Dave Matthews Band

Dave Matthews Band

Il rock della porta accanto

di Fabio Ferrara

Rassicurante, sentimentale, con un'irresistibile attrazione per la vita on the road, la band di Charlottesville ha saputo rappresentare al meglio il cuore pulsante dell’America. Attraversando tre decenni eternamente in tour e trovando nella dimensione live il terreno più fertile nel quale esprimere il suo eclettismo

I numeri parlano chiaro: la Dave Matthews Band (anche detta DMB) è una delle formazioni musicali di maggior successo di sempre. Lontana dal pop-rock mainstream, con nessun singolo in cima alle classifiche nella sua carriera, è comunque riuscita a conquistarsi un’enorme fetta di fedelissimi attraverso il suo indie-pop-rock inconfondibile e allo stesso tempo accessibile. Gli oltre trenta milioni di album venduti solo negli Stati Uniti, la sequenza impressionante di sold-out registrati nei concerti, il quieto attivismo politico l’hanno resa protagonista assoluta nella scena americana a partire dalla seconda metà degli anni 90.

 

Impostati con una line-up non convenzionale, che include anche violino e sassofono e una miscela musicale ibrida di rock, folk, country, pop, i ragazzi di Charlottesville sono stati spesso mal compresi o catalogati erroneamente da parte della stampa. Un’attitudine ricorrente è quella di indicarli come una jam band per la loro propensione a estendere enormemente la durata dei brani durante le loro performance inserendo molti elementi di improvvisazione. Ciò rende ogni loro concerto un’esperienza irripetibile ed è senz’altro legato all’estrazione jazz di alcuni componenti dell'ensemble. È chiaro, però, che risulta fortemente fuorviante accostare il loro nome ad altri gruppi comunemente inseriti nel calderone delle jam band: un appassionato che vorrebbe perdersi nelle esplorazioni psichedeliche dei Grateful Dead o nelle trame armoniche raffinate e concettuali dei Phish, ad esempio, risulterebbe probabilmente deluso dal rock acustico e talvolta sdolcinato della DMB. Per questo su Internet è facile imbattersi in pagine che, a volte anche in maniera semiseria, disconoscono il valore della band. Un giornale californiano l’ha addirittura posta, seppur ironicamente, nel gradino più alto del podio fra le formazioni peggiori di tutti i tempi.
Nel 2019, sebbene siano stati il gruppo a ricevere il più alto consenso popolare per entrare nella Rock and Roll Hall of Fame, non sono stati comunque inseriti dagli organizzatori. A pesare è certamente l’ampia visibilità ottenuta che, come sempre, tende a catalizzare le posizioni più radicali. Ma vi è anche un’evidente sottovalutazione dei punti di forza del gruppo. Il più palese è la capacità di stare sul palco. I brani della DMB prendono vita quando sono nutriti dal contatto con il pubblico, mentre i loro lavori in studio sembrano dei semplici bozzetti da poter poi stravolgere, in durata e potenza, nel corso delle esibizioni. Assistere a un loro concerto può così diventare un’esperienza incredibilmente gioiosa. Lontani dalla rabbia inquieta del grunge e dalla lotta sociale dell’hip-hop, Dave Matthews e gli altri sembrano incarnare il volto rassicurante dell’America. Esiste però una tensione nascosta, un nucleo inquieto nella loro musica che merita di essere raccontato e che proveremo a delineare in una ricostruzione della loro ultratrentennale carriera.

Diventare una band

 

