Moss

Ornaments

2012 (Excelsior) | alt-pop-rock, dream-pop

Olanda alla riscossa. Giusto qualche mese fa eravamo a plaudire le eccentriche torsioni chitarristiche dei Black Atlantic, poco dopo si è guardato con deliziato interesse alla raccolta spiritualità di uno dei suoi membri, apprezzandone il romantico intessere delle melodie. Abbiamo imparato a fare i conti con le lente rarefazioni dei Luik, a scoprire inedite linee folktroniche nel tastierismo stupefatto di I Am Oak, a commuoversi, volendo, alle arrendevoli rifiniture orchestrali di un Johannes Sigmond.
A coronamento di questa stagione insolitamente prolifica, per una nazione che sta scoprendo un intero stuolo di artisti pronti ad essere lanciati sui palchi (indipendenti, s'intende) di mezzo mondo, "Ornaments", terzo album per i Moss, quartetto pop-rock arrivato finalmente con questo lavoro alla ribalta in madrepatria. Ironia della sorte, si potrebbe dire, ma pare quasi un segno del destino che l'affermazione abbia coinciso con la pubblicazione del loro disco più compiuto.

Sono sempre presenti lì, sullo scaffale, i dischi dei Beatles e dei Beach Boys, dei quali le precedenti prove erano indubbiamente permeate; i quattro però, con una tavolozza che, oltre al bianco e nero, comprende un numero ben più ampio di tonalità, affrontano la prova del third difficult album con estrema disinvoltura e sicurezza, in un progresso a tutto tondo, che racchiude suono, sviluppo melodico, composizione. Ne risulta un lavoro vario, poliedrico, che ben si inserisce nel contesto dreamy tornato prepotentemente in voga, ma con un mordente che spazza via ogni facil(on)e paragone.
Nei quaranta minuti e rotti di lunghezza, le undici canzoni filano via che è un piacere, alternandosi tra astuti ritornelli guitar-pop e placidi flussi d'atmosfera, che si abbandonano all'elegante cantare di Marien Dorleijn. Le sinuose inflessioni di "I Am Human", impostate sul torpido incedere di batteria e synths, cullano affabili il piglio carezzevole, e al contempo indispettito, della melodia ottimamente delineata dal cantante, nell'ossessivo ripetersi di un "I don't mind" e di un "I don't care" che sembrano quasi relegare la condizione umana ad una dimensione di abulico incedere. Niente di più falso, e di fatti già nella successiva "Spellbound", ardente cavalcata chitarristica, la band sfodera un'irruenza ritmica davvero inconsueta nell'attuale panorama pop indipendente.

Qui si nasconde uno degli assi nella manica del gruppo. Pensi di averli inquadrati, ed eccoli pronti ad assestarti un altro colpo basso. Impossibile prevederne le mosse, si finisce sempre a terra, storditi da attacchi provenienti da ogni direzione. Si dondola, sospesi nell'interminabile beatitudine di "Tiny Love", in odore dei Beach House più contemplativi, per essere scaraventati subito dopo, senza appello, nelle braccia di una "Almost A Year", il cui sfrontato dinamismo dà in pasto una delle pietanze più prelibate del disco. Tanta quindi è la voglia di giocare e mettersi in gioco, di puntare maggiormente sul pedale del ritmo, senza con questo intaccare il candore dei brani, ricamati su melodie svelte e appiccicose, anche più che in passato.
Senza mai annaspare nelle fitte trame degli arrangiamenti, specialmente quando questi ultimi si fanno più grintosi, la scrittura non perde mai in freschezza, ma anzi lieve e non priva di una discreta dose di ironia, si tiene a debita distanza da quella crosta di malinconia endemica oramai in molto indie-pop attuale. La progressione simil-motorik nella splendida "The Hunter", le morbide increspature sintetiche in due piccole romanze come "Give Love To The Ones You Love" e "What You Want", e per concludere in bellezza, le perlustrazioni siderali in coda alla disinvolta title track, manifestano il profilo di una formazione ora come mai navigata, abile nel maneggiare con la stessa capacità luci e ombre, energia e raffinatezza esecutiva.

Lontana dai circuiti più illustri dell'hype, l'ultima fatica del gruppo di Amsterdam è dotata di gambe solide su cui poggiare, di un pugno di canzoni che, se ancora sprovvisto di quell'immediata riconoscibilità propria dei capolavori, ha tutte le carte in regola per presentarsi come una delle sorprese dell'anno. Che quest'augurio sia di buon auspicio, nella speranza che l'album non rimanga un affare per pochi eletti.




(12/04/2012)

  • Tracklist
  1. I Am Human
  2. Spellbound
  3. Tiny Love
  4. Almost A Year
  5. Give Love To The Ones You Love
  6. Everything Died In Your Heart
  7. The Hunter
  8. What You Want
  9. A Real Hero Dies In The End
  10. Good People
  11. Ornament
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