Il nuovo album di Rosalía ha raccolto plausi a ogni latitudine durante il 2025, venendo presentato come il più importante disco spagnolo del nuovo millennio da testate anglofone che però, prima di oggi, mai si erano interessate alla Spagna. Questa selezione mirerà quindi a presentare un possibile panorama, in rigoroso ordine cronologico, della musica che è stata importante per il paese in questione dal 2001 a oggi: quindici dischi che si muovono dal rock alternativo al pop mainstream, dalle chitarre flamenco ai ritmi elettronici, senza scordare lingue minoritarie ma culturalmente significative quali catalano, basco e galiziano.
Nella sezione "discografia" è stata allegata una playlist Spotify con un brano per ogni album presente nell'articolo.
Estrella Morente – Mi cante y un poema (2001)
Enrique Morente è uno degli artisti più importanti nella storia del flamenco e come spesso accade in un genere che è giunto ai giorni nostri tramite dinastie di suonatori, cantanti e danzatori che si sono tramandati il sapere, anche lui ha avuto una prole a cui ha trasmesso la propria passione. Estrella è la maggiore dei suoi tre figli, tutti affermati cantanti, e questo suo album di debutto irruppe sulla scena con grande clamore: in scaletta sono inclusi dodici standard del flamenco, più un brano firmato da Estrella ("Morgue") e uno da Enrique ("A pastora"), che dirige l'intero progetto come produttore. Il disco vanta un approccio rigoroso al genere, con arrangiamenti che evitano qualsiasi contaminazione col pop radiofonico in un'epoca in cui la pratica è ormai trasversale, ma in qualche modo il suo intrico di virtuosismi chitarristici, complesse figure ritmiche e intensi melismi vocali riesce a imporsi, superando le 100mila copie vendute.
Antònia Font – Alegria (2002)
A partire dai primi anni 2000 la scena catalana ha sviluppato una ricca scuola di cantautori e band dediti a un indie pop delicato e intimista, influenzato dal folk contemporaneo e da arrangiamenti cameristici. Lo si può in qualche modo considerare un erede spirituale della nova cançó (nuova canzone), movimento il cui approccio poetico aveva caratterizzato la parte finale della dittatura franchista. Guidati dal chitarrista e autore Joan Miquel Oliver, gli Antònia Font sono gli iniziatori di questo nuovo chamber pop alla catalana e tutti i successivi esponenti della scena (Mishima, Manel, Amics de les Arts, Maria Rodés ecc.) devono loro qualcosa, se non tutto. "Alegria" è il loro terzo album, quello in cui la loro formula raggiunge la maturità e che grazie alla title track li rende popolari. La raffinatezza della strumentazione – con tanto di accenni jazz e spunti esotici – e la voce sussurrata di Pau Debon colorano un vertice che nel campo è rimasto ineguagliato.
Ojos de Brujo – Barí (2002)
Nati a Barcellona sul finire degli anni Novanta, gli Ojos de Brujo sono stati un collettivo che si è mosso nei circuiti alternativi almeno per i primi dieci anni di carriera, durante i quali hanno dato un contributo fondamentale all'espansione dei confini del flamenco. Ottengono una notevole attenzione grazie a questo secondo album, in cui il canto di Marina "la Canillas" Abad riesce a spaziare dal melisma gitano allo scioglilingua rap, le linee di basso di Juan Luis Leprevost sfociano nella jazz fusion, la chitarra flamenca di Ramón Giménez dimostra di saper affrontare tanto la tradizione del proprio genere di riferimento quanto il funk, gli scratch di Dj Panko aprono all'hip-hop, e i tre percussionisti colorano i ritmi di sfumature afrocubane. Il gioco di fughe strumentali, stop, ripartenze e passaggi sghembi sfocia in più di un tratto a un passo dal prog, con rimandi in particolare alla gloriosa scuola del rock andaluso, che caratterizzò la scena spagnola degli anni Settanta.
