in modo assolutamente originale la tradizione country-folk, blues e pop d'oltreoceano, della quale i Mats si sono imposti come interpreti e continuatori.
Westerberg, nei capolavori della maturità, mostrerà di possedere un talento melodico che vanta pochi eguali e di essere uno dei songwriter più dotati della sua generazione. Le sue composizioni, estremamente varie ed enciclopediche nelle fonti di ispirazione, contribuirono in modo decisivo ad aprire nuovi orizzonti al rock americano, creando un genere di riferimento per numerose band della seconda metà degli anni 80 (basti pensare al cow-punk) e dell'intero decennio 90.

Ma ritorniamo per un momento alle origini; Minneapolis, dicevamo. Fine anni 70. E' qui che una band di ragazzini (il più giovane non ha ancora 15 anni, il più anziano è sulla ventina) inizia ad abbozzare e affinare lentamente il proprio peculiare hardcore/punk, rifacendosi ai maestri che in quel periodo stanno trasformando la California nella terra promessa del rock alternativo made in Usa.
La line-up della band, oltre al leader Paul Westerbeg (autore dei brani, cantante e chitarrista), annovera Bob Stinson (chitarra), Tommy Stinson (basso) e Chris Mars (batteria).

Preceduto dal singolo ed Ep (di chiara impronta punk) I'm In Trouble, viene pubblicato nel 1981, per la Twin/Tone, il primo disco della band, Sorry Ma, Forgot To Take Out The Trash, un mini Lp di 18 canzoni per 28 minuti scarsi che otterrà un discreto successo di pubblico, vendendo circa 30.000 copie.
Nonostante l'età media sia bassissima (anche per un gruppo hardcore), si tratta di un debutto folgorante, già maturo in tutta la sua immaturità. Il gruppo dimostra di aver assimilato appieno la lezione di band come Ramones e Germs, e di saperla reinterpretare in modo unico e originale.
Si avverte quell'urgenza creativa tipica dei più alti, nobili "vomiti" rock buoni alla prima. Proliferano caotici thrash-punk ("Customer" e "Shut up" su tutti), ma già si percepisce l'eterogeneità delle fonti musicali, come dimostrano il cow-punk ante-litteram di "Love You Till Friday" e l'irresistibile rock'n'roll di "More Cigarettes".
Il pezzo più originale (nonché più lungo) del disco è probabilmente la blueseggiante "Johnny's Gonna Die", tributo di Westerberg a uno dei suoi idoli e massimi ispiratori, Johnny Thunder delle New York Dolls.

Nel 1982 arriva nei negozi il secondo mini-album della band (otto pezzi per un quarto d'ora scarso), intitolato Stink (che nel corso del decennio verrà ristampato più volte, sempre con copertine diverse).
Si tratta della naturale prosecuzione del discorso brillantemente intrapreso con il disco d'esordio. Il suono però, se possibile, è ancora più aggressivo.
La prima facciata, infatti, rovescia sul frastornato ascoltatore quattro epilessi hardcore degne dei migliori Black Flag o degli Husker Du della prima ora. Quattro pezzi brevi scaraventati a velocità folle, sorretti dalla chitarra efferata di Stinson e dalla voce ancora vicina allo strillo medio dell'hardcore di Westerberg.
Gli epidermici e adrenalinici 2'50'' di "Kids Don't Follow" aprono le danze, seguiti in rapida successione da tre anthem devastanti: "Fuck School" (1'26''), "Stuck In The Middle" (1'46''), "God Damn Job" (1'19'').
I testi sono ancora un po' acerbi, ma già decisamente autobiografici e rappresentativi in definitiva dell'umore, della rabbia e della paure più recondite dell'adolescente medio: Westerberg affina il suo songwriting, dimostrando un notevole miglioramento rispetto agli esordi. Il disco prosegue sulle note arroventate di "White And Lazy" e "Dope Smokin' Moron", prima di concedere un momento di pausa con la prima autentica ballata del repertorio Replacements ("Go") e di chiudersi in bellezza con i due minuti scarsi di "Gimmie Noise", ennesima corsa furibonda sulle macerie dell'hardcore.

