Il terzo lavoro solista di Lucy Railton è il primo interamente incentrato sulla voce esclusiva e in purezza del violoncello, strumento d’elezione che l’ha resa esecutrice di prim’ordine con all’attivo un nutrito quanto sfaccettato numero di collaborazioni (da Taku Sugimoto a Bat For Lashes passando tra gli altri per Kali Malone e Laurel Halo). Una scelta non in continuità con quanto fin qui prodotto, ma coerente con la necessità di affrontare nuove sfide.
Registrato non a caso dalla Malone e da Stephen O’Malley, dal vivo all’Église du Saint-Esprit di Parigi “Blue Veil”, è un’opera interamente incentrata sul rigore dell’esecuzione, sulle possibilità relazionali tra autore, strumento e fruitore scaturenti dall’invito all’ascolto profondo. Un tratto comune con quella maestosa sinfonia che è “Does Spring Hide Its Joy” e di cui è stata parte fondante. Qui però l’artista inglese si sofferma sulle potenzialità della composizione microtonale, sull’utilizzo delle armoniche e sullo stato di sospensione derivante da tale pratica.
Tutto viene ridotto all’essenza, a frequenze lasciate risuonare nel vuoto alla ricerca di una comunanza non sempre facile da raggiungere, soprattutto quando tutto indugia su una stasi ostinata al netto delle variazioni minime iniettate nel flusso (“Phase V”). Fondamentali risultano essere le pause, utilizzate a stemperare la tensione e dare respiro a movimenti che mettono in luce una maestria esecutiva tutt’altro che comune, in alcuni passaggi (“Phase III”, “Phase VI”) prepotentemente tradotta in paesaggi ammalianti pervasi da risonanze basse e dissonanze contenute.
Le sperimentazioni di un passato pioneristico (Morton Feldman, Maryanne Amacher) e la ricerca contemporanea portata avanti da una generazione brillante (Ellen Arkbro, Catherine Lamb) si fondono in un percorso fertile, interessante anche se di fruizione complessa, che tenta di connettere la pratica di avanguardia con un portato emozionale tutt’altro che scontato.
31/08/2025