I quattro album più deludenti di Bob Dylan secondo Ultimate Classic Rock

12-07-2026

Una classifica destinata a far discutere tra fan e appassionati: quella dei dischi più “deludenti” di Bob Dyan. Nemmeno un artista del calibro di Robert Zimmerman, autore di una delle discografie più influenti della storia del rock, è riuscito a evitare qualche passo falso. D’altronde, quando si pubblicano decine di album nell’arco di oltre sessant’anni di carriera, è inevitabile che non tutti riescano a soddisfare le aspettative. È da questa considerazione che parte Ultimate Classic Rock, che ha selezionato quelli che considera i quattro album più deludenti del cantautore americano. La rivista sottolinea però un aspetto fondamentale della carriera di Dylan: il musicista di Duluth non ha mai cercato di compiacere il pubblico. Al contrario, ha sempre inciso i dischi che desiderava realizzare, anche quando sapeva che avrebbero potuto spiazzare fan e critica. Una scelta che spesso gli ha permesso di reinventarsi e firmare nuovi capolavori, ma che in altre occasioni ha prodotto album giudicati disomogenei, incompiuti o semplicemente inferiori agli standard eccezionali della sua produzione.

In cima alla classifica compare “Self Portrait” (1970), probabilmente il caso più celebre. Dylan ha raccontato più volte di aver concepito volutamente quel doppio album per allontanare l’immagine del “portavoce degli anni Sessanta” che il pubblico gli aveva cucito addosso. In un’intervista del 1984 spiegò di essere esasperato dalla pressione dei fan e di aver voluto realizzare qualcosa che nessuno potesse apprezzare, così da essere finalmente lasciato in pace. Il risultato fu un disco frammentario, composto da cover, brani tradizionali e registrazioni eterogenee, accolto con durezza dalla critica. Lo stesso Dylan, con la consueta ironia, arrivò a dire che se doveva riempire un album di “spazzatura”, tanto valeva farne un doppio. Al secondo posto si trova “Dylan” (1973), un album anomalo nella sua discografia perché pubblicato dalla Columbia senza alcun coinvolgimento dell’artista. Il disco raccoglieva outtake delle sessioni di “Self Portrait” e “New Morning”, comprendendo sei cover, tre brani tradizionali e nessuna composizione originale. Ultimate Classic Rock riconosce che alcune interpretazioni, come quella di “Big Yellow Taxi” di Joni Mitchell, sono piacevoli, ma il vero limite del progetto è un altro: quelle registrazioni non erano mai state pensate per essere pubblicate né organizzate come un album. Per questo la delusione ricade più sulla casa discografica che su Dylan stesso.

La terza posizione è occupata da “Saved” (1980), il secondo capitolo della cosiddetta trilogia cristiana. Se “Slow Train Coming” viene generalmente considerato un lavoro riuscito e “Shot Of Love” contiene ancora diversi momenti significativi, “Saved” viene giudicato il punto più debole di quel periodo. L’assenza del produttore Mark Knopfler si fa sentire, gli arrangiamenti risultano meno incisivi e il disco appare meno ispirato, pur mantenendo intatta la sincerità della fede che Dylan esprime nei testi. Tra gli episodi più apprezzati viene citata “Pressing On”, ma nel complesso l’album non è mai diventato uno dei preferiti dei fan. Dylan, dal canto suo, difese sempre il lavoro, sostenendo che per lui aveva la stessa importanza del predecessore, nonostante risultati commerciali decisamente inferiori.
Chiude la graduatoria “Down In The Groove” (1988). Se molti indicano già “Knocked Out Loaded” come una delle prove meno convincenti degli anni Ottanta, Ultimate Classic Rock considera ancora più deludente il suo successore. Eppure il disco può contare su una formazione impressionante, con musicisti come Eric Clapton, Jerry Garcia, Ronnie Wood, Paul Simonon e Steve Jordan. Secondo la rivista, tuttavia, il talento degli ospiti non basta a dare unità a un album privo di una direzione precisa. Brani come “Silvio” mostrano ancora lampi del grande Dylan, ma non riescono a compensare un insieme poco coeso, che all’epoca ottenne anche uno dei peggiori risultati commerciali della sua carriera. Sarebbe stato però solo un momento di transizione: negli anni successivi Dylan avrebbe ritrovato ispirazione, inaugurando una nuova fase artistica.
La classifica di Ultimate Classic Rock, insomma, non mette in discussione la grandezza di Bob Dylan, ma dimostra come anche un artista capace di reinventarsi continuamente abbia attraversato periodi meno brillanti. E, come sempre accade quando si parla del Premio Nobel, non mancheranno i fan pronti a difendere proprio alcuni dei dischi finiti in questa lista.

Ecco dunque i quattro album più deludenti di Bob Dylan secondo Ultimate Classic Rock (qui il servizio completo).

“Self Portrait” (1970)
“Down In The Groove” (1988)
“Saved” (1980)
“Dylan” (1973)

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