Bebo Valdés & Diego el Cigala – Lágrimas negras (2003)
Nel 2000 il regista spagnolo Fernando Trueba pubblica il documentario "Calle 54", in cui celebra la scena del jazz latino orbitante intorno ai Sony Music Studios di New York, dove nella seconda metà del Novecento confluirono musicisti dall'intera scena iberoamericana. Conosce così il grande pianista jazz cubano Bebo Valdés. Al tempo stesso, Trueba è molto interessato alla cultura gitana, e si mette in testa di creare un disco transculturale suonato da Valdés e cantato dal migliore fra i nuovi nomi del flamenco, ossia il madrileno Diego el Cigala. Mette così in contatto i due, che all'epoca hanno rispettivamente 83 e 33 anni. Il delicato tocco strumentale di Valdés e il canto sofferto ma trattenuto di Diego si muovono fra standard del bolero, della copla, del tango, perfino della bossa nova, trasformandoli tutti in un setoso ibrido fra jazz pianistico e flamenco. Successo commerciale oltre ogni aspettativa, con 300mila copie vendute sul solo mercato spagnolo.
Standstill – Vivalaguerra (2006)
Il nome meno noto fra quelli selezionati per l'articolo, gli Standstill sono una band indie rock nata a Barcellona nei tardi anni Novanta. Guidati dal cantante e chitarrista Enric Montefusco, dedicano la prima parte di carriera a un post-hardcore dalle sonorità molto dure, con voci gridate e chitarre elettriche assordanti, cantato in inglese. Nonostante la passione profusa, non è musica che brilli per originalità. Poi nel 2004 arriva la svolta: l'album "Standstill" placa almeno in parte le sonorità e introduce i testi in spagnolo. Altri due anni e "Vivalaguerra" completa la mutazione: con l'ingresso del polistrumentista Ricky Falkner, in seguito uno dei produttori più richiesti della scena alternativa locale, gli arrangiamenti si fanno nettamente più complessi, con una miscela di rock alternativo, prog e post-rock in cui le chitarre elettriche si trovano spesso accompagnate da densi strati di tastiere e campionamenti. La rivista indie Mondosonoro lo elegge disco spagnolo del decennio.
Extremoduro – La ley innata (2008)
Il rock urbano emerse in Spagna nei tardi anni Settanta e consisteva in un misto di hard rock, blues e pub rock, con qualche incursione verso i lidi più muscolari del prog. I testi trattavano di alienazione, conflitti con le autorità, vita nei quartieri popolari e altri temi di cui il pubblico più giovane aveva assoluto bisogno durante la transizione verso la democrazia. Dopo circa un decennio la sua spinta era tuttavia considerata esaurita: fu in quel momento che emersero gli Extremoduro, guidati dal cantante e chitarrista Robe Iniesta e destinati a generare un revival del genere, diventandone il nome più iconico. "La ley innata", loro decimo album, è uno dei capolavori del rock ispanofono. Nonostante una componente prog più marcata che mai, del tutto estranea alle logiche commerciali degli anni Duemila, raggiunse il numero 1 in classifica. Iniesta è morto il 10 dicembre 2025, per complicazioni legate a un embolo polmonare, generando un cordoglio nazionale.
La Casa Azul – La Polinesia meridional (2011)
All'alba degli anni Novanta il twee pop britannico generò una curiosa filiazione spagnola nella città di San Sebastián (Donostia, in basco), che a sua volta influenzò molto indie pop emerso nel resto della nazione nella seconda metà del decennio. Fu allora che venne coniato il termine tontipop, per indicare un'ondata di band che mescolavano chitarre power pop, tastiere giocattolo, orchestre zuccherose e coretti influenzati dal lato più giocoso degli anni Sessanta (lo yéyé francese, il bubblegum pop americano). L'esponente più noto e creativo del genere è il cantante Guille Milkyway, da Barcellona, alla guida del progetto La Casa Azul sin dai primi anni 2000. "La Polinesia meridional" è il suo terzo album, il primo a toccare la top 20 e in cui l'elettronica assume una posizione di peso negli arrangiamenti, anziché limitarsi a ricamare: questo consente al sound di guadagnare in contemporaneità e dinamismo, generando uno dei migliori dischi pop ispanofoni dell'epoca.
