Un evento messianico. Una data che segna uno spartiacque nell’evoluzione new romantic dell’epopea wave targata anni 80. Il 1° luglio 1980 David Bowie scese i gradini del seminterrato di Covent Garden che ospitava il Blitz Club. Una sorta di tempio in suo onore, dove un manipolo di eccentrici devoti di Ziggy Stardust davano vita a sfrenati party nel cuore della Londra più glamorous. Si trattava, di fatto, di una nuova sottocultura che stava attecchendo in Gran Bretagna in quei giorni tra i figli degeneri del punk, irrimediabilmente corrotti da un gusto decadente e narcisista. Un’estetica capace di sposare musica e moda in un voluttuoso abbraccio. Era la stagione new romantic, che avrebbe mutuato l’ideologia libertaria e anticonformista del glam-rock in una nuova ubriacatura di look sgargianti e provocazioni culturali, sostituendo la spoglia desolazione del punk con un sogno in technicolor. Ecco allora pirati dal trucco stilizzato, chic effeminati, kids agghindati con abiti geometrici e neo-aristocratici dalle capigliature cotonate. A capitanarli, il gallese Steve Strange, agitatore culturale della nightlife londinese e fondatore dei Visage, uno dei gruppi-chiave della nuova scena, assieme a Ultravox, Spandau Ballet, Duran Duran, Culture Club, Adam & The Ants, Human League & C.
Rito iniziatico
Per molti di loro, proprio l’apparizione di David Bowie a Top of the Pops con “Starman” nel 1972 aveva rappresentato una sorta di rito iniziatico. Una notte indimenticabile, quella del 5 luglio 1972, quando dagli schermi televisivi dei sudditi d’Albione affiorò quell'eccentrico rocker dai capelli rossi, stretto in una luccicante tutina policroma, attorniato dagli Spiders from Mars mentre intonava i versi del suo nuovo inno: “There's a starman waiting in the sky/ He'd like to come and meet us/ But he thinks he'd blow our minds”. Il messaggio recapitato dall’Uomo delle stelle aveva folgorato un’intera generazione di giovani britannici: “Nel momento in cui cantava ‘I had to phone someone so I picked on you’, Bowie ha indicato la telecamera e sapevamo che stava cantando quella frase per noi e per tutti i ragazzi che in quel momento erano incollati davanti alla trasmissione. È stata una vera chiamata alle armi che ci ha messo sulla strada che presto avremmo seguito", racconteranno i Cure. E parole analoghe torneranno anche nelle testimonianze della generazione new romantic racchiuse in “Blitzed!”, il documentario definitivo su quella inebriante stagione musicale.
Proprio le canzoni berlinesi del Duca Bianco - oltre ai classici di Giorgio Moroder, Kraftwerk, Yellow Magic Orchestra, Roxy Music e delle neonate leve sintetiche inglesi (Human League e The Normal su tutti) - facevano la parte del leone nelle notti sfrenate del Blitz, sparate a tutto volume dalla console saldamente tra le mani del vigoroso dj Rusty Egan. La cifra stilistica dei cosiddetti Blitz Kids rifuggeva, insomma, la sciatteria e l'anonimato a favore di una connotazione creativa ed eccentrica, mettendo alla porta tanto l'estetica giovanile britannica quanto quella americana, in favore di una rivisitazione in chiave chic-kitsch della Mitteleuropa finita sugli scudi proprio grazie a Moroder, ai Kraftwerk e a quegli esuli anglo-americani che avevano riscritto da Berlino le pagine del rock d'avanguardia nel triennio 77-79 (la sacra triade Bowie-Eno-Iggy, per intenderci).
Così quando David Bowie apparve in carne e ossa al Blitz, laddove perfino Mick Jagger sarebbe stato clamorosamente escluso dal padrone di casa Steve Strange in quanto “non vestito abbastanza bene”, l’emozione collettiva fu irrefrenabile. “Vi fu anche chi pianse”, confesseranno alcuni reduci di quella stagione nel succitato docufilm “Blitzed!” di Bruce Ashley e Michael Donald (2020).
