Elliott Smith

Elliott Smith

Elegia della solitudine

di Pier Eugenio Torri

Anima inquieta e fragile del cantautorato americano dei 90, Eliott Smith è cresciuto ascoltando i Beatles e suonando grunge, ma al successo è arrivato anche grazie a Hollywood e alle colonne sonore, prima del tragico gesto che ha posto fine alla sua vita

Il rock è pieno di anime sopraffine, fragili, di angeli caduti da chissà dove per regalare la loro sensibilità tradotta in musica. Persone fragili, incapaci di fronteggiare la vita, troppo timide e introverse per essere comprese, ma in grado sempre di creare musica eccelsa. Da Syd Barrett a Nick Drake a Gram Parsons tutti sono accomunati da un forti disturbi psichici che ne destabilizzano l'esistenza, ma che permettono loro di avvicinarsi alla musica in maniera diversa e proprio per questa più sincera, proprio come Elliott Smith.

Steven Paul Smith (per tutti Elliott) nacque il 6 agosto 1969 a Omaha, Nebraska. L'anno successivo i suoi genitori divorziarono e la madre lo portò con lui a Dallas, Texas. Nella famiglia della madre si respirava musica tutto il giorno: il nonno era un virtuoso batterista jazz e la nonna si dilettava come cantante di standards blues nei locali della zona. Nessuno della famiglia aveva però fatto di quella passione genetica un lavoro. Un fatto è certo, il vivere con la famiglia materna avvicinò Elliot alla musica fin da piccolo, soprattutto il country di Hank Williams, il pop-rock di Simon & Garfunkel e dei Beatles oltre che al jazz e al vocal blues. Decisamente influenzato dall'aria che respirava, a nove anni iniziò a suonare il pianoforte. Sin dai primi momenti si intuì la sua naturale predisposizione per la musica, e già a 10 anni componeva musica e pezzi strumentali con il pianoforte, partecipava a saggi e a gare musicali, che naturalmente vinceva. Accanto al pianoforte affiancò lo studio del clarinetto con il quale suonava in una sorta di gruppo scolastico. La madre intanto si era risposata ed Elliott viveva quindi in una nuova famiglia, ma ogni tanto andava a Portland dal padre. Fu proprio in una di queste visite paterne che, all'età di 12 anni, gli fu regalata la sua prima chitarra. Subito decise di imparare a suonarla esercitandosi sugli arpeggi di chitarra che tanto usavano i country singer e folker americani, per poi arrivare ad imparare gli assoli degli Ac/Dc o dei Led Zeppelin. A 14 anni decise che era il momento di dare una svolta alla sua vita e andò a vivere a Portland dal padre e frequentò lì il Liceo. Forse questa scelta era anche dovuta al suo pessimo rapporto con il nuovo marito della madre, che spesso lo riempiva di botte. Il suo vero padre invece era uno psichiatra e il giovane Elliott iniziò a interessarsi leggendo e studiando qualsiasi cosa che parlasse della "psychè".

I tempi del Liceo sono quelli dei primi gruppi, delle prime band con gli amici, dei pomeriggi passati a suonare e registrare su aggeggi amatoriali. All'età di 16 anni compose la prima canzone "Condor Avenue" (in cui descrive con una sorta di collage d'immagini la vita dei liceali in quel periodo) che comparve nel suo esordio solista Roman Candle. Finito il Liceo si iscrisse alla facoltà di Filosofia delle Dottrine Politiche; i genitori erano contenti perché già lo vedevano come avvocato, lui pure perché gli piaceva moltissimo quello che studiava. In quegli anni universitari che incontrò Neil Gust (che comparirà poi nella copertina di Roman Candle); in breve tempo i due divennero inseparabili: avevano non solo la stessa passione per la musica, ma anche le stesse idee politiche, gli stessi interessi. La loro amicizia li portò ben presto a formare un gruppo: gli Heatmiser. Questo fu sicuramente un momento cruciale per la vita artistica e non solo di Elliott Smith; fu il suo primo vero approccio alla musica in senso serio, e lo indusse a migliorarsi sia come compositore sia come musicista. Dopo la laurea i due ritornarono a Portland e reclutarono un bassista (amico di Neil) e un batterista per completare la line up della band.