millers_1_02In principio c'è Dave Matthews, o semplicemente Dave come lo chiamavano i tanti avventori del Miller’s Bar in Virginia, presso il quale lavora. Il luogo raccoglie molti musicisti per via delle serate live proposte ai clienti. Dave si era trasferito a Charlottesville alla fine degli anni 80 dopo una gioventù segnata da tanti spostamenti fra America ed Europa per via del lavoro del padre, che morì quando aveva solo 10 anni. Dopo aver trascorso l’adolescenza in Sudafrica, sua madrepatria, si stabilisce definitivamente in America per evitare il servizio militare obbligatorio, incompatibile con la sua intransigente etica pacifista. Sebbene fin da piccolo avesse cominciato a studiare chitarra, incoraggiato dal padre, è solo nella città della East Coast che inizia a suonarla anche in pubblico. I suoi interessi musicali sono molto eterogenei e includono anche il jazz di Thelonious Monk e Sun Ra o di artisti africani come Abdullah Ibrahim e il trombettista Hugh Masekela. Per questa ragione è istintivamente attratto da due musicisti jazz già affermati che frequentano il locale in cui lavora: il batterista Carter Beauford e il sassofonista LeRoi Moore. Trovano subito una solida intesa e decidono di formare una band. Inizialmente Dave avrebbe voluto che anche il suo grande amico Tim Reynolds ne facesse parte. Quest’ultimo era infatti una presenza costante nel bar dove spesso si esibiva con la sua chitarra. Pur essendosi accorto immediatamente delle potenzialità dell’amico, dopo aver ascoltato alcuni demo, preferisce però declinare l’offerta e proseguire la carriera in maniera autonoma.
Per completare l'organico, i tre decidono allora di reclutare altri musicisti. Al basso scelgono un appena sedicenne Stefan Lessard, che avevano visto suonare durante un concerto di una jazz band di studenti, e alle tastiere Peter Griesar che conoscevano perché lavorava nello stesso locale di Dave. Il tastierista rimarrà con loro solo due anni e poi deciderà di abbandonare il gruppo. Quasi per caso, si aggiunge Boyd Tinsley, un amico di Moore chiamato a raccolta perché serviva un violinista per suonare il brano “Tripping Billies”. Da allora comincia a collaborare con loro, dapprima saltuariamente e successivamente in pianta stabile.

 

La prima esibizione in assoluto della neonata formazione avviene nel 1991. Nello stesso anno iniziano a farsi conoscere come Dave Matthews Band. Un nome scelto quasi per caso. In uno dei primi locali in cui si esibisce il gruppo, ancora innominato, il gestore pensa infatti di utilizzare il nome del frontman nella locandina. Alla fine, nonostante non vi siano gerarchie particolari all’interno del gruppo, l'idea piace a tutti. E' così che iniziano a presentarsi come Dave Matthews Band nei numerosi concerti che tengono a Charlottesville, città che, per via della sua vocazione universitaria, offre molte opportunità di esibirsi.
Nel giro di un paio di anni, Dave e compagni diventano piuttosto famosi a livello locale: decidono così di raccogliere del materiale per produrre il loro primo album, Remember Two Things, registrato in parte dal vivo durante alcune esibizioni in Virginia e al The Muse Music Club nell’isola di Nantucket.

A distanza di qualche mese pubblicano anche un Ep, intitolato Recently. Considerati il livello di produzione più artigianale e il fatto che le medesime canzoni sarebbero confluite per lo più nei loro successivi album, le loro prime fatiche sono consigliate quasi esclusivamente ai collezionisti incalliti. Ad ogni modo, negli album sono anche inclusi alcuni brani inediti e spesso proposti durante i live come “"One Sweet World" e come "The Song That Jane Likes", una canzone dedicata alla sorella Jane che Dave reputa la sua anima gemella.

Il periodo d’oro: la collaborazione con Lillywhite

 

dave_matthews_2Il primo album distribuito da una grande major prende vita con il titolo di Under The Table And Dreaming (1994). Prodotto dall’esperto Steve Lillywhite (U2, Simple Minds e Talking Heads, tra gli altri), supererà qualsiasi aspettativa di vendita, ottenendo sei dischi di platino. Si tratta in ogni caso di un ottimo debutto, non solo per il riscontro di pubblico, ma anche per il sound assolutamente originale che Dave e compagni riescono a modellare.
I tanti brani orecchiabii, come “What Would You Say” e “Ants Marching” proposti in heavy rotation sul canale Mtv, testimoniano l’attitudine pop della band. Le incursioni dei violini e del sassofono contribuiscono a creare un’atmosfera gioiosa e spensierata estremamente contagiosa. Molte tracce incorporano elementi di rock, blues, jazz e ritmi afro, a conferma dell'eclettismo innato nel Dna della band.
“Rhyme And Reason" ha un approccio rock diretto, specialmente nel ritornello; "Dancing Nancys" e “Jimi Thing” regalano straordinari assoli di sax; “Warehouse” comincia delicatamente ed è spesso usata durante i concerti per esaltare le doti di improvvisazione dei solisti. Quando i ritmi si fanno molto lenti e minimalisti, come in “Pay What You Get”, è possibile riscontrare rimandi jazz nella voce di Matthews, nella chitarra ritmica e nei fiati di accompagnamento. Molto bella, in questo senso, è anche la ghost track “#34”, unica traccia interamente strumentale, che con le sue atmosfere delicate accomiata gli ascoltatori, accompagnata in sottofondo da splendide armonie di sassofono.
I testi di Under The Table And Dreaming sono perlopiù ispirati da tematiche sentimentali, come è facile aspettarsi da un disco di questo tipo. Come vedremo, tuttavia, nel prosieguo della sua carriera, la band americana inserirà più frequentemente alcuni elementi di critica sociale nelle sue liriche. Una piacevole eccezione in questo album è la celebre e amatissima “Satellite”, dove Dave riflette sull’invadenza e sui condizionamenti della tecnologia nella vita delle persone.

