Rhyton

Redshift

2016 (Thrill Jockey) | psych-rock, avant-rock

“Un tag (cioè etichetta, marcatore, identificatore) è una parola chiave o un termine associato a un’informazione (un’immagine, una mappa geografica, un post, un videoclip…) che descrive l’oggetto rendendo possibile la classificazione e la ricerca di informazioni basata su parole chiave.” Così recita Wikipedia, la “bibbia” dei nostri giorni definendo il termine “tag”, usato spesso in fase di recensione per attribuire un genere o una parola chiave a un gruppo o a un artista. Nel caso dei Rhyton da Brooklyn, NY, è davvero arduo solo provare a classificare qualcosa che è difficilmente richiudibile in un singolo contenitore. La band è formata da tre musicisti che amano sperimentare, giocare con i suoni, improvvisare, esplorare avidi di emozioni il proprio subconscio; anche il più revivalista dei tre (Dave Shuford), lo è in modalità assolutamente avventurosa.
Ma andiamo con ordine. Alla chitarra e voce troviamo appunto Dave Shuford, conosciuto anche con il nome di D.Charles Speer, leader della band omonima e membro di No-Neck Blues Band e Helix. Rob Smith, invece, suona la batteria in un gruppo psych-rock chiamato Pigeons, mentre Jimy Seitang prestava il suo talento al basso e alle tastiere ai Psychic Ills e tuttora mantiene un suo personale progetto musicale sotto il moniker di Stygian Stride.

La passione esplorativa dei tre va a infrangere le barriere dei loro progetti personali e trova nei Rhyton uno spazio aperto per poter espandere e talvolta rompere gli steccati tra i generi, esplorando molteplici radici musicali, e creando un paesaggio sonoro modernista in continuo movimento.
Già la scelta del titolo è eloquente: "Redshift" è infatti un termine che in astronomia indica un fenomeno per cui lo spostamento verso il rosso della luce emessa da una sorgente è dovuto all’espansione dell’Universo, che crea nuovo spazio tra sorgente e osservatore, aumentando la lunghezza d’onda, oppure da effetti gravitazionali di corpi massicci, come quasar e buchi neri. Questo spazio tra sorgente e ascoltatore (in questo caso) il trio riesce a colmarlo alimentando le proprie radici sonore, da cui crescono in maniera esponenziale fiori e piante capaci di dirigersi in molteplici direzioni, talvolta timidamente, altre volte in maniera più sfrontata. I musicisti riescono nell’impresa di mettere a confronto brulli territori alieni con rigogliose tradizioni folk e country.
Così facendo riescono a sviluppare anche matrici musicali diverse, come nell’apertura di “The Nine”, dove Shuford imbraccia il bouzouki attingendo a piene mani dalle tradizioni balcaniche. La fisicità delle tradizioni e del country contro le suggestioni cosmiche e psichedeliche: un dualismo illustrato perfettamente già dalla splendida copertina disegnata da Arik Roper (Sleep, High On Fire, Howlin Rain, Earth), che mostra un indiano d’America guardare fiero e per niente impaurito all’interno di una sorta di macchina extraterrestre.

C’è spazio per la sfida tra terra e spazio, tra le tradizioni legate alla cultura popolare e le suggestioni aliene, come nella title track “Redshift”, dove il country-rock classico della prima metà del brano viene sostituito gradualmente da un sintetico mutaforma che sembra afferrarci con un dissonante raggio traente per condurci in uno spazio "altro". Costruzione e decostruzione, due facce della stessa medaglia, due parti che sembrano così distanti tra loro, ma che in realtà sono semplicemente connesse su un diverso piano della realtà. Perdersi nella foresta e nel cosmo all’interno dello stesso viaggio, nel verdeggiante mondo del fingerpicking psichedelico di “Concentric Village” e nell’elettrico cavalcare alla Quicksilver Messenger Service di “End Of Ambivalence”. Oppure ci sorprende a nuotare tra i meteoriti di un film di fantascienza con solo le note di basso a scandire il tempo che passa, come nella conclusiva “The Variety Playhouse”. 
“D.D. Damage”, con il suo incedere complesso e dissonante legato alla tradizione folk, ricorda quanto fatto in piena era post-rock da John Fahey insieme ai Cul De Sac in quello scrigno ricolmo di meraviglie assolute chiamato “The Epyphany Of Glenn Jones”. La title track non è l’unica canzone cantata, a chiudere il cerchio ci pensa “Turn To Stone”, brano originariamente pubblicato nel primo album solista di Joe Walsh nel 1972, che i tre eseguono con maestria assoluta, dilatando l’originale, distruggendolo con il fuoco sacro dell’improvvisazione per poi ricrearlo da capo attraverso una fusione fantascientifica.

L’elemento sorpresa, il fascino dell’ignoto, è sempre lì dietro l’angolo, pronto ad afferrarci appena abbassiamo la guardia ascoltando i tre suonare con maestria e passione. "Redshift" è stato inciso da Jason Meagher ai Black Dirt Studios di NYC (dove hanno registrato artisti come Steve Gunn, Michael Chapman, Jack Rose). Shuford e i suoi compagni di avventura, giunti al quinto lavoro (il terzo per la Thrill Jockey), si dimostrano veri e propri maestri nell’arte di un revivalismo che non risulta mai pedissequo e fine a se stesso, ma in continua espansione e mutazione.
I Rhyton cavalcano una bestia feroce assecondandone gli istinti più atavici e smussandone le velleità più crudeli, incuranti, come l’indiano d’America in copertina, del sangue che scorre tutto intorno. Ascoltatelo a briglie sciolte, con cuore e mente aperti, in cuffia con il volume al massimo, proverete tormento ed estasi.

(20/12/2016)



  • Tracklist
  1. The Nine
  2. Redshift
  3. Concentric Village
  4. End Of Ambivalence
  5. D.D. Damage
  6. Turn To Stone
  7. The Variety Playhouse
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