Dopo una serie di concerti fortunati riuscirono a dare alle stampe il loro primo Lp Dead Air (Frontier, 1993). In esso Elliot mostra già qualità di cantautore, riuscendo a descrivere i sogni e gli incubi che viveva in quel periodo; si passa dall'accattivante riff elettrico di "Still" a episodi che richiamano i Fugazi. La soluzione sonora degli Heatmiser, che si collocano temporalmente in piena esplosione grunge, è quella di rivendicare l'altra faccia della musica alternativa americana riuscendo a unire l'irruenza fugaziana con la ricerca melodica dei Dinosaur Jr., soprattutto nell'uso della chitarra. Non mancano episodi più vicini al suono di Seattle, e "Bottle Rocket" è a suo modo uno stereotipato brano grunge a metà strada tra i Pearl Jam e i Nirvana. "Can 't Be Touched" segue pedissequamente le orme sonore lasciate dagli REM, al punto che Elliott Smith si ritrova a imitare la voce stessa di Stipe, mentre in "Stray" ritornano le ombre di Cobain e Vedder.

Fu soltanto l'anno seguente con la doppia pubblicazione dell'Ep Yellow No.5 (Frontier, 1994) e del secondo album che gli Heatmiser riuscirono ad attirarsi la curiosità e l'interesse non solo di Portland, ma di tutti gli Stati Uniti. Il primo è una raccolta di cinque brani inediti in cui la band cerca di rendere ancora più piacevole il suono, avvicinandosi sempre di più alla melodia. "Fortune 500" è un brano solare, lontano dalla malinconia sonora precedente. Si sente sempre più marcata la tentazione di avvicinarsi al grunge interpretato a loro modo, con spazio alla chitarra e alle linee di basso che in quegli anni venivano del tutto trascurate dalle band di Seattle. "The Corner Site" è una indie-punk-pop song in puro stile californiano; l'apice melodico arriva invece con l'acustica "Idler" che si conclude con un fragoroso assolo strumentale lungo un minuto. Il secondo Lp della band Cop And Speeder (Frontier, 1994) si pone in netta antitesi non solo rispetto all'Ep, ma anche a tutta la produzione passata. L'urgenza espressiva e il chitarrismo rumoroso vengono in parte abbandonati per una più distensione musicale sulla strada percorsa da Greg Dulli con gli Afghan Whigs. La band pare però non trovarsi troppo a proprio agio, e infatti il meglio esce fuori quando tornano al passato con "Tempe", un brano che potrebbe uscire tranquillamente da "Nevermind" o "Dirt". Il resto dell'album è puro power chords che si muove tra il punk urlante di "Hitting On The Water" e le melodie di "Something To Lose"; l'acustica "Antonio Carlos Jobim", omaggio all'artista jazz brasiliano morto proprio in quell'anno, anticipa la musica più intima e cantautorale dell'Elliott Smith solista.