 

Il successo dell’album spinge la band a intraprendere il suo primo tour mondiale. Il giorno in cui si esibisce nella sua città natale viene addirittura indetto il “Dave Matthews Band Day” e il frontman è invitato nella sala del consiglio comunale a presentare l’evento. Il gruppo aveva già guadagnato un seguito talmente ampio di pubblico da poter riempire rapidamente qualunque arena o teatro. Non coglie di sorpresa, quindi, l’exploit commerciale dell’album Crash, che venderà un milione di copie in soli due mesi e resta ancora oggi il loro album più venduto di sempre.
È il disco che contiene i brani più noti al grande pubblico, come “Too Much” e “Crash Into Me”, canzone usata recentemente anche nella colonna sonora del film “Ladybird”. L'interpretazione di “So Much To Say” valse loro il primo Grammy Award a spese di gruppi che sembravano più accreditati alla vittoria, come gli Oasis di “Wonderwall” e gli Smashing Pumpkins di "1979".
Anche in questo album vengono ripresi brani già utilizzati nelle prime produzioni artigianali e in alcuni concerti. È il caso di “Say Goodbye", “#41” e "Tripping Billies", già presente addirittura nella prima demo preparata da Matthews.
La sezione ritmica è incredibilmente affiatata in tutto il disco, con la batteria di Beauford che sfreccia in avanti con continue variazioni e il basso di Lessard che, come un metronomo, riporta tutti i compagni sulle stesse tonalità. Leggermente più defilato rispetto al precedente lavoro è invece il sassofono di Moore, che comunque ci regala un bellissimo assolo in “Let You Down”.
Le liriche sono ancora prevalentemente rivolte ad approfondire i problemi sentimentali dei componenti del gruppo, ma spicca anche un brano, "Cry Freedom", dedicato al leader rivoluzionario sudafricano Steve Biko, ucciso per la sua lotta contro l’apartheid e già omaggiato da Peter Gabriel. "Come posso voltare le spalle" (“How can I turn away”), denuncia Dave nel ritornello, preoccupato del futuro di un mondo in cui la libertà pare ancora un miraggio più che un diritto. Certo, fa un po' sorridere che la canzone sia preceduta da altre in cui il cantante si definisce ripetutamente un cucciolo innamorato o chiede alla sua donna di alzare la gonna per mostrarle il suo mondo. Sarebbe tuttavia sbagliato definire il valore della band americana basandosi semplicemente sui testi delle sue canzoni, che sembrano fondamentalmente esser concepiti per il cuore profondo dell’America. Un mondo affidabile e accessibile, dove gli eventi globali, per quanto importanti, passano rapidi fra una birra e i racconti delle conquiste amorose.
Meglio allora soffermarsi sulla competenza musicale dei componenti del gruppo e di tutti i professionisti che li affiancano nei tour e nella stesura dei pezzi. Del resto, è tutt’altro che banale l’impresa di essere riusciti a proporre una musica accessibile a molti fissando uno stile assolutamente personale.

 

