La compresenza dei morti e dei viventi, a volte, sembra quasi di poterla toccare. Charley Patton, Big Joe Turner, Jimmy Reed: eccoli, sono tutti qui, nel crepuscolo di questo 2 novembre, il giorno dei morti. Insieme a loro, ci sono le ombre di quelli che abbiamo amato, di quelli che abbiamo perso. È Bob Dylan a chiamarli a raccolta. “Tutti gli esseri che mai furono e che sono”, direbbe Aldo Capitini, “tutti insieme confluendo”. Lungo la riva del fiume, il vecchio cantore li convoca con la sua voce da negromante. Guardano insieme a noi lo scorrere lento delle acque: forse è il Mississippi, forse è l’Acheronte. “This old river keeps on rollin’, though”. Stanotte i confini tra i mondi sembrano più labili che mai.
L’ultima volta che Dylan è stato a Milano era il 2023. Eravamo nel cuore del tour di “Rough And Rowdy Ways”, quello strano e singolare esperimento che per quasi cinque anni ha portato in giro per tutto il mondo le stesse canzoni, trasfigurandole sera dopo sera in qualcosa di completamente diverso.
Ora siamo nell’era delle stagioni: dalla “Long Hot Summer” alle “Lights Of Autumn”, il tour infinito di Dylan sembra inseguire la circolarità del tempo. A giugno, senza nessun preavviso, i due chitarristi che lo avevano accompagnato negli ultimi anni (Doug Lancio e Bob Britt) sono spariti dalla scena. Al centro del palco, adesso, c’è l’unica vera certezza rimasta, Tony Garnier al basso. Accanto a lui Anton Fig, lo storico batterista dello show di David Letterman, che da un anno e mezzo circa è al seguito della carovana. Ai due estremi opposti, alle chitarre, gli ultimi arrivati, entrambi virtuosi del jazz: Joel Patterson e Julian Lage (che solo da una notte ha preso il posto di Mike Seal per le restanti date europee).

E poi, ovviamente, c’è lui. Con un cappuccio scuro calato sulla testa e un passo malfermo da ottuagenario, Mr. Zimmerman va a nascondersi dietro le tastiere. Un monaco solitario e taciturno, che potrebbe essere uscito da qualche pagina de “Il nome della rosa”: tutta la notte chiuso nello scrittorio, a lume di candela, intento a miniare il suo bestiario apocalittico.
Luci soffuse, un grande sipario grigio come unica scenografia. Cellulari banditi. Ma ancora non basta: Dylan sembra voler scomparire dentro le sue canzoni. Il manifesto idiosincratico di “It Ain’t Me, Babe”, non a caso, è una delle pochissime concessioni al repertorio degli anni Sessanta: “I’m not the one you want, babe/ I’ll only let you down”, proclama ancora una volta Dylan, scandendo i versi con risolutezza. Non illudetevi, o voi ch’entrate.
Le acque del fiume, intanto, si sono fatte minacciose, hanno travolto gli argini: “High Water”, 25 anni dopo “Love And Theft”, è il diluvio biblico in cui ormai ci troviamo immersi, tra l’insinuarsi nervoso della chitarra e un tuonare incombente di tamburi.
Questo, però, è l’autunno di “Time Out Of Mind”: e dopo la terra desolata di “Love Sick”, tocca a “Tryin’ To Get To Heaven” travestirsi da gemella illegittima di “One More Cup Of Coffee”, come una litania gitana in cerca dei cancelli del paradiso. È lo stesso gioco di specchi di “Fragments”, in cui ogni brano si riflette nel suo doppio: ecco “Not Dark Yet”, ma invece di una cupa ruminazione diventa un viaggio funkeggiante al termine della notte, quasi un apocrifo di “Slow Train Coming”. Poi, a un cenno del Gran Maestro, l’ottimo Julian Lage lascia danzare la sua chitarra sul blues di “Million Miles”, e arrivano gli applausi a scena aperta della platea. Dentro c’è tutta la parabola del mestiere di vivere: “I’m trying to get closer/ But I’m still a million miles from you”.
Per i chiaroscuri dylaniani, a dire il vero, sarebbe servito uno spazio raccolto come quello del Teatro degli Arcimboldi, che aveva ospitato le ultime sortite milanesi del Nostro. L’Unipol Dome di Santa Giulia – l’arena inaugurata per le olimpiadi invernali di Milano-Cortina – è un contesto molto più dispersivo, e il volume troppo basso della musica non aiuta di certo.
Il pubblico, però, è subito pronto a rispondere appena Dylan alza il tono, come quando impersona Bo Diddley pestando sui tasti del piano in “I Can Tell” o quando rende omaggio alla genealogia dei vecchi bluesmen in una sfavillante “Goodbye Jimmy Reed”. Ed è impossibile non farsi trascinare dalla maniera con cui “When I Paint My Masterpiece” ruba le movenze swing di “Istanbul (Not Constantinople)”: forse è proprio in una vecchia sala da ballo che si nasconde il segreto, quel fatidico capolavoro che – ormai lo abbiamo capito bene – non è fatto per essere fissato mai in una forma definitiva.

C’era un tempo, non molti anni fa, in cui un concerto di Dylan poteva salvarsi giusto per un momento o due. Ora quasi ogni brano meriterebbe un capitolo a sé. Così, anche “Tangled Up In Blue” cambia pelle ancora una volta, prendendo le fattezze di una rarefatta ballata pianistica. Non c’è più posto per matematici e mogli di falegnami, nei versi della canzone-simbolo di “Blood On The Tracks”: in questa ennesima riscrittura (ma all’inizio del tour erano comparse addirittura intere strofe inedite) c’è una commedia umana sospesa tra la cima e l’abisso, una Spoon River dove i nomi scritti a lettere di fuoco non sono diversi da quelli perduti nella memoria. Perché nel canto di Dylan abita lo stesso spirito che Cesare Pavese trovava tra le lapidi di Edgar Lee Masters, lassù sulla collina: “Una consapevolezza austera e fraterna del dolore di tutti, della vanità di tutti”.
Tra il profilo oscuro del cavaliere di “Black Rider” e la fiaba sognante di “Under The Red Sky”, Dylan evoca un’altra ombra, quella di Jerry Lee Lewis: la cover della sua “I Can’t Seem To Say Goodbye” è un breve attimo di struggimento, un groppo in gola che impedisce di dire addio. Fuggono i giorni, fugge il sole dietro l’orizzonte. Ma verrà il tempo in cui l’alba sorgerà a ponente e il tramonto calerà a levante, annuncia Dylan con quella voce che sembra sempre provenire da un altro luogo, eppure risuona più che mai viva e presente: è la classica “I Shall Be Released”, stavolta, a fare da commiato, invocando lo stesso compimento che tre anni fa vibrava tra le note di “Every Grain Of Sand”. L’armonica – l’armonica così rara, ormai, nelle canzoni di Dylan – ha la solennità di una liturgia gospel. Tutti in piedi, e anche Bob si alza faticosamente per l’unico cenno di saluto di tutta la serata. “Any day now, any day now/ I shall be released”.
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