Nella band le cose cominciarono a non andare più bene; Elliott Smith si sentiva frustato, soprattutto perché non gli piaceva la musica che i suoi compagni suonavano. Vedeva in quel rock così "rumoroso" una dicotomia con la delicatezza delle canzoni nelle quali descriveva il suo animo e le sue sensazioni. Fu proprio per questo malessere che decise di dedicarsi a un suo progetto tutto personale: voleva che finalmente la musica rispecchiasse in pieno quello che i testi dicevano. Nacque così il suo primo album Roman Candle (Cavità Search Records, 1994). L'album risente della necessità di Elliott Smith di cercare il silenzio e la solitudine: il cantautore abbandona i suoni punk-grunge degli Heatmiser e abbraccia la chitarra acustica, dando vita a un folk cantautorale sublime, con registrazioni amatoriali su un 4 piste recorder. Musicalmente non può non ricordare nell'intento melodico i Simon & Garfunkel e Nick Drake; le melodie che disegna si inseriscono perfettamente nella sua inquietudine, rappresentata con testi malinconici in cui i protagonisti sono uomini soli e figli dell'eccesso. Canta di giornate trascorse a ubriacarsi, d'abbandono, di suicidio, tutti temi che hanno caratterizzato la sua vita. La sincerità lirica coinvolge anche la musica, che nella sua schiettezza, nel suo minimalismo e nel suo essere diretta ha le caratteristiche principali. I pezzi meglio riusciti sono la bellissima "No Name #1", in cui al fascino di un giro d'accordi iniziale si aggiunge una melodia che colpisce l'ascoltatore, la title track "Roman Candle", summa dei temi lirici e musicali di Elliott Smith. "Condor Ave" sembra uscita dalla penna di Paul Simon, mentre in "Last Call" compare per la prima volta la chitarra elettrica ed è il brano più musicalmente studiato. L'album si conclude con la strumentale "Kiwi 20-20", dove folk acustico e country imbevuto d'aperture western si uniscono in un viaggio onirico.

A seguito del discreto successo riscosso dal suo primo album presso il pubblico underground , nella primavera del 1995 venne contattato dall'etichetta Kill Rock Stars che gli propose di pubblicare per loro un nuovo album. La cosa piacque a Elliott e il suo secondo Lp solista Elliott Smith (Kill Rock Stars, 1995) venne pubblicato nel giro di pochi mesi. Al centro delle attenzioni compositive di Elliott c'è la droga, l'eroina e le storie di vita che riguardano i tossicodipendenti, analizzate soprattutto nei loro risvolti psicologici. E proprio la ricerca e l'analisi della depressione e di tutte le turbe psichiche saranno al centro della sua maturazione come cantautore. Anche a livello musicale, emerge un'evoluzione, soprattutto per l'attenzione che pone sulle melodie vocali e alla progressione in levare degli accordi. L'eroina cantata in "Needle In The Hay" e le serate passate a ubriacarsi fino all'alba di "Clementine" sono scene di vita vissuta che Elliott Smith interpreta con una voce sofferta e malinconica, suonando una chitarra acustica imbevuta di accordi in minore. I brani assumono una fisionomia più corposa, l'esperienza accumulata ha conferito ad Elliott Smith una più familiare confidenza con gli strumenti come in "Coming Up Roses" e"Alphabet Town".

Ormai Elliot Smith aveva preso la sua direzione musicale solista, ma decise di fare comunque un ultimo album con gli Heatmiser: Mic City Sons (Caroline, 1996). E' un insieme di un Ep con canzoni soliste e intimiste di Smith e di pezzi più decisamente rock scritti da Neil Gust: il diverso approccio musicale, causa della fine del gruppo, trova qui un compromesso grazie anche all'abilità di Elliott Smith di dare molta più personalità al prodotto Heatmiser rispetto al passato. Si passa quindi dall'iniziale "Get Lucky", in cui il suono marcato di basso, chitarra e batteria permette di sentire di nuovo un Elliott urlante, al bellissimo brano "Plainclothes Man", canzone in pieno stile intimista dello Smith solista, con in più un arrangiamento rock che lo rende uno degli episodi migliori della sua discografia. Tra questi due brani si gioca la delicata tenzone tra Neil Gust ed Elliott Smith: due cantautori diversi, con esigenze musicali diverse, ma che sfornano un lavoro figlio di mille compromessi: forse proprio per questo, il disco risulta il miglior lavoro firmato Heatmiser. "See You Later" fa calare il sipario sul palco della band e lo fa con una verve da inno dell'indie rock, in cui Elliott Smith segue con la voce le corde vocali della chitarra elettrica; il ritornello pop accontenta un po' tutti.