dave_matthews_4Nel 1998 esce quello che si può definire il loro disco della maturità dal punto di vista musicale: Before These Crowded Streets. Non otterrà l’esito commerciale del fortunato predecessore ma avrà comunque l’onore di scalzare dal trono della Billboard Chart l’invincibile colonna sonora del film "Titanic", stabilmente in prima posizione da mesi.
Se con i toni allegri e ottimistici degli album precedenti avevano celebrato la loro visione della vita spensierata e sentimentale, con il nuovo album aggiungono tonalità più cupe ma altrettanto ispirate. Irriconoscibile è la voce di Matthews in “Halloween”, che porta al limite le sue corde vocali per scagliarsi contro la sua ex-partner. Per aumentare il senso di disagio, nel brano sono inserite nervose combinazioni di archi ad opera del Kronos Quartet. L’ensemble californiano collabora con la band anche in “The Stone”, una delle canzoni dalla partitura più complessa che la DMB abbia mai prodotto. Sospinta dai ritmi incalzanti del quartetto e dal violino di Tinsley, la voce di Dave si mantiene in una tonalità costante ma si trova sballottolata dalle continue transizioni della sezione di archi, che solo nel finale si risolvono pacificamente, aiutate anche dalla tromba rilassante di John D’Earth.
Svariati artisti partecipano alla realizzazione del disco. Il suonatore di banjo Bela Fleck utilizza il suo strumento in diversi brani, fra cui anche “Don’t Drink The Water”, proposto come primo singolo dell’album, in cui canta anche Alanis Morissette insieme a Dave. Lo stesso duo si ripropone anche nella canzone di chiusura, “Spoon”. Tocca invece a un trio di eccellenti voci affiancare il frontman nella vivace “Stay (Wasting Time)”: Tawatha Agee, Cindy Mizelle e Brenda White-King. Sospinto da un video dal sapore vintage, il brano otterrà un discreto successo, sospinto da ritmi che lo avvicinano molto allo stile degli album precedenti.
Molto caratteristico anche il video di “Crush”, completamente girato in bianco e nero per ricreare le atmosfere blues e jazz del brano, che, con i suoi continui cambi di tempo e la melodia molto orecchiabile, diviene in breve tempo uno dei preferiti dei fan, oltre che una presenza immancabile in ogni concerto. Neanche in questo caso il testo del brano è particolarmente interessante, ma se si considera la voce di Matthews come un semplice strumento, non soffermandosi sulle parole, allora si potrà apprezzare il grande lavoro effettuato dal frontman per aggiungere espressività a ogni singola transizione.
Il sassofonista Moore, parlando di questo album, si dichiarava particolarmente soddisfatto di quanto creato per la varietà di emozioni che erano riusciti a riprodurre. In effetti, in Before These Crowded Streets coesistono serenamente l’eleganza, la tensione amorosa, le aspettative, la rabbia, le aspirazioni, le passioni della band. Cercando di rielaborare queste sollecitazioni autonomamente, facendosi ispirare dal variegato universo musicale che costituisce il suo background, la DMB riesce a dar vita a un album davvero originale che, probabilmente, rappresenta l’apice della sua lunga carriera.

Gli album live

 

dave_88Nell’esaminare la discografia della Dave Matthews Band salta subito all’occhio l’enorme quantità di album live, sollecitati dai trionfi ottenuti in tour e dalla solida reputazione costruita sul palco. Spesso inoltre, nei lavori live, sono presenti brani che sarebbero stati inseriti negli album in studio solo dopo molti anni.
Esemplare è in questo senso il Live At Red Rocks 8.15.95, registrato durante una esibizione in Colorado, che anticipa al suo interno alcune canzoni pubblicate l’anno successivo in Crash e la famosa “#36”, rinominata “Everyday” nell’omonimo album del 2001.
Altri celebri album che riscuoteranno un buon successo sono Live In Chicago, registrato nel dicembre 1998, e Live At Central Park del 2004. Il primo è impreziosito dalla presenza per tutto lo show di Tim Reynolds, alla chitarra elettrica. L’amico di sempre di Matthews, infatti, sebbene avesse rifiutato l’offerta di unirsi al gruppo, collaborava spesso con la band. Deciderà finalmente di entrare in pianta stabile nella DMB solo nel 2008. Il concerto tenuto al Central Park, d’altra parte, è uno dei lavori che testimonia meglio la capacità della band di rielaborare magnificamente le sue stesse canzoni in formato live. Registrato durante un concerto benefico a New York che ha richiamato non meno di 130.000, ripropone i cavalli di battaglia del gruppo con alcuni ospiti di eccezione, come Warren Haynes degli Allman Brothers che suona con loro “Jimi Thing” e una cover di Neil Young.

 

Ad oggi la band di Charlottesville ha pubblicato poco meno di una novantina di album live. Il corpo più esteso appartiene senz’altro alla serie Live Trax che conta più di 60 volumi, prevalentemente commercializzati dal sito ufficiale della band fra il 2004 e i giorni nostri. Il nome è un omaggio al locale Trax Nightclub in cui erano soliti esibirsi a inizio carriera.

Gli anni Duemila: altri successi e una tragedia

 

A dispetto del motto che suggerisce di non cambiare una squadra vincente, nel 2000 la Dave Matthews Band prende l’importante decisione di separarsi dal suo produttore storico, Steve Lillywhite, e di farsi affiancare da Glen Ballard.
Everyday, il primo album del nuovo corso, è più orientato a un pop-rock di largo consumo, con brani dalle strutture armoniche decisamente più semplici. L’immediata conseguenza è che alcune sezioni strumentali risultano impoverite. Il violino di Boyd Tinsley è piuttosto marginale, mentre il sassofono di Leroi Moore si riscatta solo nella delicata “Sleep To Dream Her”. 
Non mancano brani ben costruiti, come “What You Are”, che richiama le sonorità rabbiose dell’album precedente, e “When The World Ends”, che era stato scelto come un possibile singolo trainante ma che sarà poi messo da parte dopo gli attentati al World Trade Center. Spicca anche l’importante collaborazione con “La voce del Sudafrica” Vusi Mahlasela, che duetta con Matthews nella title track.
Nel complesso, però, Everyday è un album meno fluido e dinamico. Molti brani si poggiano prevalentemente sul carisma del frontman con un apporto ridotto del resto della strumentazione.

