Gli anni passano, l’esperienza si accumula eppure alcune cose tendono a non cambiare mai. Il suono dei Notwist, per esempio, al netto di un suo affinamento e varie sperimentazioni condotte soprattutto dai fratelli Acher in progetti paralleli, si rinnova tendenzialmente fedele a se stesso. Una formula messa a punto, dopo gli inizi indie-rock segnati da retaggi hardcore/metal/grunge, a partire da “12” e resa immortale grazie all’insuperato capolavoro “Neon Golden”. Eccola tornare adesso a un lustro di distanza temporale dal buon “Vertigo Days”, anticipata qualche mese fa dalla pubblicazione di “Magnificent Fall” (2025, Alien Transistor), una interessante raccolta di rarità, remix e ripescaggi da vari Ep.
“News From Planet Zombie” è dunque un nuovo capitolo all’insegna della continuità, che stavolta ripesca alcune delle istanze del passato meno recente. Innanzitutto nella scelta di registrare con i membri del collettivo live, coinvolgendo i musicisti nel processo di arrangiamento dei brani. Un processo rapido, durato una sola settimana negli studi Import Export, spazio no-profit di Monaco di Baviera a cui la band è legata da anni. E poi soprattutto nel ritorno a una dimensione elettrica corale, guidata dalle riflessioni su un mondo sempre più caotico, la cui bruttura viene accostata a quella dei B-movie dell’orrore popolata da orde di morti viventi.
Già “X-Ray” – primo estratto dell’album – evidenziava questa tendenza, riportando alle orecchie le tirate energiche di “12”, così come l’agrodolce incedere di “The Turning” con la sua coda strumentale fa eco per struttura e atmosfera al pop-rock di “Kong”, contenuta in “Close To The Glass”. In questo ripercorrere la propria storia, trovano ovviamente posto la grazia delle loro melodie più morbide, guidate dalla voce splendida di Marcus (“Snow”, “Who We Used To Be”), e il gusto per l’intersezione tra pop e sperimentazione (“Propeller”).
La novità del disco risiede invece nelle presenza di un doppio tributo: una cover che trasporta nell’universo Notwist i Lovers di “How The Story Ends” e soprattutto un’altra che stravolge, rivitalizzandolo, il folk essenziale di “Red Sun” di Neil Young.
Nessuna nuova, buona nuova, verrebbe da dire, anche perché non è sempre necessario innovare per convincere. A mancare, ancora una volta, è un picco significativo, quel brano che si erge su tutti a rappresentare l’insieme. Un peccato veniale, che non inficia la bontà di un percorso tra accelerazioni e toni soffusi, che punta a riscoprire il gusto per la sinergia a km 0 superando i limiti di una condizione che ci vuole soli e distanti.