Casting neoromantico
Il Duca Bianco era sceso tra i suoi adepti con un obiettivo preciso: reclutare le comparse del videoclip del suo nuovo, dirompente singolo, di nome “Ashes To Ashes”. I quattro fortunati che campeggeranno in abiti eccentrici tra le solarizzazioni del celebre corto sonoro saranno lo stesso Steve Strange, la designer Judith Frankland e due amiche di Strange, la stilista Darla-Jane Gilroy, talento della moda britannica tra gli Ottanta e i Novanta, e la futura modella Elise Brazier, nei panni della ballerina vestita a festa. E memorabile resterà anche quel videoclip, secondo alcuni addirittura il capostipite della concezione moderna di videomusica come la concepiamo oggi.
Girato dal fidato regista David Mallet su una spiaggia vicino Hastings, in Inghilterra, il video di “Ashes To Ashes” raffigura Bowie nei panni di un nuovo personaggio dal grande impatto visivo: un allucinato Pierrot post-atomico, realizzato dalla costumista Natasha Korniloff, già nell’entourage di Lindsay Kemp per “Pierrot in Turquoise”. È lui il protagonista della celebre processione catturata in quelle immagini acide: quasi un corteo funebre, guidato dal clown, con tre bizzarre figure ecclesiastiche (un sacerdote, due suore) e una ragazza vestita a festa seguiti da un minaccioso escavatore. In onirica sequenza, si alternano le immagini di un astronauta appeso a un mostruoso macchinario in un ambiente stile "Alien" di Ridley Scott, prigioniero in una cucina che esplode, poi in una stanza dalle pareti imbottite, prima di staccare nuovamente sulla spiaggia, dove il Pierrot, già ammonito da un’anziana donna apparsa sul bagnasciuga (la madre di David?), si inabissa in mare e una pira funeraria brucia immagini e contorni. Polvere alla polvere.
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Il carattere disturbante delle immagini è sottolineato anche dalla fotografia e dai colori, acidi e antinaturalistici, abrasivi come in pochi altri video degli anni Ottanta. “Il montaggio di immagini surreali, dal sottotesto piuttosto disturbante, il budget considerevole, la sperimentazione di effetti ottici come il chromakey, il fatto stesso che il filmato si basi su uno storyboard progettato minuziosamente dal cantante insieme al regista, fanno di ‘Ashes To Ashes’ il primo video musicale in grado di andare oltre il semplice compito di promozione di un brano; esso si trasforma di fatto in nuovo medium nel quale è possibile elaborare un linguaggio visivo peculiare, e comunicare qualcosa”, sottolinea Lorenzo Salzano nello speciale "Sound and vision".
Del resto, musica e immagine sono due componenti inscindibili nell’arte di David Bowie. Tra tutti i membri dell'aristocrazia rock, il Duca Bianco è stato il più consapevole del valore delle immagini e il più abile nello sfruttarle, rendendole parte integrante della sua opera. Così già a partire dagli anni Settanta aveva sviluppato una pionieristica attitudine al videoclip che nel decennio successivo, l’era di Mtv, avrebbe maturato appieno, ponendosi all’avanguardia (anche) della luccicante stagione della videomusica.
Con il refrain accattivante della guitar synth di Chuck Hammer, i ritmi in levare e gli archi sintetici, contrappuntati dal potente basso funky e dal cantato stratificato di Bowie, “Ashes To Ashes” stregherà il pubblico, schizzando in vetta alla Uk Chart. E negli occhi di tutti resterà quel memorabile videoclip, visionaria espressione dei complessi rimandi intertestuali e autobiografici del testo. A partire dal ritorno del personaggio di Major Tom di "Space Oddity" trasformato in un “junkie”, un tossico perso in una depressione senza fine.
In un colpo solo, con il videoclip di “Ashes To Ashes”, Bowie si era posto all’avanguardia di un nuovo modo di concepire musica e immagine, che avrebbe trovato lo sbocco naturale nella stagione di Mtv, e di una nuova declinazione della new wave. Grazie proprio a quella storica notte di luglio del 1980, il movimento new romantic rinsalderà il suo legame indissolubile con l’arte del Duca Bianco e farà di “Ashes To Ashes” il suo brano-feticcio, il manifesto di una nuova epopea musicale degli “young dudes”.
(Foto di Tommy Crowley)