 

Ad aumentare i rimpianti dei fan contribuisce l’uscita in Rete di alcune canzoni precedentemente registrate con Lillywhite, che invece richiamano le loro sonorità storiche. Quasi la totalità di queste canzoni andrà a confluire nel 2002 in forma rielaborata nell’album Busted Stuff.
L'approccio compositivo generale di questo lavoro rifiuta le lusinghe del pop più radiofonico che avevano contraddistinto il precedente Everyday. Ne nascono bozzetti raffinati e piacevoli, che, seppur poco inclini a strutture complesse, si prestano comunque ai fraseggi d'alta scuola dei singoli membri: fra i casi migliori la title track, accarezzata da bollicine di basso reggae e da un romantico sax jazz, "Grey street", giocata su un riff pop-jazz di ascendenza Steely Dan, e il fiabesco pop-rock di "Big Eyed Fish", ma soprattutto "Grace Is Gone", capolavoro del disco, che parte da un purissimo pizzicato di chitarra folkie per dar vita a uno scenario country di straordinaria intensità, in cui Matthews annega nell'alcol e nel malinconico soliloquio il finale infelice di una love-story di prateria.
Vi è in queste tracce un retrogusto di armonie retrò che esalta un ideale di estetica sonora appartenente al passato, ma vivificato da una perfezione e da una purezza di suoni assolutamente moderne. Quando l'ago della bilancia pende dalla parte sbagliata, e cioè lontano da ogni proposito di evoluzione, si hanno canzoni insipide ("Where Are You Going") o inequivocabili sensazioni di deja vu (l'inutile "Digging A Ditch", che cita troppo scopertamente "Proudest Monkey" nel ritornello, e non solo). Meglio allora quando i tecnicismi vengono incanalati nel flusso sonoro di "Captain", delicatissimo blues onirico che riporta alla mente lo scorrere agile e armonico di "Two Step", ma con un accompagnamento più morbido, alla "Seek Up", e un umore più ambiguo, alla "Warehouse".
La giusta mediazione fra tecnica, raffinatezza, orecchiabilità e personalità rimane però un traguardo non sempre raggiunto, benché palesemente ambito, e l'attrito fra le grandi capacità e i limiti comunque presenti in questo lavoro circoscrive significativamente il giudizio finale su un’opera le cui potenzialità superano di gran lunga i risultati.

 

La valutazione del successivo lavoro, Stand Up, pubblicato nel 2005, è senza dubbio meno controversa. Le quattordici tracce del disco si arenano irrimediabilmente in una risacca di monotonia e staticità. La band sembra aver perso qualunque brandello di ispirazione e le canzoni sono prive di transizioni interessanti. Nonostante ciò, a livello commerciale anche questo album otterrà un buon successo, conquistando in breve tempo il disco di platino negli Stati Uniti. I musicisti di Charlottesville si tolgono anche la soddisfazione di ospitare Julia Roberts nel video musicale di “Dreamgirl”. Per raggiungere un’ampia fetta di pubblico si fanno aiutare dall’esperto Mark Batson, già al servizio di artisti del calibro di Beyoncé e 50 Cent.
In alcune tracce è evidente la ricerca di un groove più ballabile (“Louisiana Bayou”, “Everybody Wake Up (Our Finest Hour Arrives)”) mentre il caratteristico timbro jazz-rock lascia il passo a sonorità più soul (“You Might Die Trying", "Steady As We Go"). Rimane tuttavia la sensazione di un lavoro sospeso fra velleità commerciali e un blando richiamo ai tempi passati. Ad esempio, gli assoli strumentali, marchio di fabbrica della band, appaiono quasi sempre forzati e ridondanti. Emblematico in tal senso è il sassofono in “American Baby”, che, seppur lanciato magnificamente dal ritmo incalzante della batteria e dalla melodia in tonalità crescente delle chitarre elettriche, rimane disconnesso dal resto del brano. Un puro esercizio di stile, insomma, che diventa ancora più insopportabile posto al finale della canzone migliore di Stand Up.