Siamo giunti al 1983 e la band appare sufficientemente matura per compiere un ulteriore salto di qualità, che si concretizza con la pubblicazione, sempre per la Twin/Tone, di quello che il sottoscritto considera il primo autentico capolavoro targato Replacements, Hootenanny (destinato anch'esso a un discreto successo, con 38.000 copie vendute).
Se la foga thrash dei primi dischi viene in parte meno, iniziano a emergere in modo più evidente le vere intenzioni della band nonché il talento melodico del leader.
I Replacements si lasciano alle spalle una certa dose di ingenuità e iniziano a elaborare un discorso musicalmente più complesso, ricco ed estremamente eclettico, segnato da un recupero originale di sonorità e generi caratteristici della musica popolare americana.
Il disco, infatti, si presenta come una miscela esaltante di hardcore, pop, Byrds, Rolling Stones, hard-rock anni 70, influenze roots. Una miscela che partorisce una sequela di canzoni memorabili.
L'introduzione è affidata al blues un po' bislacco della title track, seguita da un pezzo dinamitardo ed estremamente coinvolgente come "Run It". La stupenda "Color Me Impressed" è forse il primo capolavoro "fatalista" di Westerberg; l'hardcore degli esordi si stempera in una ballata folk memorabile, impreziosita da una melodia irresistibile, toccante, semplice e perfetta. "Willpower" segna il debutto di quel tono enfatico e disperato che farà la fortuna dei capolavori degli anni successivi, mentre "Take Me Down To The Hospital" è un rockabilly sorprendentemente trascinante e incisivo.
Il resto del disco è conteso fra paesaggi blues ("Treatment Bound"), frizzanti spruzzatine surf ("Buck Hill") e ballate in cui Westerberg mostra ulteriori progressi come songwriter ("Within You Reach", arrangiata con sorprendenti tastiere che le conferiscono un tono epico).

Siamo giunti all'annus mirabilis 1984, che i nostri decidono di marchiare a fuoco pubblicando il disco che in molti considerano il loro massimo capolavoro, il classico che consente a una band di entrare nello stretto novero dei gruppi che fanno la storia della musica.
Il lavoro in questione si intitola Let It Be (l'etichetta di riferimento rimane la Twin/Tone), e il pezzo d'apertura, la stupenda "I Will Dare", mette subito le cose in chiaro: Westerberg e soci sono decisamente maturati, hanno sviluppato le idee già abbozzate con Hootenanny e, in definitiva, il punk-rock esagitato degli esordi appare sempre più lontano o comunque convogliato in strutture musicalmente più ricche, ricercate e complesse. "I Will Dare" è un energico power-pop dalle tinte country-folk; Westerberg cesella la prima melodia indimenticabile del disco (di quelle che ti si piantano in testa per un bel pezzo), mentre racconta le difficoltà della sua maturità ("How young are you?.. How old am I?), confermando che la sua frenesia tipicamente adolescenziale ha lasciato il posto a una stringente maturità, a nuovi problemi, a nuove esigenze. "I Will Dare" è l'emblema del nuovo corso intrapreso dai Mats: il sound è diventato irrimediabilmente più riflessivo e più "serio", ma in fondo è ancora sanguigno e irriverente, e forse proprio in questo equilibrio fra energia e melodia, fra ribellione punk e maturità sta il segreto del capolavoro.
E se "Favourite Things" mette in luce tutta l'urgenza creativa del rock alternativo anni 80, "We're Comin' Out" è un pezzo esplosivo e carico di adrenalina, in cui le urla di Westerberg sono sorrette da un isterico assolo di matrice quasi hard-rock; la voce di Westerberg si è fatta più epica, sofferta, insistente e disperata... in poche parole: una delle voci più espressive della storia del rock.
"Tommy Gets His Tonsils Out" è altro assalto frontale tanto devastante quanto "ponderato". Seguono due ballate che confermano le capacità compositive di Paul: la prima è "Androgynous", sorretta solo dalla sua voce colloquiale e da un pianoforte. L'atmosfera è malinconica, e ancora fatalmente contesa fra giovinezza irreprensibile e maturità. La stupenda "Black Diamond" è una cover dei Kiss, quintessenza d'ogni rock'n'roll generazionale, ibrido introspettivo di rabbia e rimpianto; rimarrà uno dei capolavori del gruppo. "Seen Your Video" è un hard-rock quasi completamente strumentale, una scossa interiore che non si risolve e ti lascia appiccicato il pulsare irresistibile delle chitarre.
"Gary's Got A Boner" (letteralmente "Gary ce l'ha duro") conferma che l'anima ribelle dei nostri in qualche modo sopravvive in un punk frenetico e ancora sublime nella sua semplicità. "Sixteen Blue" è forse il miglior pezzo mai scritto da Westerberg. Una ballata dalle tinte folk, in cui il leader della band dipinge l'ennesima melodia indimenticabile e ci chiama a raccolta in ricordo dello spettro dell'adolescenza, che forse è irrimediabilmente perduto; e ci racconta dei suoi "16 anni tristi", di quel misto fra rimpianto, rabbia, frustrazione, che solo a un certa età senti come tuoi, che solo a una certa età ti entrano dentro fino alle ossa... un'insopprimibile e insopportabile sensazione. Ecco, una sensazione: forse tutto il disagio dell'adolescenza è racchiuso in una sensazione che una canzone come questa (nella voce di Westerberg, nel semplice riff iniziale) esprime in modo inequivocabilmente vero, diretto. La chiusura del disco è affidata, invece, ad "Answering Machine", adrenalinico pezzo per voce e chitarra pre-registrata.
Let It Be (che superò ogni record di vendita per le etichette indipendenti) è a suo modo un disco epocale, che non sfigura accanto ai coevi capolavori di Husker Du ("Zen Arcade") e Minutemen ("Double Nickels On The Dime") nel celebrare e reinventare, seppur in modi fra loro molto diversi, la tradizione americana all'insegna dello spirito punk.

