Spirito indomito, quello di Joe Jackson, quasi cinquant’anni di carriera spesi a confrontarsi con una moltitudine di linguaggi stilistici, tra alti (“Jumpin’ Jive”, “Mr. Joe Jackson Presents: Max Champion In ‘What A Racket!‘”) e bassi (“Laughter And Lust”, “Heaven And Hell”) e una serie di capolavori (“Look Sharp!”, “Night And Day“, “Body And Soul”), che, al pari del coevo Elvis Costello, hanno contrassegnato l’era post-punk/new wave con una musicalità dai tratti colti e finemente cantautorali.
Messa nuovamente a punto l’attitudine allo spirito da big band stile “Jumpin’ Jive” con l’ultimo album dedicato al genere music-hall, Joe Jackson ripristina le cadenze latin-jazz, pop-rock, funky–soul di “Night And Day“, avvolgendole nelle note orchestrazioni alla George Gershwin che sottolinearono le migliori gesta del musicista inglese.
Opera musicalmente perfetta e raffinata, “Hope And Fury” offre più di uno spunto di diniego da parte non solo dei critici meno benevoli ma anche dei fan: il disincanto e l’ironia con le quali l’artista inglese affronta temi importanti rischiano di essere fraintesi e scambiati per superficialità. Anche la padronanza strumentale (Graham Maby è nuovamente della partita) espone l’album a osservazioni finemente concettuali che già in passato hanno mietuto nobili vittime (tra i tanti, Steely Dan, Paul Weller ed Elvis Costello).
Ma cosa ci racconta “Hope And Fury” del Joe Jackson ormai settantenne? Sicuramente che l’ottimo “Fool” non era una semplice illusione di ritorno alla forma dopo un periodo poco interessante e che l’autore di “Steppin’ Out” non ha smesso i panni di fustigatore ironico dei costumi socio-politici contemporanei – basti scorgere i testi del furente latin-funky-soul di “I’m Not Sorry” – e resta tra i più abili nel descrivere personaggi e storie in poco più di tre minuti, valga per tutte il pop-tango dalle connotazioni cinematografiche e teatrali finemente noir di “See You In September”.
Che Joe Jackson abbia deciso di essere apparentemente giocoso (il rock’n’roll tinto di mexican flavour di “Do Do Do”) e nello stesso tempo di abbracciare ancora una volta le istanze della classe operaia toccando un tasto delicato come il lockdown causato dalla pandemia, con la splendida e mutevole melodia di “End Of The Pier”, è come un gioco di specchi, dove le illusorie, piacevoli sonorità nascondono un risvolto ben più profondo e pungente.
Che “Hope And Fury” non sia immune da cliché non è un’incongruenza, sono gli stessi cliché che l’autore mette alla berlina nel pop-punk-ska-rumba di “Welcome To Burning-By-Sea”, ma sono anche gli stessi che hanno reso riconoscibile il suo stile, come dimostrano il brillante tocco pianistico che furoreggia in “Fabolous People” o l’elegante tratteggio pop-jazz vestito di coretti glam in “Made God Laughs”.
“Hope And Fury” è un disco che musicalmente offre più di un motivo di apprezzamento, anche al netto di eventuali eccessi sophisti-pop, che meritano in verità un plauso per la loro asciutta e grintosa messa in scena sonora.
Ai meno brillanti testi è affidato il racconto del caos della civiltà contemporanea, con un linguaggio in bilico tra populismo e ribellione, e piace pensare che l’immagine di copertina con Joe Jackson che sorseggia un caffè mentre un incendio si propaga alle sue spalle sia stata una scelta simbolica: un monito alla società che sembra aver sacrificato l’umanità al dio del benessere economico, tanto fatuo quanto irreale, e quel che ci resta sono la speranza e la rabbia.
26/04/2026