Satellites

02

2013 (Vesterbrother) | alt-rock

L’anno scorso Satellites ci aveva colpito per più motivi: dalla proposta musicale alla cura dei dettagli (sito ufficiale, packaging del disco) controbilanciati dalla scarsa pubblicità data al progetto. Mettiamoci pure anche una certa condizione di anonimato dell’autore - alla fine venuta meno - a incentivare la nostra curiosità.
Però tutto questo ha un valore relativo rispetto alle canzoni: se l’effetto sorpresa prima o poi svanisce, i brani al contrario possono trovare un posto nel nostro stereo o nel nostro iPod virtualmente per un tempo infinito. La scrittura di Johnny Vic ha tutto perché accada proprio quest’ultima cosa: getta uno sguardo sulle cose da un punto di vista (im)personale, nel quale chiunque può facilmente riconoscersi.

“02” è più stanziale nelle suggestioni rispetto a “01”, dove si può coglierere un senso di smarrimento e instabilità; in questo secondo episodio sembra che l’uomo abbia trovato una propria dimensione dove mettere radici. La visione di Vic si fa decisamente più cosciente, i testi non disegnano più scenari d’incertezza bensì offrono letture lucide, a volte sprezzanti (“God Bless America”), a volte cariche di positivà (“Madison Park Bell”).
I toni sono cupi e profondi - il paragone con Berninger sta sempre in piedi - a volte portati fino all’eccesso, al sussurro difficilmente percettibile. Vic riesce a dare un suono corposo facendo praticamente tutto da solo, estendendo al massimo il concetto di uomo-macchina (probabilmente non è casuale la cover di “The Model” dei Kraftwerk pubblicata fra l'uscita dei due lavori).

La traccia d’apertura “Something Bigger” esemplifica egregiamente quest’ultimo concetto, per un disco che risulta più variegato del precedente. Certo gli echi dei National non possono mancare, da “This All There Is” a “World At Your Feet” - uno degli highlight dell’album - ma sono sono presenti anche incursioni nel pop d’autore (“Madison Park Bell”), con un utilizzo minimale ma preciso di soluzioni elettroniche, oltre che nell’indie-rock di inizio scorso decennio (“Neon Sun”).
È grazie alla scelta di alcuni accorgimenti - i fiati di matrice blues in “Ghost Of A Memory” e “World At Your Feet”, l’utilizzo dei cori in “Neon Sun” e nella già citata “Madison Park Bell” -  che molti dei brani di “02” vedono alzare l’asticella da buono a ottimo. Arrivati in fondo, ci si accorge che le undici canzoni dell’album sono meglio assortite rispetto a “01”, dove i momenti migliori si esaurivano soprattutto nella parte iniziale. Invece “02”, grazie a un gioco di influenze che risultano essere tutte funzionali all’andamento del disco, limita al massimo i cali nella parte centrale e trova in “Wasteland”, penultima traccia e primo singolo estratto, uno dei pezzi migliori.

Se “01” è stata una piacevole e inaspettata scoperta, “02” ci conferma che il progetto Satellites non è un effimero fuoco di paglia, ma qualcosa di veramente concreto, ferma restando una certa curiosità sulla trasposizione e sulla resa live di una produzione del genere. Ormai Vic ha dimostrato di essere completamente a proprio agio nel ruolo di one-man band in studio; ora i tempi sembrano essere maturi per uscire fuori e raccogliere il credito fin qui accumulato.

(31/07/2013)



  • Tracklist
  1. Something Bigger 
  2. Neon Sun
  3. This Is All There Is
  4. God Bless America
  5. Ghost Of A Memory
  6. World At Your Feet
  7. Madison Park Bell
  8. Bone Trophies
  9. Big Steal & Borrow
  10. Wasteland 
  11. Hourglass
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