David Bazan deve considerare la sua vita particolarmente interessante o, più probabilmente, ha scelto di trasformare le sue esperienze in un mezzo per comunicare qualcosa di universale. Da quando si è riunito con i Pedro The Lion, ha avviato un progetto ambizioso: una serie di cinque album che fungono da autobiografia musicale. “Santa Cruz”, terzo capitolo di questa saga, si concentra su uno dei periodi più intensi e formativi della sua esistenza: l’adolescenza.
L’album esplora gli anni giovanili di Bazan, segnati dai continui spostamenti causati dai trasferimenti del padre, un pastore evangelico. Questa instabilità geografica e la conseguente mancanza di radici offrono la cornice ideale per raccontare momenti cruciali, come la decisione di dedicarsi alla musica. In poco più di mezz’ora, Bazan costruisce un universo narrativo che spazia dai versetti biblici al “White Album“, da “Alice nel Paese delle Meraviglie” al surf e alla Chiesa.
Con uno stile lirico diretto, che ricorda Bright Eyes, l’album convince soprattutto nei brani che fanno ampio uso dei synth, come “It’ll All Work Out” e “Don’t Cry Now”, capaci di creare atmosfere malinconiche dal sapore anni 80. Tuttavia, la varietà musicale appare talvolta sacrificata, con arrangiamenti che si appoggiano a strutture uniformi.
Una nota di vivacità arriva con “Teacher’s Pet”, dove i synth si intrecciano a una chitarra più energica, aggiungendo dinamismo al mix. La title track si distingue per la sua forza evocativa: un perfetto esempio di indie-rock arricchito da suggestioni alla Dave Matthews Band, che regala uno dei momenti migliori del disco.
Per il resto, l’album si muove con compostezza, senza grandi sorprese ma nemmeno rischiando di annoiare.
Nel complesso, si tratta di un buon capitolo per un songwriter che Micah P Hinson ha definito tra i più talentuosi della sua generazione. Non resta che attendere il prossimo episodio di questa ambiziosa autobiografia musicale.
29/12/2024