Per i Mats il biennio '84'-'85 deve possedere qualcosa di magico: pochi mesi dopo aver pubblicato Let It Be, infatti, la band di Minneapolis dà sfogo alla propria creatività registrando il suo disco più maturo e, giudizio di chi scrive, il suo autentico capolavoro: Tim (Sire, 1985).
Si tratta dell'album più completo della carriera, quello in cui il genio di Paul sforna una quantità impressionante di pezzi di altissimo livello e il complesso mostra ulteriori miglioramenti in fase compositiva e di arrangiamento (viene quasi totalmente meno l'asperità degli esordi): non a caso, è il lavoro meno hardcore tra quelli registrati fino a quel momento, e il più vicino alla tradizione folk e pop.
L'iniziale "Hold My Life" altro non è se non uno dei tanti gioielli di valore assoluto usciti dalla penna di Westerberg: quattro minuti abbondanti in cui abbandonarsi al ritmo coinvolgente, alle chitarre divenute più soffici e lineari, al canto enfatico. La successiva, frizzante "I'll Buy" cede rapidamente il passo all'incalzante "Kiss Me On The Bus", che, sorretta da chitarrisimi incisivi e da cadenze serrate, dipinge un colorato ritratto di vita quotidiana, raccontando le speranze di un adolescente qualunque.
La successiva "Dose Of Thunder" è uno scintillante esempio del loro boogie ormai quasi classico. "Waitress In The Sky", invece, introduce una dimensione più rilassata e scanzonata, di Kinks-iana memoria.
"Swinging Party" è il secondo capolavoro del disco; è la commovente cronaca a ritmo di swing di un'ordinaria e grigia serata di solitudine, durante un "party down the light"; il crescendo melodico mette i brividi, l'interpretazione di Paul è al solito perfetta, angosciata, sublime. In fondo, bisogna solo immaginare la scena, magari fare un tuffo nel passato, rivivere ricordi e momenti tanto intensi quanto ormai lontani. Con "Bastards Of Young" il ritmo torna a innalzarsi: le chitarre sono nuovamente splendenti nei loro riff immediati ed epidermici, la voce si lancia in un'invettiva sgolata che racchiude rabbia e paura: un superbo inno generazionale.
"Lay It Down Town" e "Little Mascara" sono altri due boogie sfrenati, che preparano il terreno agli ultimi due capolavori del disco: "Left Of The Dial" e, soprattutto, "Here Comes A Regular", commovente ballata acustica impreziosita dall'accompagnamento di archi malinconici e da un breve intermezzo per pianoforte, in cui si sente la forza decisiva delle capacità interpretative di Westerberg ; impossibile non lasciarsi cullare dalla melodia, tanto tenera quanto triste; impossibile non lasciarsi scappare una lacrima.

Tim chiude la fase più brillante della carriera dei Mats; prima di sciogliersi la band pubblicherà, oltre a un live registrato solo su musicassetta e intitolato The Shit Hits The Fans, altri tre dischi, di cui almeno uno (Pleased To Meet Me, Sire, 1987) di alto livello. La furia incendiaria di inizio decennio viene ora convogliata in una serie di power-pop raffinati, curatissimi e arrangiati in modo estremamente vario (fanno la propria comparsa tastiere e sax). E se l'introduttiva "I.O.U." è un anthem degno dei tempi migliori e vicino a certe cose degli Stones, le ballate hard-folk "Alex Chilton", "Night Club Jitters" e "The Ledge" segnano il definitivo superamento dell'hardcore e introducono sonorità più composte, misurate e mature.
Westerberg è diventato un songwriter adulto, il sound si è fatto meno grezzo e aggressivo. Il power-pop canonico di "Never Mind" e "Valentine" e la ballata acustica (un classico del loro repertorio) "Skyway" sono gli altri episodi degni di nota di un disco più che discreto, ma che non eguaglia i picchi di genio melodici e la spaventosa carica emotiva dei due lavori che lo hanno preceduto. "Pleased To Meet Me" sta ai Replacements come "Wharehouse: Songs And Stories" sta agli Husker Du: rappresenta la consacrazione del loro sound classico, il disco della maturità, nonché l'ultimo lavoro di rilievo.

