A disegnare, Basinski me lo immagino bravissimo. Non c’è spazio nelle sue tele che non sia riempito. E non ce lo vedo a dipingere con pennelli di grosso calibro. E nemmeno a usare colori. La sua pittura è un qualcosa di profondamente diverso, un qualcosa che lambisce corde che vanno oltre quelle dello spettro dei primari, delle tinte, delle forme. Come se usasse sempre il bianco, come se con le dita componesse delicatissime curve e anse. A elevare ad arte il loop ci sono riusciti molti. Ciò che rende Basinski unico è la capacità di sgretolare un suono in diecimila piccoli frame che si sfaldano e ricompongono in un percorso che è, quasi per definizione, infinito.
Svolge le trame, non c’è moto d’arresto. E queste trame si ricalcano, si giustappongono fino a creare una colonna che si autoalimenta, pur nella sua fragilità. Non so se avete ben presente quella sensazione strana che si prova quando si riflette sul proprio respirare o quando ripetete ossessivamente una parola. È come se l’essenza di quelle azioni fosse svuotata totalmente nel tentativo di entrare dentro quel meccanismo di comprensione. Sicché accadrà che il vostro respiro diventi un ansimare e che le parole che ripetete – sentendole – siano svuotate di ogni significato, di ogni possibile link tra il suono emesso pronunciandole e il significante.
Ecco, ascoltare Basinski è un po’ tutte queste cose messe assieme. Il senso del loop viene portato avanti fino allo sfinimento, tanto da indurvi a perdervi totalmente in quei pochi secondi di tape di un piano mandato in ripetizione. Questo è “Cascade” che pare, reiterato per una quarantina di minuti, quasi un carillon caricato dopo secoli di polvere. Parte dal nulla e nel nulla si dilegua, procedendo silenziosa questa ouverture di una bellezza cristallina. E, richiamando sulle spalle il peso del passato e della memoria, abbraccia idealmente quel gigante di The Caretaker. L’hauntology rivive, sempre ancorata a un passato che è prossimo, ma che pare trapassato. E nella nenia ossessiva riemerge continuamente, ancorata però a un mondo subacqueo. “Cascade” pare quasi un palombaro che risale dai fondali marini ma che mai sfiorerà il pelo dell’acqua.
Così le pennellate cesellano questo dolcissimo incedere, l’illuminano come i raggi del sole rifrangono spettri luminosi sotto la superficie del mare. E’ un bianco vergine che non lascia spazio a vuoti ma solamente a immense distese di sospiri in un tempo che scorre. All’infinito.
03/04/2015
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