Vetusta Morla – La deriva (2014)
Sestetto originario di Tres Cantos, i Vetusta Morla sono fra le band più importanti dell'indie rock spagnolo. Hanno debuttato nel 2008 con "Un día en el mundo", oggi considerato un classico, a cui è stato però preferito questo terzo album, che li portò per la prima volta al numero 1, ma soprattutto alzò l'asticella dell'ambizione dal punto di vista musicale, con arrangiamenti più densi che in passato (non a caso, è anche il primo lavoro in cui vengono supportati da un discreto stuolo di turnisti). Le chitarre poggiano su timbri abrasivi, senza però mai eccedere coi volumi, supportate dai toni orchestrali delle tastiere, mentre la batteria, capace di cavalcate tambureggianti così come di passi felpati suonati con le spazzole, è talvolta rafforzata da discreti effetti elettronici. La voce di Pucho si insinua fra le trame degli strumenti col suo tipico fare che alterna atmosfere delicate a graffi che finiscono a un passo dall'emo, spesso armonizzando coi cori degli altri membri.
Berri Txarrak – Infrasoinuak (2017)
I Berri Txarrak (Cattive notizie) sono la più importante rock band bascofona e il loro impatto culturale è difficile da sottovalutare: pur cantando in una lingua compresa dall'1,4% della popolazione spagnola, sono riusciti a piazzare quattro dischi nella top 20 nazionale. "Infrasoinuak" è il loro nono album e quello che ha posto fine alla loro carriera, prima che il cantante e chitarrista Gorka Urbizu decidesse di muoversi in proprio. La scaletta spazia fra rock alternativo, emo e hardcore punk melodico, pur con passaggi strumentali ambiziosi, quasi prog, che allontanano il risultato complessivo dalle scorie nu metal di diverse loro pubblicazioni passate. La produzione è affidata a Bill Stevenson, membro di gruppi storici della controcultura statunitense, quali Descendents e Black Flag: non è la prima collaborazione di prestigio per Urbizu e soci, già in precedenza affiancati, fra gli altri, da Tim McIlrath (Rise Against), Steve Albini, Ed Rose e Ross Robinson.
Niño de Elche – Antología del cante flamenco heterodoxo (2018)
Il quinto album solista del cantante flamenco Niño de Elche, nato e cresciuto nella provincia di Alicante, è un'opera che ridefinisce i confini del genere. Realizzato con l'appoggio del polistrumentista Raül Refree, uno dei più importanti produttori spagnoli, il doppio cd contiene 27 brani per un'ora e tre quarti di musica senza concessioni, attraversata da droni d'organo, rumori ambientali, collage vocali, pianoforti trattati e filtri elettronici. Tutti i brani sono reinterpretazioni di canti tradizionali o del repertorio di autori importanti, citati apertamente nei titoli in segno di riverenza. Alcuni adattamenti sono a dir poco inattesi, come quelli di Dmitri Shostakovich e Tim Buckley, peraltro perfettamente integrati al resto. L'antologia è stata accolta con entusiasmo dalla critica, per quanto fosse destinata a un pubblico ristretto. Il Niño sarebbe in seguito divenuto noto al grande pubblico grazie alle sue collaborazioni con C. Tangana.
C. Tangana – El madrileño (2021)
Con questo album C. Tangana si allontana dalle sonorità della trap per intraprendere un viaggio nella storia del folclore spagnolo e latino, benché caratterizzato da una produzione sempre urbana e contemporanea, grazie al supporto del cantautore catalano Alizzz. La forza del lavoro sta nella varietà stilistica e nel ricorso a ospiti mai decorativi, ma funzionali al racconto: fra i tanti, nomi storici del flamenco come Kiko Veneno e i Gipsy Kings, un nuovo prodigio del genere quale Niño de Elche, ma anche grandi nomi della musica d'autore sudamericana, come Jorge Drexler, Andrés Calamaro e Toquinho. "Demasiadas mujeres", "Tú me dejaste de querer", "Ingobernable" e "Los tontos" sono brani che impongono nuovi standard al flamenco pop , mentre i momenti più intimi – su tutti "Nunca estoy" – rivelano il lato fragile dell'artista. Coeso, identitario e senza tempo, "El madrileño" è forse il più importante disco mainstream spagnolo di questo quarto di secolo.
