Advance Base

Nephew In The Wild

2015 (Orindal) | songwriter, lo-fi

Notte fonda. Guidare verso casa, lungo una strada nel cuore del Michigan. All’improvviso, i fari illuminano la sagoma di un animale. Un rumore sordo, poi il silenzio.
C’è un telefono pubblico poco lontano. Ma il solo numero che conosci è quello dell’unica che hai giurato di non chiamare più. E ti ritrovi a sussurrarle il tuo rimorso, nel buio, mentre i fantasmi del passato tornano a circondarti.
Sono fatte così, le canzoni di Owen Ashworth: prendono un dettaglio, un risvolto quotidiano apparentemente insignificante. E, proprio come per l’incidente notturno di “Might Of The Moose”, lo trasformano in qualcosa di completamente diverso. Nella rivelazione di una verità inattesa. Racconti brevi che in molti hanno imparato ad amare quando il songwriter americano vestiva ancora i panni di Casiotone For The Painfully Alone e che ora, nella sua nuova incarnazione come Advance Base, assumono sempre più i tratti della maturità.

Gli accenti secchi della batteria di “Trisha Please Come Home” ribadiscono subito una vocazione inconfondibile alla bassa fedeltà. Tocca al piano elettrico tratteggiare la melodia, mentre il baritono polveroso di Ashworth parla di vite nascoste dietro al bancone di un ristorante, perse tra i solchi di un disco dei Thin Lizzy.
Rispetto ai beat pulsanti targati Casiotone For The Painfully Alone, le tinte sfumano verso il respiro rarefatto del Damien Jurado di “Ghost Of David” o degli Eels di “End Times”. L’introverso cantore di cuori spezzati ha lasciato il posto a un padre di famiglia che non ha più granché a che spartire con la vecchia ragione sociale. Proprio per questo Ashworth ha deciso di voltare pagina, prendendo in prestito il nome da un avamposto dei primi esploratori dell’Antartide e abbracciando un cantautorato dai toni più intimi, anche se sempre incentrato sui ritmi (con la consueta predilezione per le drum machine).

Il secondo capitolo sotto l’egida Advance Base arriva a tre anni di distanza dal precedente “A Shut-In’s Prayer” ed è il frutto di una gestazione ancora più casalinga. Ashworth l’ha registrato nello scantinato della sua casa di Oak Park, nei sobborghi di Chicago, approfittando delle ore di sonno delle due figlie ancora piccole. Tutto con il suo fedele registratore a quattro tracce, a parte qualche sporadica collaborazione esterna aggiunta in fase di sovraincisione.
È il caso della lap steel di Howard Draper degli Okkervil River, che accompagna gli accordi cristallini dell’autoharp in “Christmas In Dearborn”. Sono ben due, stavolta, i brani a sfondo natalizio del disco, con le smerigliature di synth di “Christmas In Milwaukee” che vanno ad arricchire un repertorio già popolato di titoli come “Cold White Christmas” e “Christmas In Oakland”. Una sorta di ciclo trasversale che fa pensare alla collezione di “Going To…” dei primi Mountain Goats: anche in questo caso i luoghi assumono un ruolo centrale, e anche in questo caso il tema conduttore non è che lo spunto per scandagliare l’animo dei protagonisti.

Il parallelismo con John Darnielle, d’altro canto, si affaccia in più di una occasione nella galleria di personaggi di “Nephew In The Wild”. Ad accomunarlo ad Ashworth è anche la passione per l’immaginario horror, dalla citazione de “L’esorcista” inserita in “Kitty Winn” fino alla maledizione di “Summon Satan”, tra chiaroscuri e cori a mezza voce che potrebbero appartenere agli Yo La Tengo più notturni: “You had tried to summon Satan/ But screwed up the incantation/ And left an open portal/ On your parents’ kitchen wall”.
Un senso incombente del destino che grava anche sulla storia di “Pamela”, con i suoi genitori adolescenti e il suo fato che sembra segnato sin dalla nascita (“You were born into a world of sin/ You are the devil’s kin/ The sign of the beast on your skin”). Se c’è un tema ricorrente, nei brani di “Nephew In The Wild”, è proprio questo: la paura che i figli siano condannati a portare impresso il marchio dei padri. Una paura con cui ogni genitore, prima o poi, si trova a dover fare i conti.

Tra il carillon di “The Only Other Girl From Back Home” e la fragilità di “My Love For You Is Like A Puppy Underfoot” (scritta e cantata da Jody Weinmann, inizialmente al fianco di Ashworth nel progetto Advance Base), solo in “Might Of The Moose” il passo si fa più sostenuto. A prevalere è piuttosto la lentezza sognante della title track, che la chitarra di Mat Sweet (aka Boduf Songs) conduce verso i territori più cari a Mark Kozelek. Un paragone ancora una volta tutt’altro che casuale, visto che proprio Ashworth ha contribuito a dare forma all’acclamato “Benji” dei Sun Kil Moon, le cui atmosfere riecheggiano anche tra le pieghe di “Nephew In The Wild”.
È l’epilogo ipnotico di “Kitty Winn”, però, a riservare le pagine più personali del disco. Il ricordo di notti alla deriva, lungo strade che non portano da nessuna parte, si scioglie in un presente fatto della semplicità del quotidiano: la colazione da preparare, i figli da vestire, una passeggiata fino all’altalena. Dettagli minimi, ma forse è proprio lì che si rispecchia il volto più vero delle cose. “I’m not out looking for something/ I haven’t found/ You won’t see me around/ I’ve got a family now”.
Addio, solitudine.

(10/09/2015)

  • Tracklist
  1. Trisha Please Come Home
  2. Might Of The Moose
  3. Christmas In Dearborn
  4. Pamela
  5. Christmas In Milwaukee
  6. Summon Satan
  7. My Love For You Is Like A Puppy Underfoot
  8. The Only Other Girl From Back Home
  9. Nephew In The Wild
  10. Kitty Winn
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