Il successivo Don't Tell A Soul (Sire, 1989), infatti, abbandona definitivamente il selvaggio e irresistibile rock'n'roll dei capolavori di metà decennio, e rappresenta un ulteriore passo di avvicinamento verso quelli che saranno i caratteri distintivi della carriera solista del leader. Pur ricco di canzoni impeccabili e arrangiate con estrema cura (è sufficiente concedere un ascolto ad "Achin' To Be", alla ballata "They're Blind", al power-pop classico di "Back To Back"), l'album manca di quel mordente, di quell'energia, in definitiva di quella magia che possono trasformare un album apprezzabile in qualcosa di più grande.

Ultima fatica della band, ormai più che prossima allo scioglimento, All Shook Down (Sire, 1990) è il disco più vicino alla successiva sensibilità da cantautore di Westerberg. Anzi, in molti lo considerano non l'ultimo lavoro attribuito al gruppo, ma il primo vero primo passo della carriera solista del leader.
È lui che tira le fila della band, chiama ospiti a non finire e fa le prove per il suo caratteristico songwriting. La scorza dura del rock'n'roll ogni tanto riesce ancora a far capolino, ma a predominare è sempre di più il gusto per gli arrangiamenti curati e levigati; il suono si fa classico, subentrano chitarre acustiche e piano: nasce un piacevole disco di pop-rock, vicino per musicalità all'opera di Tom Petty e John Mellencamp, seppure con una propria personalità. Esplicative in questo senso "Merry Go Round", "Someone Take A Wheel", "When It Began" e "Happy Town", sintesi perfette dell'ultimo corso intrapreso. Accanto a esse, si collocano episodi dichiaratamente introspettivi, gli ultimi piccoli gioielli usciti dalla penna di Westerberg, come "Sadly Beautiful", "All Shook Down" e "The Last", mentre la sporcizia del punk si fa a tratti sentire solamente in "Bent Out of Shape" e "My Little Problem", cantata in coppia con Jonette Napolitano.

Si chiude così, ad inizio anni 90, la carriera di uno dei gruppi più influenti e originali non solo della scena underground di Minneapolis ma di tutto il rock degli anni 80.
La capacità con cui i Replacements hanno rivitalizzato un genere senza negarne i caratteri essenziali (meglio, lo spirito) ha del prodigioso; così come altrettanto prodigioso è il numero di canzoni memorabili che Paul Westerberg è riuscito a scrivere nell'arco di pochi anni. Già, in fin dei conti tutta la storia dei Mats ruota intorno alla personalità di questo songwriter maledetto e introverso, simbolo stesso della vena poetica e del "loserismo" dei cantautori della sua generazione (fra gli altri Mould, del quale Paul era amico e con cui confrontava le proprie composizioni, Mascis e poi Cobain): le sue indimenticabili melodie, la sua voce intensa, capace di interpretazioni eccellenti tanto nei pezzi più violenti e hardcore quanto nelle ballate, è forse il vero fiore all'occhiello di tutti i loro dischi, il classico elemento che consente a una canzone apparentemente semplice di trasformarsi in un capolavoro.
Affidiamo la conclusione a una dichiarazione dello stesso Westerberg, assolutamente indicativa di un certo modo di intendere non solo la musica, ma anche la vita: "La mia scrittura è fatta di melodia e onestà. Se mi accorgo di zoppicare un po' su uno dei due elementi, cerco di concentrarmi sull'altro, e viceversa".

Replacements

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Replacements
Discografia
 I'm In Trouble EP (Twin/ Tone, 1981)

 

 Sorry Ma, Forgot To Take Out The Trash (Twin/Tone, 1981)

6

 Stink (Twin/Tone, 1982)

6,5

Hootenanny (Twin/Tone, 1983)

7,5

Let It Be (Twin/Tone, 1984)

8

Tim (Sire, 1985)

8

 The Shit Hits The Fans (live, 1985)

 

 Pleased To Meet Me (Sire, 1987)

7,5

 Don't Tell A Soul (Sire, 1989)

6,5

 All Shook Down (Sire, 1990)

6

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(1984 - Twin/ Tone)
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