Zahara – Puta (2021)
L'andalusa Zahara, classe 1983 e attiva professionalmente dal 2005, è una delle figure più rilevanti del pop alternativo spagnolo. È nota per una scrittura intimista e coraggiosa, che raggiunge una piena maturità in questo suo settimo album. Anticipato da "Merichane", manifesto lucido e doloroso delle sue esperienze personali e lavorative, il disco affronta temi come la sessualità, i sensi di colpa, la violenza psicologica e i contraccolpi legati alla fama con una sincerità disarmante. A colpire è anche l'ambiziosa produzione, curata dal polistrumentista Marti Perarnau IV (già membro dei Mucho), che costruisce oscuri paesaggi electropop, tra cori magniloquenti ("Dolores"), house pianistica e synth avvolgenti ("Berlin U5"), fino a sfociare in suoni distorti a un passo dall'industrial ("Joker"). Disco catartico e necessario, simbolo di resistenza emotiva e consapevolezza femminile, "Puta" ha debuttato al numero 2 in classifica, risultando il vertice commerciale della cantautrice.
Baiuca – Embruxo (2021)
Con questo suo secondo album Baiuca – al secolo Alejandro Guillán – innesta la tradizione musicale della Galizia su una struttura elettronica contemporanea, senza forzature, né folklore da cartolina. Il disco rilegge canti e ritmi popolari attraverso un suono rotondo e spazioso, vicino alla deep house, in cui percussioni stratificate, synth discreti e voci arcaiche convivono in equilibrio. Centrale è la collaborazione con interpreti della scena locale, in particolare il coro femminile Lilaina e il cantante folk asturiano Rodrigo Cuevas, la cui voce è protagonista del singolo "Veleno", che unisce sensualità, ironia e immaginario magico. Guillán dimostra un’ossessione fertile per il ritmo, mescolando metriche tradizionali, cassa dritta e influssi world music che non snaturano i materiali di partenza. "Embruxo" è un lavoro evocativo e coerente, capace di rendere attuale il patrimonio galiziano e di attestarsi fra i migliori risultati della più recente folktronica europea.
Rojuu – Kor Kor Lake (2022)
Roc Jou Morales, in arte Rojuu, nasce a Barcellona nel 2003. Emerge da ragazzino su YouTube commentando musica, prima di iniziare a produrne di propria. Ha già alle spalle sei album e tre Ep quando, appena diciannovenne, pubblica "Kor Kor Lake", il suo primo disco distribuito anche in cd. L'opera raccoglie e rielabora tutte le traiettorie della sua crescita artistica, fondendo indie rock, urban sound e dance elettronica in un immaginario etereo e introspettivo, debitore tanto dell'emo quanto dell'animazione giapponese. Prodotto dal venezuelano Carzé (suo amico di lunga data) e da Harto Rodríguez (già al fianco di C. Tangana), vanta gioielli come "Nezuko" e "Cuanto tiempo nos queda", sospesi fra chitarre arpeggiate, tastiere sognanti e un canto sussurrato. Nella seconda parte la scaletta si apre a cloud rap, digicore e drum and bass, in un turbine di eclettismo. Il disco ha raggiunto il numero 22 in classifica, risultato purtroppo non bissato dalle sue successive pubblicazioni.
Sílvia Pérez Cruz – Toda la vida, un día (2023)
"Toda la vida, un dia" conferma Silvia Pérez Cruz come una delle voci più originali e significative della musica d'autore ispanofona contemporanea. Questo album, che giunge dopo diciott'anni di carriera, unisce folk, jazz e flamenco in 21 brani che sposano atmosfere intimiste e arrangiamenti sofisticati, dove gli strumenti acustici dominano, quelli elettrici si muovono con passo felpato e sporadici interventi elettronici colorano delicatamente il panorama. La scaletta è divisa fra spagnolo e catalano, pur non mancando parentesi in altre lingue (portoghese, francese) che generano un respiro internazionale, anche grazie all'ampio stuolo di collaboratori coinvolti (si va da Natalia Lafourcade, stella della musica messicana, alla cantante folk argentina Liliana Herrero, passando per il coro italiano Cima Tosa). L'album si è fermato al numero 12 in classifica, in flessione rispetto ai precedenti risultati di Pérez Cruz, ma rappresenta senza dubbio la sua opera più elegante e ambiziosa.
Ringrazio i colleghi Giacomo Rivoira, Marco Sgrignoli e Gioele Sforza: parti di loro recensioni per OndaRock sono state rielaborate e usate nel corso dell'articolo.