 

timreynoldsverticalProbabilmente Dave Matthews e soci si accorgono che qualcosa va cambiato e danno vita a una grande operazione di rinnovamento. Si uniscono stabilmente al gruppo Tim Reynolds alla chitarra e il virtuoso Rashawn Ross alla tromba. Purtroppo, però, l’uscita del nuovo album Big Whiskey & The GrooGrux King è funestata dalla notizia della morte di Leroi Moore per le conseguenze di un incidente. Il sassofonista era riuscito a collaborare con la band durante le fasi di registrazione e questo lavoro, che è stato dedicato alla sua memoria, può essere considerato il suo testamento finale.
È proprio un assolo del compianto musicista ad aprire il disco nella toccante “Grux”, il cui titolo rievoca il soprannome con cui erano soliti chiamare l’amico per la sua abilità nel trovare dei groove prodigiosi (detti appunto in slang “grux”). Ma, in tutta onestà, di “grux” non se ne trovano molti in questo lavoro, che conferma al contrario la mancanza di ispirazione palesemente manifestata nel predecessore. Le melodie orecchiabili di "Shake Me Like A Monkey" e "Funny The Way It Is" possono catturare al primo ascolto, ma svaniscono velocemente nella memoria.
Meglio affidarsi allora alla trama intessuta dalle corde pizzicate di "Lying In The Hand Of God", che mostra una dolcezza e una delicatezza paragonabili a quella degli esordi. La voce di Dave è però più tenue e morbida: quasi irriconoscibile, se la si raffronta con le urla strazianti con cui affronta il finale di “Time Bomb”. Merita un ascolto anche “Seven” con una melodia funk sopra le righe e una sezione di fiati coinvolgente.
Per il resto, l’album non ha molto da offrire: la magnifica capacità di interazione fra le diverse anime strumentali sembra un lontano ricordo. Il violino di Boyd è ancora incredibilmente marginale. Acquisisce una certa valenza solo nella orientaleggiante "Squirm", senza però riuscire a risollevarla dall’interminabile lunghezza a cui è condannata.

 

boyd_2Nel tour di promozione dell’album il sassofono viene affidato a Jeff Coffin, già membro dei Bela Fleck and the Flecktones, che diviene da quel momento un membro stabile della DMB. Nel 2012, subito dopo le celebrazioni del ventennale di carriera della band, viene rilasciato Away From The World che, al contrario degli ultimi lavori, riscuote discreti consensi di critica. Non si tratta certamente di un capolavoro, ma è senz’altro un’opera di artigianato di pregevole fattura. Senza tanti fronzoli di post-produzione, il disco riesce a valorizzare tutti gli elementi del gruppo. Assoli di sax, strimpellate di chitarre, sviolinate irresistibili e sezioni ritmiche sempre eccellenti sembrano riportare la band ai fasti di un tempo. In questo senso la scelta di affidarsi nuovamente alla professionalità di Lillywhite risulta ben ponderata.
A mostrare che le cose sono cambiate ci pensa il redivivo Boyd che nella opener “Broken Things” sfodera il suo archetto migliore per accompagnare l’ottima prova vocale di Matthews. E non si tratta di un caso isolato, perché già nella successiva “Belly Belly Nice”offre assoli convincenti insieme a Coffin, che non fa rimpiangere troppo il re “Grux”. In generale, in tutte le canzoni si avverte un buon bilanciamento della strumentazione, con i solisti pronti a intervenire al momento opportuno. Molto bello in questo senso è l’accompagnamento jazz di Reynolds nella sognante “Only If”.
Anche questo album non è esente da momenti meno ispirati. Non convincono, ad esempio, i brani dalla valenza sociale, come “Mercy” e “Gaucho”, che puntano maggiormente sul messaggio positivo che vogliono trasmettere piuttosto che sulla partitura. Inoltre alcune tracce appaiono ancora troppo statiche e ripetitive, seppur dotate di una melodia molto affascinante. È il caso di “Sweet”, che, come da titolo, si mostra molto tenera e delicata: inizia sommessamente con il suono di un ukulele, poi si ha la sensazione che le cose potrebbero cambiare ma si resta per troppo tempo sulla stessa tonalità; quando finalmente la batteria entra in gioco, si ha l’impressione che sia arrivata con troppo ritardo. Si tratta però di piccoli dettagli in quello che può essere considerato come uno dei migliori album in studio della seconda parte della loro carriera.
Finalmente la DMB sembra essersi scrollata di dosso l’ossessione di dover piacere a tutti i costi e si prende la libertà di inserire anche pezzi complessi, poco adatti alla fruizione radiofonica. "Drunken Soldier", il brano che chiude l’album, è un gioiello di indefinibile natura: con uno stile che assimila elementi di progressive rock, folk e country e una durata monstre che sfiora i dieci minuti, si rivela senza dubbio la migliore carta del mazzo e il miglior modo possibile per chiudere un album che vede Dave Matthews e compagni finalmente rivitalizzati.

