Ah, chissà se impareremo mai
A farcela prendere bene
Anche se nel frattempo il cielo cade
Sai che tutto quello che ho da dire
Mi scivola via dalle mani
E intanto ce ne stiamo a guardare il mare che sale
Il terzo album del produttore italiano Simone Benussi alias Mace si ricollega più all’esordio “OBE” (2021) che al secondo “Oltre” (2022) ma, dopo i primi ascolti, emergono elementi appartenenti a entrambi i predecessori e anche degli aspetti compositivi inediti. Ritornano le canzoni al centro di tutto, e un manipolo di ospiti presi dal pop e dal (t)rap nostrano per smussare i confini di elettronica sofisticata e mainstream; ritorna anche l’intento di fare emergere nuove voci e nuovi volti, da lui che aiutò non poco l’ascesa di Blanco con “La canzone nostra”.
L’ambiziosa idea compositiva di “Oltre”, però, non è andata perduta, si è piuttosto riorientata verso la cesellatura di canzoni finemente arrangiate, dense di echi settantiani tra psych e funk; riemerge più pura nel lungo finale “Il velo di Maya”, uno strumentale di otto minuti che deve molto a Pink Floyd e Sun Ra. La techno, quella sì, è andata quasi completamente persa, perché “Maya” arretra nel tempo con le sue ispirazioni fino a quando non esisteva né lei né i suoi predecessori.
Come si usava cinquant’anni fa, l’album nasce da lunghe sessioni condivise da artisti che, infatti, ritornano più volte nei crediti. Joan Thiele ammalia con il suo sussurro sessantiano in “Viaggio contro la paura”, decorata dagli archi e resa ucronistica dal featuring del rapper Gemitaiz, ma quest’ultimo ritorna altre due volte: nel pop-soul lisergico di “Meteore”, dove si affianca a Izi e soprattutto centomilacarie, la voce intensa di una nuova promessa dell’indie-pop; nel gospel misto r ‘n’ b di “Fuoco di paglia”, dove però spicca un impeccabile Marco Mengoni. centomilacarie apre con una confessione da suicida “Non mi riconosco”, accoppiata al meglio con un Salmo sempre più lontano dall’hip-hop muscolare di un tempo, in forza di doti interpretative non scontate per un rapper.
In generale, Mace spazzola il midstream del nostro pop, provando a cucire su ogni combinazione di artisti un vestito apposito. Alle volte questo sembra soffocare la creatività, perché il pop elettronico di “Ruggine” affidato a Chiello e Coez è tra i passaggi più banali della scaletta insieme al crank misto trap di “Praise The Lord”, se non per il sample: produzioni che seguono stili che gli ospiti già praticano da tempo, senza la freschezza di un tempo (quando almeno c’è stata). Ma Mace è anche un sarto ardito quando veste “Tutto fuori controllo” per farla calzare a Franco126, Izi e Kid Yugi, usando synth sognanti, pianoforte e un beat trap e quando il sound mimato è ancora fertile, come in “Mentre il mondo esplode”, con il fascinoso cantautorato pop-jazz-fink di Marco Castello, o nel pop new age affidato a Venerus in “Ossigeno”. Con “Mai più” usa un pretesto liquid funk per unire Fabri Fibra con Fulminacci, facendolo suonare naturale.
Sul finale, come dicevamo, recupera “Oltre”, prima con di un incrocio tra Giorgio Moroder e Robert Miles (“Strano deserto”, feat. Cosmo e Rares) e poi con “Il velo di Maya”. Sembra un modo per dare coerenza a un album ambizioso e azzardato, con alcuni vertici creativi alternati a uscite meno brillanti, blande o difficili da inserire nel flusso dell’ascolto. Ci si ferma, quindi, una tacca sotto i due album precedenti.
03/05/2024