Big Scary

Not Art

2013 (Pieater) | art-pop

La cosa più spassosa e in fondo incredibile, a proposito dei Big Scary, è che ancora ci sia gente in giro per la rete che si ostina a etichettarli come band garage, giusto per quel paio di pezzi più sporchi che movimentavano uno dei primi Ep ai tempi della loro raccolta delle quattro stagioni.
Certo soffermarsi a guardare con stupore la dabbenaggine di tanta critica “copia e incolla” non pare proprio la più costruttiva delle occupazioni, specie se c’è da tener traccia di quanta strada questa coppia australiana abbia percorso da quei primi incoraggianti passi. C’è stata la sorpresa, innanzitutto, per quelle cangianti esplorazioni prossime al sinestetico, quindi il nome ha preso a girare non poco almeno dalle parti di casa, e Tom e Joanna con esso, a rimorchio dei vari Editors, Florence and the Machine, Midlake.

Poi l’esordio vero e proprio, “Vacation”, impeccabile nel confermare le preziose suggestioni di quel pugno di brani, tra folk-rock da camera, arioso chamber-pop e morigerati sfoghi elettrici. Nemmeno il tempo di accorgersene ed è già nei negozi il sophomore, senza dubbio il più ambizioso dei lavori sin qui realizzati dai Big Scary. Fa piacere che non occorrano chissà quanti ascolti per ritrovare intatte le impressioni positive del primo incontro con Iansek e la Syme, anche se “Not Art” alza la posta in palio e nemmeno di poco. 
Come la grossa foglia di Filodendro Monstera imbrigliata per far bella mostra di sé nel chiuso di un’inquadratura, la loro lussureggiante natura creativa si mostra presto disciplinata in una forma espressiva votata all’ordine. Non è un mistero, in fin dei conti, che al duo di Melbourne bastino pochi ingredienti impiegati con oculatezza per approdare a esiti di sensazionale comunicatività, compromesso non comune tra precisione ed emozione. E’ così da sempre. La notizia, allora, è che lo spazio concesso alla propria ingenuità appaia ora limitato entro margini davvero esigui, persino troppo forse.

Dotati di estrema perizia melodica e innato talento, minimalisti, impressionisti, eclettici, abili nel suonare con la vivacità di un ricco collettivo: questi i Big Scary conosciuti con “Four Seasons”. Oggi le coordinate e la stoffa non cambiano, anche se i parchi inserti sintetici qui presenti in diversi episodi sembrano voler tracciare una linea guida in un quadro musicale volutamente tiepido, né troppo passionale né algido, quasi si trattasse delle delicate scansioni di un cuore che pulsa.
Borborigmi, campionamenti ingarbugliati attorno a un pianoforte umilissimo, vaporose atmosfere alla maniera dei L’Altra, brume, rarefazioni o squarci di lirismo parcellizzato sino al dettaglio, come per trarre la massima fascinazione dal più essenziale degli arrangiamenti. Ancora una volta colpisce come dietro simili arabeschi operi soltanto una coppia di interpreti dalla marcata sensibilità. Non potrà che suonare ironico, allora, il titolo scelto per accompagnare questa nuova selezione di brani, visto che quello proposto dai Big Scary è proprio un controllatissimo art-pop screziato spesso e volentieri da sobrie ipotiposi elettroniche.

Non meno curioso è poi che il biglietto da visita dell’album ("Hello, My Name Is”) somigli a una delle schiette cartoline dei primi Ballboy, tra momenti di quiete, esplosioni rumoriste e sprazzi di radicale disincanto (come nell’elenco di trite metafore nelle quali Tom rifiuta di riconoscersi).  All’estremo opposto si colloca “Why Hip Hop Sucks in ‘13”, citazione maliziosa dal DJ Shadow di “Endtroducing…..”  e dondolante incantesimo chiuso da un vivace florilegio corale, con scorta di ossessive frattaglie ritmiche sulla scia di una spirale di piano fantasma.

Nel bel mezzo, Iansek e Syme si cimentano con le più disparate soluzioni formali, prediligendo comunque un clima sonoro sfuggente, inquieto, elusivo. In calorosi ibridi policromi come “Twin Rivers” (ma anche nella più canonica ballata “Invest”) si riconosce un estro onnivoro ma poco incline all’artificio, un ammaliante caleidoscopio analogo a quello che appena qualche anno fa gli Anathallo seppero proporre con autorevolezza e inventiva nei loro incredibili dischi, prima del prematuro arrivederci.
In “Phil Collins” viene invece avvicinato l’estatico dream-pop atmosferico degli ultimi Besnard Lakes e non si manca di colpire nuovamente nel segno per l’alta resa emotiva, a fronte di un così limitato dispiego di risorse. Nei numeri migliori del lotto, Iansek pesca a piene mani dalla magia dei primi Guillemots ed enfatizza con scaltrezza i punti di contatto con l’inarrivabile tenore lirico di Jeff Buckley, ora in un crescendo di grande meraviglia (“Belgian Blues”), ora tra i languori di un sussurrare fragile ma intenso (“Lay Me Down”).

Non sbaglia chi azzarda che vi sia tanta testa nelle dissertazioni di questo “Not Art”, probabilmente anche più del necessario. Di per contro, pare innegabile che il sentimento non esca comunque ridimensionato all’ascolto. Tenere legata una materia stilistica e concettuale tanto eterogenea deve essere stata un’impresa e il risultato, pur non esente da qualche giro a vuoto, rimane soddisfacente. I due giovani australiani stanno crescendo bene e sembrano intenzionati a mantenere tutte le promesse, senza bruciare le tappe.
Estetizzanti per deformazione ma non insinceri: avendo rinunciato in partenza ai facilitanti espedienti del garage, questo ha tutta l’aria di un mezzo miracolo.

(09/08/2013)

  • Tracklist
  1. Hello, My Name Is
  2. Luck Now
  3. Harmony Sometimes
  4. Belgian Blues
  5. Phil Collins
  6. Twin Rivers
  7. Invest
  8. Lay Me Down
  9. Why Hip Hop Sucks in '13
  10. Long Worry
  11. Final Thoughts, With Tom and Jo 


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