Tempi moderni: il licenziamento di Boyd e di nuovo in studio

 

dave_99Dopo la pubblicazione di Away From The World, segue un lungo periodo in cui il gruppo americano si focalizza soprattutto sull’attività live. I numerosi fan della DMB dovranno attendere ben sei anni per un nuovo album in studio. Come Tomorrow sarà rilasciato infatti nell’estate del 2018. Poco prima dell’uscita del disco, come un fulmine a ciel sereno, arriva la notizia del licenziamento di Boyd, a seguito di una denuncia per molestie sessuali intrapresa da un componente della precedente band del violinista.
Come Tomorrow è senza ombra di dubbio uno degli album più orecchiabili dell’intera discografia della band, se non il più accessibile. “Samurai Cop (Oh Joy Begin)”, in apertura, ne è la prova tangibile con il suo vorticoso andamento, chiuso su sé stesso, ma a favore di arena, imbrattato con i colori di Chris Martin e vestito con gli occhiali da sole di Bono Vox. Se la canzone d’apertura finisce appena pochi metri più in là rispetto a dove è partita, il groove di “Can’t Stop” fa di tutto per riavvolgere il nastro del tempo, come a dimostrare che i 24 anni di Under The Table And Dreaming sono solamente una grossa bugia.
“Is it ok if I call you mine/ from here on out/ as if I could ever stop?”, biascica Dave Matthews in una “Grace Is Gone “un po’ meno dolorosa e un po’ meno country. “Here On Out” - una toccante ballata in punta di piedi e di polpastrelli, impreziosita da un delizioso contrappunto di violini e contrabbasso - è l’aletta di sovracoperta di questo libro che dura quasi un'ora e che parla della donna con quel rispetto devozionale che si riserva solo a chi aulisce sacralità. Quasi come un concept sulla figura femminile, Come Tomorrow si districa concettualmente tra celebrazioni alla figlia appena nata (“Samurai Cop” e forse “Virginia In The Rain”), odi alla madre (“Again, Again”) e all'amore nel suo significato più ordinario (“Can't Stop”, “Here On Out”, “That Girl Is You”). Il nodo da sciogliere per giudicarlo sta nel capire se l'immediatezza che lo contraddistingue sia figlia di una povertà d’idee o il risultato di una mera esigenza artistica.
Il disco non è infatti scevro da punti deboli: la scanzonata “That Girl Is You” si morde la coda spolverando un falsetto forzato e a tratti fastidioso, poco prima che “She” ammicchi senza troppo pudore al rock più dozzinale, rievocando i fantasmi del deludente Everyday.
La cosa straordinaria è che, nonostante questo, tutto riesce a stare in piedi con un aplomb e una coerenza sonora invidiabili, che sono anche merito dello "staff" nascosto in cabina di regia, ossia la produzione d’eccellenza di John Alagía, Rob Cavallo, Rob Evans e Mark Batson. A detta di quest’ultimo, la Dave Matthews Band è viva più che mai e in questo lavoro è riuscita persino a includere un perfetto compendio di ciò che la sua musica rappresenta. Questo compendio si chiama “Idea Of you”, che riprende i primi secondi di una loro esecuzione dal vivo. È partita da Rashawn Ross (fiati) l’idea di cristallizzare la canzone sul disco, così come è sempre stata suonata dal vivo, estrapolando l’incipit da un video caricato su YouTube.
Sicuramente Come Tomorrow è un album pensato per emozionare: il fatto che non solo si lasci ascoltare ma anche amare dopo pochissimi ascolti non toglie nulla al merito, semmai aggiunge.

 

Contributi di Alessio Gambaro (“Busted Stuff”) e Federico Piccioni (“Come Tomorrow”)

Dave Matthews Band

Il rock della porta accanto

di Fabio Ferrara

Rassicurante, sentimentale, con un'irresistibile attrazione per la vita on the road, la band di Charlottesville ha saputo rappresentare al meglio il cuore pulsante dell’America. Attraversando tre decenni eternamente in tour e trovando nella dimensione live il terreno più fertile nel quale esprimere il suo eclettismo

