La dice lunga sul dibattito musicale odierno il fatto che gran parte delle chiacchiere attorno al nuovo disco di una band come gli Strokes, che si avvicinano a compiere trent’anni di attività e che hanno segnato l’immaginario rock del nuovo millennio, si riduca all’utilizzo massiccio dell’autotune da parte di Julian Casablancas. Evidentemente è più importante ribadire quanto il processore audio sia il male incarnato che soffermarsi sulle nuove canzoni di una formazione che, sei anni fa, con “The New Abnormal”, aveva dimostrato di sapersi reinventare e di aver, forse, inaugurato un nuovo ciclo.
Ecco, va detto subito che i newyorkesi quella strada, che nel 2020 aveva trasformato la loro proverbiale formula indie in una “splendida quarantenne”, hanno deciso di abbandonarla.
“Reality Awaits”, in realtà, non sembra voler seguire alcun tracciato di sorta. È un disco disordinato, caotico, che inizia in una maniera e finisce in un’altra, utilizzandone nel mezzo un altro paio.
Si comincia con “Psycho Shit”, un pezzo vagamente psichedelico, con le chitarre che si riscaldano col passare dei minuti e Casablancas che si produce in un’insolita, per lui, arringa politica. Sul finale catartico, Julian ne ha, cripticamente, per tutti: le guerre, il capitalismo, la disumanizzazione.
Dopo un finale ardente come quello di “Psycho Shit”, il midtempo “Dine N’ Dash” appare quasi come un anticlimax; del resto, riporta i testi verso una dimensione più malinconica e interiore, oltre che verso “Lonely In The Future”. Quest’ultimo è il pezzo del lotto più vicino al nu-garage degli esordi; tuttavia, si fa ricordare più per il rancoroso dissing a Fantano che per motivi musicali.
“Going To Babble On” e “Going Shopping” si presentano invece come un centro disco dai contagiosi risvolti feel good, mentre, dal punto di vista musicale, sono gli unici due brani che avrebbero trovato posto e senso nel superbo disco precedente della band newyorkese.
Ma veniamo anche noi all’autotune, elemento essenziale del disco e, soprattutto, della sua ultima sezione. Come ogni strumento, se utilizzato come elemento costituente ed essenziale di una cifra stilistica, può risultare necessario. Al contrario, superfluo. In “Reality Awaits” il processore è ovunque; a volte è utile, altre meno. Fa, ad esempio, di “Falling Out Of Love” una delle ballad romantiche più languide e riuscite della band, con Casablancas che, tra i florilegi di chitarra lunari, canta una serenata con la voce di un robottino innamorato con le pile scariche. Ma soprattutto conferisce alle conclusive “The Fruits Of Conquest” e “Tyrants Of The Mellow Moon” un irresistibile mood retrofuturista che ricorda da vicino l’immortale “Instant Crush” dei Daft Punk (con Casablancas alla voce).
“Reality Awaits” non è un disco che ricorderemo tra i migliori della band, né tantomeno come il contenitore di qualche hit che non potrà mancare nelle setlist dei concerti. Il settimo disco degli Strokes è un esperimento, un menefreghista atto di libertà creativa. Un labirinto verso il nulla, difficile da decifrare, ricco di sorprese, di qualche imprevisto e di qualche scorcio abbagliante.
26/07/2026