Mark Lanegan

Phantom Radio

2014 (Heavenly / PIAS Cooperative) | songwriter, folk, blues, rock

Chi l’avrebbe mai detto: tra non molto, Mark “The Voice” Lanegan spegnerà le fatidiche cinquanta candeline e allora cosa c’è di meglio se non festeggiare con un nuovo album a suo nome, ideale colonna sonora per l’evento? “Phantom Radio”, dunque: dieci brani alla sua maniera, densi di luci e ombre, che non scontenteranno del tutto i suoi fan né però li esalteranno oltre il dovuto.
Non si tratta, infatti, di un disco inciso in stato di grazia né di un lavoro in grado di sintetizzare brillantemente una carriera ormai quasi trentennale. Piuttosto un onesto, gradevole pot-pourri di influenze sonore differenti, purtroppo non sempre a fuoco eppure in grado di graffiare l’anima nei momenti più felici e ispirati.

Immaginiamo lui, Mark Lanegan, come il silenzioso cavaliere solitario di un qualche inquietante romanzo di Cormac Mc Carthy, un’autostrada del mid-west, grossa auto anni Cinquanta, tramonto e tutto intorno cactus, canyon, polvere e deserto. Dalle frequenze radio spunta improvvisamente una voce: pregna di pathos, scura, profonda, dolente, passionale. La riconosciamo all’istante: non può che essere la sua. In “Judgement Day”, murder ballad minimalista pur nella sua maestosità, è accompagnata efficacemente da un organo funereo, memore dell’umore di Leonard Cohen e Neil Young.
Il sortilegio si ripete in “I Am The Wolf”, chitarra acustica arpeggiata ed evanescente tappeto di synth: qui il fantasma di Nick Cave fa capolino e ci mostra “the voice” nuovamente a suo agio in ambienti desolati e selvaggi, compendio perfetto alla sua interpretazione malinconica. Questo è senz’altro l’artista che abbiamo imparato ad amare, quello che, pur restando immobile al centro del palcoscenico, occhi ben chiusi, è capace di evocare con la sua voce storie e personaggi d’altri tempi, echi di folk e blues e canzone d’autore narrati con il furore vellutato del migliore degli storyteller contemporanei. Ma non finisce qui.

Già, perché all’ordito che noi tutti ben conosciamo, vanno poi ad aggiungersi altre tessiture, altri colori, non proprio in linea con il background appena delineato. Si tratta del recupero di certi anni Ottanta, sponda new wave britannica: drum machine (che il Nostro ha curiosamente estrapolato da una app del suo smartphone) e sintetizzatori soprattutto, operazione in parte già portata avanti nel precedente “Blues Funeral”.
E allora ecco l’iniziale “Harvest Home”, mid-tempo avvolgente e sinuosa, alla maniera degli Echo & The Bunnymen, chitarre scheletriche a far da contraltare a tastiere poderose. Ecco anche “Torn Red Heart”, dolcissimo e stralunato dream-pop, davvero poco distante da certe suggestioni firmate New Order e Cure.

Ma non è tutto oro, ahinoi: brani come “Floor On The Ocean”, “The Killing Season” e “Seventh Day” risultano opachi e deboli, goffe e banali imitazioni di trip-hop melodico e orecchiabile, ripulito e scintillante (à-la Morcheeba, per capirci) a nostro avviso fuori luogo e fuori contesto. Così come “The Wild People”, ripetizione pur discreta ed elegante di quanto già espresso nelle ballads precedenti. Fortunatamente arriva “Death Trip To Tulsa” a mettere la parola fine: ancora una volta pare di assistere ai titoli di coda di un film su grande schermo, magari qualche noir pulp diretto dalla coppia Rodriguez/Tarantino.
Di nuovo un’inquadratura dall’alto: eccola lì, è l’auto di grossa cilindrata guidata da Lanegan, si allontana dagli stessi luoghi remoti traversati fino a poco prima. Dopo aver domato i suoi demoni è diretta in città. Forse a Seattle, a casa, alla festa per un cinquantesimo compleanno.

(22/10/2014)



  • Tracklist
  1. Harvest Home
  2. Judgement Time
  3. Floor Of The Ocean
  4. The Killing Season
  5. Seventh Day
  6. I Am The Wolf
  7. Torn Red Heart
  8. Waltzing In Blue
  9. The Wild People
  10. Death Trip To Tulsa
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