Dave Matthews Band
Discografia
 STUDIO ALBUM 
   
 Remember Two Things (Bama Rags, 1992) 
 Recently (Ep, Bama Rags, 1994) 
Under The Table And Dreaming (RCA, 1994) 
 Crash (RCA, 1996) 
Before These Crowded Streets (RCA, 1998) 
 Everyday (RCA, 2001) 
 Busted Stuff (RCA, 2002) 
 Stand Up (RCA, 2005) 
 

Big Whiskey & the GrooGrux King (RCA, 2009)

 
 Away From The World (RCA, 2012) 
 Come Tomorrow (RCA, 2018) 
   
 COMPILATION 
   
 The Best Of What's Around Vol.1 (RCA, 2006) 
 Live Trax (RCA, 2008) 
 Live Trax 2008 (Bama Rags, 2008) 
 The Haiti Relief Project (EP, RCA, 2010) 
 Greetings From Bader Field (Bama Rags, 2011) 
 DMB Live 25 (Bama Rags, 2017) 
 Rhino's Choice (RCA., 2019) 
   
 LIVE ALBUM 
   
Live at Red Rocks 8.15.95 (RCA, 1997) 
 Listener Supported (RCA, 1999) 
Live in Chicago 12.19.98 (RCA, 2001) 
 Live at Folsom Field, Boulder, Colorado (RCA, 2002) 
The Central Park Concert (RCA, 2003) 
 Live Trax (Series, RCA, 2004-present) 
 Weekend on the Rocks (RCA, 2005) 
  Live at Piedmont Park (RCA, 2005) 
  Live at Mile High Music Festival (RCA, 2008) 
  DMBLive Town Point Park, Norfolk, VA 4/26/1994 (RCA, 2008) 
  DMBLive The Bayou, Washington, DC 4/10/1993 (RCA, 2009) 
  Europe 2009 (RCA, 2009) 
  DMBLive Warfield Theatre, San Francisco, CA 5/10/1995 (RCA, 2009) 
  DMBLive The Flood Zone, Richmond, VA 01/27/1993 (RCA, 2009) 
  DMBLive Irving Plaza, New York, NY 3/26/1994 (RCA, 2009) 
  DMBLive Frank Erwin Center, Austin, TX 10/24/1996 (RCA, 2010) 
  DMBLive The Bayou, Washington, DC 12/21/1992 (RCA, 2010) 
  DMBLive Lafayette College, Easton, PA 2/25/1995 (RCA, 2010) 
  Live In New York City (RCA, 2010) 
  Live At Wrigley Field (RCA, 2011) 
  Live on Lakeside (RCA, 2011) 
  Live in Atlantic City (RCA, 2011) 
  DMBLive Backstage Theatre, Seattle, WA 11/26/94 (RCA, 2011) 
  DMBLive Oak Mountain Amphitheatre, Pelham, AL 09/09/1996 (RCA, 2011) 
  DMBLive Mud Island Amphitheatre, Memphis, TN 07/20/1995 (RCA, 2011) 
 DMBLive Masquerade Nightclub, Tampa, FL 3/2/1994 (RCA, 2012) 
  DMBLive Cameron Indoor Stadium, Durham, NC 4/7/1995 (RCA, 2013) 
  DMBLive The Revolver Club, Madrid, Spain 3/25/1995 (RCA, 2013) 
  DMBLive Palace Theatre, Albany, NY 2/8/1995 (RCA, 2013) 
  DMBLive Trax Nightclub, Charlottesville, VA 7/28/1992 (RCA, 2014) 
  DMBLive The Academy, New York, NY 4/5/1995 (RCA, 2015) 
  DMBLive Georgia Theatre, Athens, GA 10/14/1994 (RCA, 2015) 
  DMBLive First Union Center, Philadelphia, PA 11/30/1998 (RCA, 2015) 
  DMBLive Trax, Charlottesville, VA 02/22/1994 (RCA, 2016) 
 DMBLive Georgia Theatre, Athens, GA 04/06/1994 (RCA, 2016) 
 DMBLive Madison Square Garden, New York, NY 10/03/1996 (RCA, 2016) 
 DMBLive Des Eurockeennes, Lac de Malsaucy, France 07/09/1995 (RCA, 2017) 
 Warehouse Warm-Up (RCA, 2019) 
 Live At Holliwood Bowl (RCA, 2019) 
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Satellite
(da Under The Table And Dreaming, 1994)

So Much To Say
(da Crash, 1996)

 

Don't Drink The Water
(da Before These Crowded Street, 1998)

 

Grace Is Gone
(da Busted Stuff, 2002)

Two Step
(da Central Park Concert, 2003)

If Only
(da Away From The World, 2012)

What Would You Say 
(da Live At Hollywood Bowl, 2019)

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