La vulgata ufficiale vuole la storia dei Genesis suddivisa in due epoche: quella progressive guidata da Peter Gabriel e quella più pop con Phil Collins in veste di cantante. Una distinzione che, però, come abbiamo cercato di sottolineare anche in questo speciale, rischia di sminuire il contributo che Collins diede alla band sia prima, sia dopo esserne diventato il frontman.
Entrato nei Genesis nel 1970 come batterista, Collins fu infatti uno degli artefici del suono del gruppo durante gli anni d’oro del progressive. Il suo stile tecnico, potente e creativo contribuì in modo determinante alla realizzazione di album fondamentali come “Nursery Cryme”, “Foxtrot” e “The Lamb Lies Down On Broadway“, lavori che ancora oggi rappresentano vertici assoluti del rock degli anni Settanta.
Il successo planetario ottenuto negli anni Ottanta con hit come “Sussudio” e “Against All Odds” ha finito per oscurare, agli occhi di molti, il suo passato da straordinario batterista al servizio della band. Collins, tuttavia, ha sempre ribadito di non aver mai inseguito una carriera da popstar: la batteria è sempre stata il suo vero punto di riferimento e anche i successi pop dei Genesis – da “That’s All” a “Invisible Touch” – sono sempre stati il risultato del lavoro di tutta la band.
Tra i dischi della prima fase dei Genesis, “Foxtrot” occupa un posto speciale, anche nelle gerarchie di Phil Collins. L’album pubblicato nel 1972 – tra le altre gemme – contiene anche “Supper’s Ready”, la monumentale suite di oltre venti minuti considerata da molti il capolavoro assoluto del gruppo. Al suo interno, in particolare, si trova “Apocalypse in 9/8”, una delle pagine più celebri del repertorio della band, costruita su un’insolita suddivisione ritmica che è diventata un punto di riferimento per gli appassionati di rock progressivo. Una sezione che per Collins rappresenta “uno dei vertici” dell’esperienza della band inglese.
Eppure, proprio quella sezione, apparentemente così elaborata, nacque quasi per caso. “Quando tornai – ha racconta Collins – Mike Rutherford e Tony Banks avevano scritto ‘Apocalypse in 9/8’. Tony l’aveva composta senza pensare alle suddivisioni ritmiche. La suonai forse una o due volte e non ci pensai troppo. Fu uno di quei momenti in cui il registratore era acceso e riuscimmo semplicemente a catturare quello che stava succedendo. Probabilmente fu uno dei nostri migliori momenti spontanei”.
Il ricordo di Collins restituisce un’immagine diversa da quella comunemente associata al progressive rock, spesso considerato un genere costruito con precisione quasi matematica. Se molte band dell’epoca pianificavano ogni dettaglio delle proprie composizioni, i Genesis riuscivano invece a trasformare anche le idee più complesse in qualcosa di naturale grazie all’intesa tra i musicisti.
Per un batterista, affrontare un tempo in 9/8 rappresenta una sfida notevole. Collins, però, aveva già sviluppato una grande familiarità con strutture ritmiche irregolari, anche grazie all’esperienza maturata con i Brand X, e riuscì così a interpretare quel passaggio con una naturalezza sorprendente. È anche per questo che “Supper’s Ready” continua a essere considerata una delle opere fondamentali del progressive rock. Dietro la complessità della composizione non c’era soltanto una scrittura sofisticata, ma anche la capacità dei Genesis di lasciare spazio all’istinto. Per Phil Collins, la registrazione di “Apocalypse in 9/8” resta ancora oggi la dimostrazione che alcuni dei momenti migliori della band nacquero semplicemente suonando insieme, senza calcoli e senza schemi prestabiliti.
Composizione tra le più rappresentative dei Genesis, “Supper’s Ready” per oltre venti minuti tiene inchiodati con tutto quello che ci si aspetta dal progressive: intensità, tecnica mai fine a se stessa bensì al servizio della composizione e sempre da questa ben contenuta, complessità articolata, ma soprattutto idee, idee da vendere, senza sterili masturbazioni. Dal salotto di casa all’apocalisse e ritorno, la suite racconta il secondo avvento di Cristo sulla terra, la lotta contro l’Anticristo e la sua sconfitta, e dunque la definitiva conquista della nuova Gerusalemme per l’umanità, il tutto visto ovviamente come metafora della lotta del bene contro il male. Musicalmente c’è una enorme varietà di trovate e di accenti: dal classico, all’hard rock, al pop quasi cabarettistico e bambinesco, ai tempi dispari (“Apocalypse in 9/8”), e un ritmo marziale che porta alla conclusione di una intensità orchestrale quasi insostenibile. Tutto congiura per essere esagerato, ma non lo è: è musica che stupisce, ma senza orpelli inutili.
Nell’ultima ripetizione del tema, il rullante di Phil Collins si inserisce gradualmente, accompagnato dalle atmosfere solenni del mellotron. La progressione armonica cambia direzione e conduce il brano verso il suo momento culminante: “Apocalypse In 9/8”. La sezione si apre con la voce potente e quasi declamata di Peter Gabriel, sostenuta dalla chitarra ritmica, dall’organo e dagli incisivi accenti della batteria, prima di lasciare spazio allo straordinario intermezzo strumentale nato da un’improvvisazione collettiva di Tony Banks, Mike Rutherford e Phil Collins. Tony Banks ha raccontato così la genesi di quel passaggio: “Mike voleva creare un’alternanza tra chitarra e basso e iniziò a suonare, anche se in modo piuttosto istintivo, mentre Phil cercava di costruirci sopra un pattern ritmico. A quel punto gli suggerii di limitarsi a tre note, Mi, Fa diesis e Si, sulle quali avrei potuto sviluppare qualsiasi accordo, sia in tonalità maggiore sia minore. In minore, la musica può essere allo stesso tempo malinconica e luminosa, quindi avevo completa libertà armonica senza dovermi preoccupare del ritmo. Il risultato ci sorprese davvero”.
(Contributi di Marco Simonetti)