L'album uscì in autunno e fino a dicembre Elliott si dedicò agli ultimi concerti con gli Heatmiser. Il 1996 fu un periodo molto intenso per lui: il lavoro per l'album finale degli Heatmiser, l'interessamento di una multinazionale come la Virgin e l'inizio della relazione con Joanna Bolme. Fu un amore tormentato, che procurò grandi scossoni interiori; per un periodo si trasferì a New York proprio per stare lontano da lei. Gli alti e bassi sentimentali e l'esilio volontario gli permisero di dedicarsi al lavoro sul suo album. Aveva registrato più di 30 canzoni, sempre con il solito metodo amatoriale, con un registratore casalingo a 4 piste, con chitarra e drum machine; la sua attitudine musicale lo avvicinava a Beck, Elliott era conscio che certi paragoni erano inevitabili. Proprio il mettersi in competizione con Beck lo deprimeva: si sentiva inferiore, tutto quello che componeva gli sembrava robaccia. Proprio queste sofferenze interiori furono per Elliott uno stimolo a perfezionarsi, a migliorarsi, a dare il meglio di sé.

Impiegò molto tempo, quasi un anno, prima di essere soddisfatto della musica composta, ma alla fine il frutto di tanta sofferenza prese forma e venne dato alle stampe Either/Or (Kill Rock Stars, 1997). Secondo la critica è il suo miglior album, quello che è certo invece è che in questo terzo Lp Elliott Smith è riuscito a trasmettere emozioni in musica, alternando liriche tristi a musiche più allegre, quasi che la musica riuscisse a redimere la vita. Alla passione per il fingerpicking si aggiunge il crescente interesse per una base musicale più corposa. Inizia a venir meno (seppur ancora poco) la schiettezza originale, si fa strada una più matura attenzione sia per le liriche sia per le musiche. La malinconica "Alameda" è un disperato grido esistenziale suonato con qualche eco morriconiano, mentre "Between The Bars" è riflessiva, pacata con un Elliott che quasi sillaba le parole. "Ballad Of Big Nothing" e "Pictures Of Me" sono delle ballate indie pop, "No Name #5" sembra una pagina strappata dal suo diario personale; le aperture elettriche fanno da sfondo a "Punch And Judy", mentre con "Angels" Smith si fa accusatore del mondo di plastica americano suonando l'amata chitarra acustica. La musica di Elliott è arrivata a maturazione e l'album raccoglie l'esperienza dei lavori precedenti: la riflessione, gli accordi in minore, il fingerpicking e i continui passaggi armonici diventano la firma preferita del cantautore triste americano.

Proprio all'inizio di quel 1997, Elliott incontrò il produttore Larry Grane, figura professionale importante per la sua vita artistica, con il quale aprì uno studio. Comprarono un ex ufficio e con un certosino lavoro lo trasformarono in uno studio di registrazione, nel quale Elliott Smith poteva sviluppare la sua musica. Leggenda vuole che la prima canzone che compose in quegli studi fosse la ballata "Miss Misery" che fu usata per la colonna sonora del film "Good Will Hunting - Genio ribelle" di Gus Van Sant. Se da un punto di vista artistico le cose per lui stavano prendendo una buona direzione, da un punto di vista personale le cose stavano peggiorando; Elliott stava passando un tortuoso momento psicologico e la sua semi-depressione permanente lo portava spesso ad abusare non solo di farmaci antidepressivi, ma anche e soprattutto d'alcolici. E' il periodo di incoscienza, in cui si risvegliava in mezzo a una strada, non era in sé, compiva gesti pericolosissimi come saltare nel vuoto dagli scogli (la sua percezione di sé come corpo era quasi nulla), e proprio a seguito di uno di questi fatti, venne portato per un paio di settimane in un ospedale psichiatrico in Florida.

