A una prima impressione, è infatti piuttosto facile tirare in ballo l’intero parterre di sonorità soul/funk/afrobeat di metà anni Settanta, quello fortemente debitore della blaxploitation (esemplificato con naturalezza dai canoni di “Don’t Waste My Time” e “Let Me Go”) ma, procedendo nell’ascolto, ci si accorge che la complessità di riferimenti arriva a lambire a tratti tanto il post-punk sincopato dei primi Pop Group quanto le eteree texture vocali di marca Chromatics, evidenziando scelte produttive che tendono alla rarefazione degli elementi.
Josiah e i suoi collaboratori (chiunque essi siano) trovano un’insospettabile messa a fuoco nello scommettere sulla predominanza della sezione ritmica (spesso piuttosto satura di distorsione analogica) in un contesto di arrangiamenti essenziali, perfetti per lasciare sotto i riflettori linee di cantato quasi esclusivamente femminili.
Il ruolo degli altri strumenti, dalle tastiere anni Ottanta di “Up All Night” e “Why Why Why Why Why” al morbido fraseggio funk della chitarra in “We Are The Sun”, è connotato dalla volontà di non definire mai un percorso meramente revivalistico, e dal lasciare spazio all’altro aspetto fondamentale del progetto (oltre al groove), la scrittura.
L’intero lotto di canzoni si distingue per la capacità di non prestare il fianco a divagazioni di sorta, con episodi anche piuttosto memorabili (su tutti “Something’s In The Air”) che raramente arrivano ai cinque minuti di durata; completa l’opera una certa predilezione per ritornelli orecchiabili, che strizza l’occhio solo in parte al mainstream di matrice neosoul (terreno battuto invece in maniera più evidente dai già menzionati Jungle).
Un complesso intreccio di elementi nuovi e vecchi che rende l’ascolto al contempo familiare e inaspettato, corroborato dalla necessità di indagare sulla natura dei suoi autori e dalla speranza che non si tratti soltanto di un esperimento, per quanto decisamente riuscito.
07/01/2020