E se stavolta fosse vero? Roger Waters ha annunciato “This Is Not A Drill” come il suo tour d’addio. Ma in pochi lo hanno preso sul serio. Eppure, dopo quella raffica di concerti che ha attraversato Stati Uniti, Canada, Europa e Sudamerica, l’ex-leader dei Pink Floyd, 82 primavere celebrate lo scorso settembre, ha lasciato intendere di non voler davvero intraprendere ulteriori tour. Così questo “This Is Not A Drill: Live From Prague”, testimonianza su disco dello show già mostrato nei cinema di tutto il mondo, assume davvero le sembianze di un commiato. Un album live reso disponibile in versione box 4 Lp, doppio cd, Blu-ray, Dvd e in digitale.
Registrato il 25 maggio 2023 alla O2 Arena di Praga, “This Is Not A Drill” non è solo un concerto, è un grido potente contro l’indifferenza, un atto di accusa contro la deriva distopica del capitalismo globale, dedicato – come recita la dichiarazione d’intenti – “ai nostri fratelli e sorelle di tutto il mondo impegnati nella battaglia esistenziale per l’anima dell’umanità”. Lo show è stato filmato in 8K e trasformato in un film-concerto diretto da Sean Evans, storico collaboratore di Waters, distribuito in Italia da Nexo Studios. Il risultato è un’esperienza visiva e sonora di straordinaria nitidezza, arricchita da un nuovo mix audio rimasterizzato.
Sul palco, Roger Waters è accompagnato da una formazione di musicisti affiatati: Jonathan Wilson, Dave Kilminster, Jon Carin, Gus Seyffert, Joey Waronker, Robert Walter, Shanay Johnson, Amanda Belair e Seamus Blake.
Il concerto propone una selezione di 24 brani tratti dal repertorio dei Pink Floyd e dalla carriera solista di Roger Waters, che fin dall’incipit si presenta con la solita, brutale schiettezza: “If you’re one of those ‘I love Pink Floyd, but I can’t stand Roger’s politics’ people, you might do well to fuck off to the bar right now” (“Se ami i Pink Floyd ma non sopporti le mie posizioni politiche, vai pure al bar”). Poi, la musica prende il sopravvento. “Comfortably Numb” apre lo show in una versione cupa e minacciosa, tra tuoni e lampi: una liturgia sacrale che scarnifica l’originale con la voce intensa di Shanay Johnson a sostituire il celeberrimo assolo di Gilmour (e vabbe’…).
Segue una sequenza micidiale di “mattoni” da “The Wall“. “The Happiest Days Of Our Lives” e “Another Brick In The Wall” (parti 2 e 3) risuonano ancora potenti, teatrali, infiammate da un’energia senza tempo. Poi si salta al 1987 di “Radio K.A.O.S.” con una “The Powers That Be” più dura, viscerale, attraversata da un’urgenza politica rinnovata.
L’atmosfera si fa più raccolta con “The Bravery Of Being Out Of Range” (da “Amused To Death”, 1992), che sposa il suo lancinante solo di chitarra a una dimensione malinconica, sospesa tra folk e country, introducendo “The Bar”, ballata per pianoforte scissa in due parti, con la voce di Waters che si fa confessione intima e appello civile, supportata dalle coriste Shanay Johnson e Amanda Belair. Si tratta di una nuova composizione scritta ai tempi del Covid, che sarà inclusa anche nel suo prossimo album in studio: il bar si fa simbolo di una comunità autentica, in cui ci si confronta su temi fondamentali come i diritti civili e la democrazia.
Il viaggio torna quindi al 1975 dei Pink Floyd: le atmosfere acide di “Have A Cigar” e una commossa “Wish You Were Here” dedicata a Syd Barrett, con la voce di Roger che si fa incerta, quasi tremante, si intrecciano con una “Shine On You Crazy Diamond” ricomposta in un ordine nuovo, quasi un montaggio cinematografico che alterna nostalgia e luce, con il sax di Seamus Blake e la steel guitar di Jon Carin che amplificano l’eco dei fantasmi di un passato che continua a vibrare. Poi, un balzo verso “Animals“: una splendida, trascinante “Sheep” trasforma la O2 Arena in una distopia in technicolor, tra droni a forma di pecora e proiezioni che scandiscono la parola “Resist”. Quando l’architetto del Muro ammonisce: “If we don’t resist genocide… the hammers will have won”, lo show si tramuta, ancora una volta, in una potente dichiarazione politica.
La seconda parte del set si apre con “In The Flesh”, in cui Waters indossa l’uniforme del dittatore di “The Wall” e imbraccia un mitra finto, parodiando l’autoritarismo e la manipolazione del potere. Poi il tono si fa intimo con “Déjà Vu” e “Is This The Life We Really Want?”, prima di esplodere nella suite finale, ovvero l’intero lato B di “The Dark Side Of The Moon“. “Money”, “Us And Them”, “Any Colour You Like”, “Brain Damage” ed “Eclipse” sono riproposte con precisione chirurgica, con Waters che si alterna a basso e pianoforte, lasciando spazio a Jonathan Wilson e Dave Kilminster. Tutto in generale procede secondo copione, senza grandi stravolgimenti, ma, in fondo, che bisogno ne avremmo?
Nell’epilogo, Waters invoca il disarmo nucleare e intona “Two Suns In The Sunset”, fosca visione apocalittica tratta da “The Final Cut”. Quindi, il tono si fa intimo, personale: “The Bar (Part 2)” è un omaggio struggente al fratello scomparso e alla moglie Kamilah, un ricordo di famiglia che si fonde con l’ultima, commovente “Outside The Wall”. Waters saluta i suoi musicisti prima di scompare dal palco. Un addio sobrio e toccante, che chiude – forse per sempre – il cerchio di una carriera irripetibile. E le polemiche politiche? E gli scambi di accuse con David Gilmour? Per una volta, preferiamo dimenticarcene, lasciando che sia solo la musica a parlare. Ne vale la pena, no?
11/10/2025