Elettronica, dream-pop, psichedelia rimodellano le attitudini indie-rock di Johnson, supportato da un ensemble all’altezza delle visionarie e cosmiche riletture avant-rock sperimentate in passato. Non solo Sonic Youth, Pavement e kraut-rock. Gli Activity setacciano le moderne metamorfosi di Broadcast e Beak>, lasciando fluttuare fiumi di synth e vapori darkwave che coronano una scrittura efficace e ancora più matura.
La musica di “Unmask Whoever” è malandata, acre, anche quando il ritmo sembra scandito con il battito del cuore (l’imprevedibile singolo “Calls Your Name”); né l’energia smodata dell’elettronica, né la mutevolezza del suono delle chitarre riescono a rendere agevoli le originali trame pop.
Al centro di tutto vi è un’intesa perfetta tra i quattro musicisti, foriera di interessanti commistioni di stile: evanescenze dream-pop, trip-hop e abrasioni shoegaze che si sposano in “Spring (Low Life)”, ardori romantici alla Cocteau Twins che non disdegnano le alterazioni elettroniche dei Broadcast in “In Motion”.
Tutto l’album è un ribollire di emozioni e turbative sonore dai connotati ossessivi e sinistri: è infatti quasi diabolica la progressione dei pochi accordi di chitarra e dell’incipit ritmico di “Earth Angel”, un’oscura litania che si deforma su strali noise dalle difficili connotazioni strumentali. La band americana non conosce confini nel raffigurare sogni e incubi, convogliando suoni darkwave e industrial pronti a trafiggere la struttura Velvet-iana di “Auto Sad”, raggiungendo così le soglie del terrore più algido.
Peccato che nel mettere troppa carne a cuocere il filo conduttore di “Unmask Whoever” non sia sempre a fuoco, ma a ciò non corrisponde un calo di tensione. Innegabilmente il duello tra synth e chitarre di “Nude Prince” poteva essere più ambizioso e la ninna nanna di “Looming” tiene forse troppo a bada le influenze kraut e trip-hop che provano a infettarne l’estetica, ma il fremito della sperimentazione dona anche agli episodi meno incisivi un fascino malsano e inquieto.
Le tenebrose e angoscianti attitudini della musica della band newyorkese non hanno nulla di sconvolgente e oltraggioso, ma solo perché anni e anni di orrore puro hanno alimentato cinismo e indifferenza: brani come la vellutata “I Like The Boys” e la placida e sognante “Violent And Vivisect” non agitano l’anima. Tuttavia la tribolante jam di rock ed elettronica di “The Heartbeats” si insinua nella mente come un mantra psych-tribal-acid, sintetizzando alla perfezione tutte le potenzialità di una band che, a dispetto delle evidenti professionalità ed esperienza, ha tutta la verve di un gruppo di esordienti.
21/07/2020