Boards Of Canada

Tomorrow's Harvest

2013 (Warp) | elettronica

Il risveglio dei Boards Of Canada è una copertina di una città sfocata all'orizzonte, all'alba. Colori pastello e un senso di pace tangibile che segna le tinte. C'è voluto tanto, forse troppo, per rivedere i due scozzesi. E in tutto questo tempo, otto anni, il duo ha visto aumentare spropositatamente la sua fama, atteso all'opera forse più ora di quanto non lo fosse all'epoca.
La nuova generazione di ventenni alla prova dei primi dischi di autori storici nel pre-2005 (Daft Punk, James Holden e appunto loro), per rimanere ai nomi più importanti del 2013, si ritrova a fare i conti con la storia. E laddove la storia parla di se stessa, celebrandosi forse finanche in maniera autoindulgente (vedi appunto il duo parigino), ecco che invece con "Tomorrow's Harvest" la cosa si fa decisamente diversa, e forse ancor più complicata.

Intanto è assodato come gli stessi artisti cresciuti con Napster a cavallo tra i due secoli abbiano sviluppato una capacità comunicativa e di "sfruttamento" dell'evento (quale può essere appunto la release di un album, di un singolo, oppure la promozione di un tour) secondo modalità assolutamente criptiche e sfuggenti e, proprio in quanto tali, dinamiche e vincenti. A tal proposito pare quasi che il nuovo album delinei una parabola, quella dei fratelli Sandison da Edimburgo, assolutamente coerente e quasi oltranzista.
Si può forse dire che "Tomorrow's Harvest" sia un disco retrò, legato a stilemi e confini musicali distanti nel tempo? A mio parere no. E' proiettato in un futuro prossimo, nella sua essenza più pura. Obietteranno molti che in realtà è la solita solfa dei Boards Of Canada. Invece, pur essendo ovvio che vengano mantenute le radici che hanno fatto di "Geogaddi" o "Music Has The Right To Children" dei capisaldi, la linea di continuità proiettata in avanti appare assolutamente chiara, limpida. A partire dal titolo e dalla copertina, come s'accennava, c'è un continuo e costante riferimento all'alba del domani. A quel raccolto, a una nuova era di prosperità. O, di contro, sembra che quel raccolto di cui parlano sia in realtà il frutto della terra della società simboleggiata dalla copertina. I Boards Of Canada delineano nei loro landscape la leggerezza come pochi altri saprebbero dipingerla. E, nel percepire questo senso di levità in prospettiva, nel contempo si avverte la pesantezza delle radici e dell'ancoramento al presente. Proprio in questa tensione dialettica si gioca l'humus dell'album.

Per dire: avrebbero mai potuto comporre "Split Of Infinities" dieci anni fa? Questi pad alieni per terre bruciate dal sole, questa solitudine mesta da disastri post-atomici in un terzo millennio segnato da bombardamenti e guerre, non c'erano in "The Campfire Headphase". Il velluto dream si stropiccia di fronte ai synth analogici. Non c'è un richiamo alla memoria, "Reach For The Dead" stessa è un viaggio lunare per scappare da qualcosa. E scordatevi il termine "retrofuturo", perché qui si guarda solo a quel che sarà. Poco importa la meraviglia di "Jacquard Causeway", perché è "Cold Earth" a segnare il passo. I bollori di "Come To Dust" o gli stop&go di "Nothing Is Real" configurano una Terra che Terra più non è.

"Sick Times", titolo già eloquente, parte ariosa con beat in accelerazione e sfondi celesti, salvo man mano incupirsi e rinchiudersi quasi improvvisamente in un nulla di fatto. E nel viaggio verso mondi altri ("White Cyclosa", "Transmission Ferox", "Uritual") si respirano i perfetti contraltari tra la deflagrazione terrestre e i paesaggi post. L'immaginario elettronico di ispirazione nineties/Warp/Letfield viene in verità mantenuto, con delle accortezze e una produzione che sfasano le coordinate temporali in un futuro a portata di mano.
Gli immaginari sci-fi intergalattici, Lustmord e Carpenter fanno capolino ma quel che impressiona è che questo album rafforza e non sminuisce l'immaginario costruito negli anni dai fratelli scozzesi. Il beat non è mai costante, come da loro tradizione, ma è funzionale a sgretolare o, di contro, ergere sottili trame. "New Seeds" e "Come To Dust" sono il viaggio di ritorno dopo la distruzione, la conclusiva "Serena Mertvykh" altro non è che il panorama che si presenta innanzi. Cortine di droni, foschie e poco altro.

"Tomorrow's Harvest" è l'album del pessimismo cosmico contingentato al presente dei Boards Of Canada. E, nel contempo, l'album che prospetta (e si augura?) nuove forme di vita, di organizzazione della società. I Boards Of Canada hanno pubblicato un album che è un enorme punto di domanda su quel che tutti noi vogliamo essere, su dove stiamo andando e cosa stiamo facendo. La risposta si trova nella copertina e nel titolo, dichiarazione d'intenti sottile ed enigmatica.
E' quella una nuova alba o la prospettiva di una civiltà inghiottita e distrutta dalle sue stesse mani? Il cripticismo del duo, qui come non mai, viene elevato ai massimi sistemi. Di una cosa c'è certezza: "Tomorrow's Harvest" è una tabula rasa necessaria e dolorosa, che immagina però di portare il mondo a una nuova dimensione. Di pace, forse.

(04/06/2013)



  • Tracklist
  1. Gemini
  2. Reach For The Dead
  3. White Cyclosa
  4. Jacquard Causeway
  5. Telepath
  6. Cold Earth
  7. Transmisiones Ferox
  8. Sick Times
  9. Collapse
  10. Palace Posy
  11. Split Your Infinities
  12. Uritual
  13. Nothing Is Real
  14. Sundown
  15. New Seeds
  16. Come To Dust
  17. Semena Mertvykh
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