Un’ora e quaranta minuti di musica compressi in una ipotetica, interminabile suite intitolata “Distopia”. Claudio Milano ci ha già abituato a opere ambiziose e refrattarie a ogni compromesso, ma con “Flipper (Folk Songs For The Judgement Day)” supera ogni soglia di ragionevolezza e buon senso per spingersi oltre l’immaginabile. Un lavoro che sembra letteralmente impossibile nell’epoca dello streaming rapido, distratto e compulsivo: brani di mezz’ora, una densità verbale e musicale esasperata, un accumulo di citazioni e detriti sonori per un disco che oggi non dovrebbe esistere.
L’idea di “Flipper” nasce circa vent’anni fa come omaggio al centenario di Luciano Berio (1925–2003), in particolare ai suoi “Folk Songs” e alle “Beatles Songs”: esempi di attraversamento colto della musica popolare e pop. Ma Claudio Milano rovescia radicalmente l’operazione. Dove Berio trasportava il materiale popolare nell’alveo della musica colta, nobilitandolo, “Flipper” invece trasforma il pop e il folk in oggetti da discarica perduti nella memoria. Allo stesso tempo compie una operazione inversa rispetto quella più tradizionale del mainstream. Va dal pop alla classica (come Berio), operazione molto più nobile e complessa della ormai frequentissima semplificazione, quasi sempre banalizzante, della classica trasformata in materia sonora buona per tutti i gusti. Ne nasce un oggetto sonoro impazzito, che rimbalza nella storia musicale del Novecento come una pallina da flipper, senza ordine apparente. “Distopia” – sei movimenti per quasi cento minuti – è un colossale esperimento di trasformazione degenerativa della musica folk e popolare: un flusso schizofrenico di pensieri musicali discontinui, privi di sviluppo narrativo, regolati da una logica interna che resta deliberatamente opaca.
Su questo magma si innesta l’elettronica di borda (Teo Ravelli), reduce da “Ta-pum” (2025): droni, manipolazioni e rumori costruiscono uno sfondo apocalittico e repressivo al canto e al pianismo novecentesco di Milano. Il progetto si chiarisce per contrasto: se Berio cercava una sintesi storica, Milano ne certifica l’impossibilità. Come i Residents, scava nella discarica della memoria popolare creando un collage mostruoso da mostrare nel giorno del giudizio. Il folk non è più radice, ma colonna sonora degradata del post-apocalisse.
In “Distopia #1 – Nobiltà Decaduta” (trenta minuti) convivono pianismo da camera, avanguardia novecentesca, melodie di Édith Piaf, Tori Amos, Luigi Tenco e tanti altri, fino a un canto religioso ridotto a frammenti ossessivi, quasi una preghiera priva di destinatario. La voce si trasforma in loop, evocando strutture minimaliste alla Philip Glass, mentre la musica si cristallizza in ambiente statico, rigorosamente non narrativo, capace di contenere simultaneamente, nello stesso istante, tutta la propria storia, al di fuori di spazio e tempo.
Milano distrugge definitivamente la forma-canzone, sabotandola dall’interno e celebrandone la decomposizione. Dopo anni di sperimentazione, la sua musica sembra arrivare a uno stadio terminale: l’ultimo, putrefatto saluto alle folk songs. Eppure “Flipper” è anche un gesto rivoluzionario, un’opera fuori dal tempo. Nell’epoca della dittatura dell’intrattenimento, è un lavoro che rifiuta ogni consolazione e ogni compromesso, rovesciando l’idea stessa di ascolto.
Opera militante, aliena e intransigente, “Flipper” rivendica il diritto di essere incompatibile con il presente. La scritta “Trumpf” in copertina – traducibile in carta vincente, vittoria – usata come fumetto grottesco, allude a un mondo dominato da retoriche imperiali, guerre e riarmi. Un altro segnale di estraneità.
La versione presente su Bandcamp è quella integrale di cento minuti ed è quella a cui si riferisce la recensione. Quella su Spotify e su cd è una versione ridotta di settantesette minuti.
17/01/2026