L'inverno a cavallo tra il 1997-1998 fu ricchissimo d'eventi. Innanzitutto incontrò il regista Gus Van Sant, il quale gli chiese di poter usare alcune sue canzoni di Either/Or come colonna sonora del suo nuovo film; firmò per la casa discografica Dreamworks di Steven Spielberg con la quale avrebbe pubblicato il prossimo lavoro; la sua canzone "Miss Misery" venne candidata agli Oscar come miglior canzone. Il quarto album di Elliot Smith venne pubblicato nell'estate del 1998 con il nome di XO (Dreamworks, 1998); il titolo, dall'apparente significato ermetico, ha in realtà una semplice spiegazione. In americano, le lettere tra amici si concludono spesso con la frase "Kisses and hugs" (baci e abbracci), ma col tempo e per via della moderna moda di abbreviare tutto si è arrivati a scrivere semplicemente "XO", dove X sta per baci e O per abbracci. Le sue canzoni si fanno sempre più forti, intimiste, spregiudicate, filosofiche; i passaggi vocali da una tonalità all'altra diventano una costante. E' l'album della piena maturazione artistica e compositiva; Elliott Smith perfeziona ancora il suo cantautorato indipendente aggiungendovi una base musicale più elaborata, costruita, orchestrale. Ci s'immerge quindi in pianoforti, archi e corni che rendono avvolgente l'atmosfera del disco, lontano dal minimalismo degli esordi, sulle orme di quanto già fatto nel precedente album. Capita quindi che il Paul Simon di prima si trasformi in Paul McCartney nel gioco pianistico di "Baby Britain" che è fin dal titolo un omaggio al pop-rock inglese; capita di imbattersi in canzoni come "Sweet Adeline" o "Indipendence Day" che rappresentano il legame lo-fi del passato, ma questa volta arricchito di nuovi suoni. Elliott Smith si allontana da Beck e abbraccia l'idea di musica di Brian Wilson nell'esigenza di creare armonie vocali, riempirle di chitarre e orchestrazioni varie e poi registrarle. "Waltz #2" è il gioiello dell'album e una delle migliori composizioni del cantautore americano: il ritmo cadenzato, a cui si aggiunge una semplicissima melodia al pianoforte, e la parte vocale in continuo crescendo danno epicità a una canzone che sembra non finire mai. "Waltz #1" è una ballata claustrofobica dell'anima cantata in falsetto, mentre "Amity" risveglia l'anima rocker di Smith spingendolo sull'acceleratore del suono e della voce con un assolo elettrico protagonista in mezzo a suoni pomposi. Il miglior album di Elliott Smith si chiude con la tromba accennata di Roy Poper in "A Question Mark" e con una "I Didn't Understand" cantata come se si trattasse di un gospel religioso, ma con un testo intriso di solitudine e malumore.

Ormai Elliott Smith è a tutti gli effetti un personaggio pubblico, e quest'attenzione mediatica un po' lo irrita. Il tour che segue lo porterà per la prima volta lontano, farà concerti in Giappone, Australia e in tutto il mondo; farà conoscere la sua musica a tutti, e riceverà entusiastiche critiche. Nel 2000, al culmine della sua fama pubblica, pubblica un nuovo album, Figure 8 (Dreamworks, 2000): si tratta sicuramente del suo lavoro più maturo, oltre che essere l'ultimo Lp da studio. La scena musicale del periodo si stava riempiendo di revivalismi della bassa fedeltà e di novelli Nick Drake: ed accanto a eccellenti artisti come Sparklehorse e Microphones se ne muovono a decine di scadenti. Elliott Smith abbandona definitivamente quel tipo di musica per cimentarsi nella codificazione di un suo nuovo linguaggio musicale che passa ancora indubbiamente tra i territori pop di Simon & Garfunkel e Beatles (vedi "Everything Reminds Me Of Her" e "Everything Means Nothing To Me"), ma con l'aggiunta ora di parti suonate più incisive e più rock ("Wouldn't Mama Be Proud?"). La bellissima "Son Of Sam" apre il disco (la cui chiusura è affidata invece a una struggente ninnananna) in maniera esplosiva, con una carica sonora e melodica a metà strada tra gli Heatmiser e il pop beatlesiano. Non mancano episodi folk acustici come "Somebody That I Used To Know", mentre in "Junk Bond Trader" l'arpa dialoga inizialmente con la chitarra elettrica. "Stupidity Tries" è un gioiellino che parte come una folk ballad uscita da "Abbey Road" per poi imbastardirsi a colpi di chitarra elettrica. La malinconia non è più il solo tema dominante delle liriche di Smith: il suo affinamento musicale come arrangiatore è andato di pari passo con un perfezionamento lirico che gli permette di essere ancor più profondo (la denuncia all'estetica plastificata di Hollywood in "L.A." o la disamina dei valori in "Son Of Sam") ed elegante.

