Weezer

Everything Will Be Alright In The End

2014 (Republic Records) | pop-rock

Cosa potrebbero avere in comune un nerd brufoloso che passa i pomeriggi chiuso in camera a leggere fumetti e il nerboruto e belloccio quarterback della squadra di football?
Essenzialmente tre cose: entrambi frequentano un college americano, tutti e due sono innamorati di una bionda e procace cheerleader (che alla fine, purtroppo, sceglierà i muscoli ai videogame...) e, sì, entrambi hanno ascoltato almeno una volta nella vita un album degli Weezer.

Era da un po’ che la band di Rivers Cuomo, portabandiera del pop-rock melodico a stelle e strisce, non dava segni di vita; esattamente i quattro anni che ci separano dalla doppietta “Death To False Metal” e “Hurley”, che insieme a “Ratitude” componevano una serie di lavori decisamente prescindibili se confrontati con le mirabilie da novanta post-grunge di “Pinkerton” e del blue album d’esordio.
Se non avete già ascoltato qualcosa in rete, ve lo assicuriamo noi: questo “Everything Will Be Alright In The End” è un ritorno con i fuochi d’artificio. Un disco tutto chitarroni e melodia in cui Cuomo e soci si affidano di nuovo al vecchio guru Ric Ocasek (già leader dei fondamentali Cars) per riprendere una linea musicale più pulita, diretta e tagliente. Gli Weezer, insomma, non tradiscono più le loro origini e ripercorrono con acquisita maturità i territori del loro migliore college-rock da Spring Break, quello fresco e luminoso degli album colorati, in luogo della preoccupante deriva confusionaria degli ultimi dischi. Il risultato è il disco più weezeriano da dieci anni a questa parte, e scusate se è poco.

La doppietta iniziale è di quelle giuste: ecco infatti i massicci riffoni di “Ain’t Got Nobody” e l’ottima “Back To The Shack” scandita da pestoni e schitarrate tipicamente nineties, in cui l’head banging è cosa buona e giusta.
“Lonely Girl”, nonostante non sia certo la punta di diamante dell’album, è un pezzo per cui Nathan Williams darebbe un braccio. Noi intanto ci facciamo cullare dalla morbida rotondità melodica in punta di piano di “The British Are Coming”, prima di tuffarci nell’assolata California beachboysiana di “Go Away”, zuccherosa carineria impreziosita dalla voce di Bethany Cosentino dei Best Coast: un’altra band che, per inciso, agli Weezer dovrebbe come minimo dedicare una piazza davanti a un ipermercato.
E via così fra croccanti power-chord, assoli-killer rubati a J Mascis ed episodi fra il pop-wave (il tripudio di “Foolish Father” che un po’ ricorda i migliori Metric) e addirittura l’approdo alla punk-rock opera con il trittico finale, forse anche troppo pretenzioso per una band da sempre votata al facile cazzeggio.

Pur non essendo una rivoluzione, questo disco rappresenta una tappa fondamentale per la carriera ormai ventennale di una band che ha fatto della coerenza e dell’affidabilità i suoi più grandi vanti. Coerenza che si legge anche nei testi, con l'eterno adolescente Rivers che lamenta ancora una volta di amori finiti o proprio mai iniziati, amicizie naufragate, apatia cronica, solitudine e sfighe varie. Eppure, ascoltando "Da Vinci" e la già citata "Foolish Father" sembra proprio che, alla fine, "everything will be alright": una più che decente consolazione per il nostro amico nerd dal cuore spezzato.
I fan storici apprezzeranno sicuramente, magari ricordando con affetto le sbronze tristi da telefilm e i party selvaggi con le loro "confraternite". Le matricole che si sono sporadicamente esaltate ascoltando alla radio “Buddy Holly” o “Island In The Sun” e non hanno avuto la lungimiranza di approfondire hanno oggi la grande occasione per avvicinarsi agli Weezer una volta per tutte.

(14/10/2014)

  • Tracklist
  1. Ain't Got Nobody 
  2. Back To The Shack 
  3. Eulogy For A Rock Band 
  4. Lonely Girl 
  5. I've Had It Up To Here 
  6. The British Are Coming 
  7. Da Vinci 
  8. Go Away 
  9. Cleopatra 
  10. Foolish Father 
  11. I. The Wasteland 
  12. II. Anonymous
  13. III. Return To Ithaka
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