Ventiquattro anni fa l’ultimo capitolo discografico dei Chameleons. Un lungo periodo di silenzio che non ha sminuito la reputazione della band di Middleton, una bella soddisfazione per gli autori di un trittico discografico eccellente (da “Script Of The Bridge” del 1983 a “Strange Times” del 1986), che purtroppo non ha mai ottenuto il successo di formazioni coeve o di egual spessore.
I Chameleons scendono in campo per la terza volta, con rinnovata energia ma anche con la consapevolezza del tempo passato. Più che la rabbia è la sregolatezza l’elemento emotivo che ha caratterizzato le sorti del gruppo inglese, ma Mark Burgess non è più l’irrequieto leader che confinò, con la sua indole, la band ai confini del successo, e il chitarrista Reg Smithies ha smussato le sonorità più spigolose degli esordi. Nonostante tutto, lo stile della band è immediatamente riconoscibile.
Lo slancio iniziale di “Where Are You?” (brano già proposto un paio di anni fa in un Ep), è sia melodicamente che musicalmente il brano più potente, tra riff incalzanti, un’epica tipica di certe band new wave tardi anni 80 e un’indole melodica che sul finale prende il sopravvento e detta le direttive per il prosieguo.
Per i neofiti “Arctic Moon” offre le stesse suggestioni del versante più romantico degli Stone Roses, degli Smiths e dei Simple Minds, un sound epico e struggente che si inebria di soluzioni pop semplici e immediate (“Lady Strange”) e che nello stesso tempo flirta con il classic rock e lo incrocia con il pop inglese (“Free Me”).
Sognante, algido e dolente a partire dal titolo, “Arctic Moon” è un album che va apprezzato più che per l’impatto emotivo, per le sfumature e le tante citazioni sparse nei sette brani. Anche gli otto minuti e trentasei secondi di “David Bowie Takes My Hand” non sono frutto di speculazione ideologica e culturale, ma un sincero e perfino struggente omaggio a un artista che Mark Burgess ha costantemente citato come fonte d’ispirazione (agli esordi la band si cimentava con alcune cover del Duca Bianco), un brano più che ambizioso, oscuro.
La digressione psichedelica di “Magnolia” è senz’altro una delle pagine più accattivanti, ma è anche ambigua, la performance vocale non è delle migliori, la melodia ricorda “Sweet Dreams” degli Eurythmics, nello stesso tempo sottolinea l’unico vero neo dell’album, ovvero una scrittura sapiente ma non molto originale.
Per fortuna, basta soffermarsi un attimo sul suono cristallino e sulla fluida melodia di “Saviours Are A Dangerous Thing” o sul calibrato mix tra orchestra e musica pop-rock di “Feels Like The End Of The World” per apprezzare la coerenza e la solidità di “Arctic Moon”, un ritorno in scena che merita attenzione e che, al netto di qualche sbavatura, non deluderà i fan e non mancherà di attirare nuovi spettatori.
19/09/2025