A differenza di quello che era accaduto con la promozione di XO, Elliott Smith decide di apparire molto meno, di lasciar parlare la musica e di starsene da parte senza troppe interviste, senza troppi concerti. La sua salute psichica peggiora: s'imbottisce di psicofarmaci, calmanti, alcol; la somatizzazione della tensione causata dalla sovraesposizione con il mondo, dall'essere diventato famoso o più semplicemente dal mal di vivere lo portano a scegliere una drastica via di fuga. Proprio mentre sta ultimando il suo ultimo lavoro, la notte del 21 ottobre 2003, decide di morire e con un coltello si pugnala al cuore. Muore all'istante. Il suo corpo viene ritrovato dalla fidanzata Joanna che gli era sempre stata vicina, anche nei momenti difficili. Ormai è un nuovo martire alla causa rock, e come vuole la leggenda, la morte deve sembrare sempre un mistero.

A un anno esatto dalla morte, esce From A Basement On The Hill, ritratto di un artista fragile e incompreso, ormai schiacciato dal mal di vivere, ma ancora in grado di regalare una delle più importanti testimonianze di cantautorato moderno.
La crescita musicale di Smith va proprio in questa direzione, è volta alla ricerca di una struttura compositiva sì sofisticata, ma facilmente fruibile, interpretabile a più livelli. I punti di riferimento in questo ambito sono Brian Wilson e Paul McCartney, con una più marcata influenza del secondo, tanto che spesso il suono che Smith propone è molto "British".
Tre sono le ballate folk-rock che sono state seminate qua e là con lo scopo di strizzare l'occhio alle orecchie sensibili alla melodia, canzoni pop in grado di rivolgersi a un gruppo molto più vasto e appunto popular: "Pretty (Ugly Before)", "A Fond Farewell" e "Twilight". La prima è tutta giocata sul pianoforte, il cui suono incalzante e ripetitivo è la chiave melodica del pezzo; con l'aiuto di Sam Coomes, Elliott imbastisce una nenia malinconica su una struttura musicale più gioiosa (rockeggiante) e avvolgente (classicheggiante). "A Fond Farewell" è la summa perfetta del primo Smith solista: fingerpicking dotto, voce e chitarra acustica, strofe melanconiche e ritornello che ti entra in testa al primo ascolto. Difficile aspettarsi di meglio.
"Twilight" è una ballata acustica tanto notturna, quanto mattineria: found sound a iniziare, che perdurano per tutto il pezzo e una melodia per sola chitarra acustica e voce, che si trasforma in un traditional delicato e bucolico, con tocchi orchestrali.
Chitarre elettriche e animo rock sono invece la colonna vertebrale di "Don't Go Now" e "Shooting Star".
Dove stava andando Elliott Smith? Che musica aveva in mente, e in quali direzioni avrebbe concentrato le sue attenzioni? Domande difficili, molto più psicoanalitiche che musicali. Forse qualcosa lo riusciamo a rintracciare nel brano di apertura "Coast To Coast". La canzone è tripartita: un'introduzione di found sound e sample vocali, un prosieguo su una melodia resa incalzante dal crescere orchestrale, dall'uso rollingstoniano della chitarra elettrica e una chiusura di tre sovraincisioni vocali di solo parlato commentate da tocchi di pianoforte.
I restanti brani si muovono all'interno di queste tre coordinate, mantenendo un livello compositivo/qualitativo fuori dal comune. Se "Strung Out Again" è un omaggio a Brian Wilson, "Little One" non può non far pensare ai Beatles. Esattamente a metà album, spunta "Ostriches & Chirping", un fischiettante fuori programma, ma che potrebbe trovar ragione se si pensa all'idea originaria del concept-album , dove la ciclicità è data anche da questi disimpegni (qui molto beatlesiani à-la "Sgt. Pepper's"). 

