Joe Jackson

Fast Forward

2015 (Ear Music) | pop, songwriter

"Fast Forward", il tasto anti-noia, quello che ci permette di saltare le tracce più insulse di un disco, ma, in generale, di avanzare velocemente verso qualcos'altro. Niente più di questa indovinata immagine - che dà il titolo al suo primo disco di inediti in sette anni - può spiegare la smania creativa di Joe Jackson. Tutta la sua carriera è un'accelerazione in slalom tra i paletti dei generi, senza esclusioni di sorta. Spinto da sempiterna curiosità (e da un marcato spirito di contraddizione), l'ex-figlio degenere del punk non ha mai smesso di correre e depistare tutti sulla cartografia del suo "Big World", cercando al tempo stesso di decifrare il presente: "Fast forward till I understand the age I'm in", come da title track. E a 61 anni suonati è tornato a farlo, con un disco suddiviso tra quattro città e due continenti. Originariamente ideato come collezione di Ep, l'album è infatti imperniato in quattro sessioni di quattro brani ciascuna, registrate in quattro luoghi diversi: New York, New Orleans, Berlino e Amsterdam.
La matrice cosmopolita non può non riportare alla mente proprio il giro del mondo di "Big World" (1986) con cui Jackson celebrò il suo spirito di viaggiatore - di luoghi dell'anima, ancor prima che geografici - grazie a un pugno di canzoni memorabili, incise dal vivo con la sua band di fronte a una selezionata (e silente) platea al Roundabout Theatre di New York. Ma proprio le diverse modalità creative - "Fast Forward" è stato registrato con differenti set di musicisti per ogni città - rendono fuorviante il parallelo. C'è però in queste sedici canzoni qualcosa che incredibilmente riaccende la fiammella di quella creatività pop ormai sopita in anni di erudite ricerche e contaminazioni tra classica e jazz (con tanto di audace sortita in terra ellingtoniana nel recente "Duke").

Sorprende anzitutto la voce di Jackson, che sembra davvero aver beneficiato di quel lifting, malriuscito, ahimè, sui lineamenti ormai tremendamente plasticati del musicista inglese. Joe ha ritrovato la luminosità delle sue corde vocali, quel timbro euforico e sghembo che ci aveva sedotti nel nostro viaggio into the night, into the light (vi dice qualcosa il nome "Steppin' Out"?). E ascoltare l'attacco di "Fast Forward" è un colpo al cuore per chi con quelle canzoni ci è rimasto sotto: sei minuti del miglior Jackson-sound con struggente assolo di violino della musa jazz Regina Carter a corredo, per raccontare come sia necessario andare avanti velocemente per leggere il futuro, ritornando all’epoca dell'oro o quella del peccato, finché non siamo in grado di capire la stravagante epoca in cui viviamo ("We can make the future, make it every bit as clear/ Make a friendly Star Trek universe, 'cause everything's allowed/ The only place that's seriously strange to be is here/ And the only time that's maddeningly mysterious is now").
Attorniato da mostri come Bill Frisell alla chitarra, Brian Blade alla batteria e il suo storico bassista Graham Maby (oltre alla stessa Carter), Jackson si reimmerge nella sua amata/odiata New York cui dedicò ben due concept-album ("Night And Day" e "Night And Day II") anche attraverso una sorprendente cover della "I See No Evil" dei Television, pionieri del Cbgb's e della Grande Mela contagiata dai primi germi del punk. È la vera scheggia impazzita del disco e ci riporta all'irruenza nevrotica di "I'm The Man", circa 1979. Chiudono il capitolo newyorkese l'incalzante "If It Wasn't For You" e la più soffusa "Kings Of The City", in cui Jackson si siede al piano cullandosi in atmosfere languide da night-club.

L'incursione tra i canali di Amsterdam si distingue invece per una maggior complessità delle parti strumentali, con Stefan Kruger e Stefan Schmid degli Zuco 103, la Royal Concertgebouw orchestra e il vocalist quattordicenne Mitchell Sink.
Un set di limpida raffinatezza, in cui brillano gli arrangiamenti ariosi uniti alla solidità pop di "A Little Smile" e "Poor Thing", ma soprattutto il groove latin-jazz di "So You Say", con una nuova prodezza melodica imbevuta in oceani di malinconia. Desta invece qualche perplessità la scelta di dividere con il candido enfant prodige broadwayano Sink le parti vocali di "Far Away": un effetto un po' Nikka Costa, per un brano comunque riuscito, con la sua fatata intro d'arpa e le sue armonie celestiali.
Berlino è ormai la seconda casa di Jackson, e il feeling si percepisce eccome nell'Ep inciso con Greg Cohen al basso acustico (Tom Waits, Ornette Coleman, Bob Dylan) e il batterista dei Tindersticks, Earl Harvin. Il ritornello alla Steely Dan e il riff ficcante di "Junkie Diva" (Amy Winehouse?) non fanno prigionieri, ma il climax emotivo è "If I Could See Your Face", contrita riflessione sulle differenze culturali, ispirata da un tragico fatto di cronaca del 2008 (l'assassinio per mano del fratello di una sedicenne afghana, accusata di voler seguire i costumi occidentali). Un brano prezioso anche sul piano musicale, con un assolo di organo di Jackson che sposa la tecnica del contrappunto (compresa una citazione della "Toccata e fuga in Re minore" di Bach) con scale tipiche della musica araba, sublimando così, sul piano sonoro, il concetto d'integrazione. Berlino, però, è anche la patria del cabaret, e l'omaggio si consuma con la cover di uno standard anni Trenta tedesco, "Good Bye Johnny", intonato con stentorea voce recitante.

Il viaggio di Joe si conclude da dove era partito, dagli Stati Uniti, ma ripiegando nella provincia profonda di New Orleans, terra intrisa di jazz e poesia, con le sue storie di varia umanità sull'orlo dell'abisso. È forse il capitolo più segnato dalle tradizioni musicali del posto, grazie anche alla presenza di artisti locali, tra cui tre membri della band funk Galactic (il batterista Stanton Moore, il bassista Robert Mercurio e il chitarrista Jeff Raines) e una sezione fiati guidata dal sassofonista Donald Harrison. Ne scaturiscono l'uptempo "Neon Rain", il soul rapinoso di "Keep On Dreaming", i fiati dal sapore funky-jazz di "Satellite" e la chiusura in gloria di "Ode To Joy", omaggio al celeberrimo "An Die Freude" della Nona Sinfonia di Beethoven, con tanto di ritmo in 5/8 e tema affidato alla chitarra elettrica. Tanto per mettere in chiaro come la voglia di spiazzare e provocare non sia mai venuta meno.

Quasi un'ora e un quarto di musica a fungere idealmente da summa dell'intero universo jacksoniano: ci sono il rock, lo swing, il pop, i lentoni da mattonella e il music-hall, gli afrori latini e le inflessioni jazz. E c'è soprattutto l'allampanato mattatore al centro della scena, a tenere insieme tutte le tessere del mosaico.
A sette anni dal discreto ma discontinuo "Rain", The Man torna da protagonista, con tante idee e una verve inaspettata, che ci fa sperare il meglio anche per l'imperdibile segmento italiano del suo "Fast Forward Tour", atteso per marzo del 2016. Ma per ora ci godiamo un disco da ascoltare tutto d'un fiato. Senza premere il tasto Fast Forward.

(06/11/2015)



  • Tracklist
New York
Fast Forward
If It Wasn't For You
See No Evil (Tom Verlaine)
Kings Of The City

Amsterdam
A Little Smile
Far Away
So You Say
Poor Thing

Berlino
Junkie Diva
If I Could See Your Face
The Blue Time
Good Bye Jonny (Peter Kreuder and Hans Fritz Beckmann)

New Orleans
Neon Rain
Satellite
Keep On Dreaming
Ode To Joy
Joe Jackson su OndaRock
Recensioni

JOE JACKSON

The Duke

(2012 - Razor & Tie/ Edel)
L'omaggio a Duke Ellington di Jackson e dei suoi ospiti (incluso Iggy Pop). Non un semplice disco di ..

JOE JACKSON

Rain

(2008 - Rykodisc)
Il songwriter britannico prova a rinverdire i fasti del suo pop per pianoforte

JOE JACKSON

Night And Day

(1982 - A & M)
Un Englishman in New York, tra fumose atmosfere notturne e scintillanti refrain pop

Speciali

Joe Jackson on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.