Nel 2006 è uscito l'album-tributo To: Elliott/From: Portland.
Un anno dopo, viene pubblicato New Moon che raccoglie materiale per lo più inedito del cantautore americano, scomparso tragicamente ormai quattro anni fa, risalente al biennio 1995/1997 - registrazioni del periodo Kill Rock Stars tra l'album omonimo Elliott Smith e il successivo Either/Or.
Di fronte abbiamo brani acustici strappati da bozzetti, registrazioni  di canzoni che sarebbero dovute confluire in chissà che cosa con chissà che titolo. Eccoci tra le mani due cd, una dozzina di brani per ognuno. Ad aprire il primo, una malinconica e acustica "Angel In The Snow" che ci riconcilia con un passato mai dimenticato, sorretta quasi esclusivamente  da un paio di sovraincisioni di chitarra e dalla solita voce timida e suadente. "Talking To Mary" è un ridiscendere continuo di tonalità con voce aspirata e sospirante. Poi ci sono sensazioni, emozioni sparse tra i brani, come la seconda metà di "High Times" con il suo crescendo smorzato da una implosione, la rockeggiante "New Monkey" che diverte anche per gli accostamenti delle parole. "All Cleaned Up" è un duetto pseudo-country giocato con la doppia voce, folk e acustico, semplice e diretto. Il primo disco si conclude con la cover dei Big Star "Thirteen" e una versione demo del singolo "Miss Misery".
I brani si fanno sempre più bozzetti nel secondo cd, con la splendida delicatezza di "Placeholder" e l'endemica malinconia di "New Disaster" tra gli episodi del resto più compiuti. "Seen How Things Are Hard" è presa un po' troppo per i capelli, più un progetto che altro; "Fear City" e "Almost Over" rompono il silenzio e la riservatezza dell'acustico songwriting, memorie delicate e ripulite del più grezzo passato Heatmiser. Sempre dal passato prossimo Heatmiser, si ripesca la scrittura a due mani con Neil Gust per "See You Later" e "Half Right".
Aumenta quindi il rammarico per la perdita di una delle penne musicali più creative degli anni Novanta.

Elliott Smith

Elegia della solitudine

di Pier Eugenio Torri

Anima inquieta e fragile del cantautorato americano dei 90, Eliott Smith è cresciuto ascoltando i Beatles e suonando grunge, ma al successo è arrivato anche grazie a Hollywood e alle colonne sonore, prima del tragico gesto che ha posto fine alla sua vita

Elliott Smith
Discografia
 Heatmiser: Dead Air (Frontier, 1993)

6

 Heatmiser: Cop And Speeder (Frontier, 1994)
5
 Heatmiser: Yellow No. 5 EP (Frontier, 1994)
5.5
Heatmiser: Mic City Sons (Caroline, 1996)
7
Roman Candle (Cavità Search Records, 1994)
7.5
 Elliott Smith (Kill Rock Stars, 1995)
6
 Either/Or (Kill Rock Stars, 1997)
6.5
XO (Dreamworks, 1998)
7.5
 Figure 8 (Dreamworks, 2000)
6.5
From A Basement On The Hill (Anti, 2004)
8
 New Moon (Domino, 2007)
7
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Elliott Smith su OndaRock
Recensioni

ELLIOTT SMITH

New Moon

(2007 - Domino)
Raccolta di materiale inedito del cantautore scomparso quattro anni fa

ELLIOTT SMITH

From A Basement On The Hill

(2004 - Anti)
L'ultimo capolavoro (postumo) del grande cantautore americano

News
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.