LARKIN GRIMM - Chasing An Illusion

2017 (Northern spy records)
avant-folk, experimental

C’è una comfort zone dove gran parte dei musicisti si rifugia: un anfratto stilistico e creativo che garantisce un approdo sicuro per tutti coloro che godono un minimo di seguito, uno spazio che permette a molti artisti di preservare un po’ di autonomia. Ci sono altresì musicisti pronti a rischiare e a sacrificare la loro immagine, pur di sperimentare e varcare i confini dell’arte, ed è a queste figure leggendarie che Larkin Grimm rivolge da anni il suo sguardo, da quando cioè ha scelto di trasformare il proprio stralunato folk in una tavolozza di sonorità fragili, vulnerabili, dove far confluire la spiritualità tipica della psichedelia e del jazz. Non è un mistero che la songwriter statunitense si ispiri sempre di più alla musica di Alice Coltrane, Pharoah Sanders e Ornette Coleman, anche se è la prima volta che questi riferimenti creativi prendono il sopravvento modificando strutturalmente il suo stile compositivo.

Che la forza espressiva della voce di Larkin Grimm fosse unica è stato sempre evidente, ma in “Chasing An Illusion” essa trabocca, addensando lo straziante lirismo della scrittura, nonché catturando con un’estetica grezza, e altresì arcana, tensioni armoniche e sonore che inquietano e seducono. “Devi scegliere la tua libertà”, canta Larkin Grimm in “Ah Love Is Oceanic Pleasure”, mentre un raffinato raga volteggia tra strumenti a corda e un accenno di fiati, prima che l’arpa introduca le armonie gentili di “Beautifully Alone”, un seducente e agrodolce folk-pop corrugato dal suono di un sax, quest’ultimo pronto a conquistare la scena dell’intero progetto duettando finanche con l’arpa (nelle mani del raffinato Jesse Sparhawk) nel solenne e ipnotico raga-drone di “Journey In Turiyasangitananda”, uno degli episodi più incantevoli di questa nuova esplorazione sonora.

Nell’ultimo album della cantante e autrice americana, ogni elemento sembra avere una sua ragione d’essere, anche il canto e le parole si ammantano di valore simbolico, come quando in “I Found It On The Floor” diventano taumaturgiche e lenitive delle graffianti sferzate di chitarra elettrica e delle plumbee e sofferte intrusioni del violino. E sono sempre le parole l’arma della trasmutazione emotiva del romantico e gotico dream-folk “I Don’t Believe”, la cui apparente cristallina dolcezza è turbata dalla rabbiosa invocazione della Grimm: “Non credo in te, vorrei che tu morissi, così potrei giocare all’aperto”, un esplicito riferimento alle violenze subite da Michael Gira all’epoca delle registrazioni di “Parplar”. 
A volte la voce sembra distaccarsi dall’elemento fisico della musica, in particolar modo nella title track, un brano che l’artista stravolge con dissonanze vocali e accordature folk contaminate da virtuosismi da jam-session in chiave free-jazz e sonorità mistico-indiane, queste ultime costante presenza dell’intero progetto e la cui influenza è percepibile anche nelle rilassate lande di “A Perfect World” o nelle gioiose divagazioni quasi trip-hop di “Keeping You Alive”.

Con “Chasing An Illusion”, Larkin Grimm si avvicina ancor di più a quella purezza espressiva che era alla base del nuovo percorso, intrapreso con il precedente album “Soul Retrieval“. La vera sorpresa è che alla complessità del linguaggio e delle commistioni sonore corrisponde una lucidità e una sobrietà che rendono tutto amabile e coinvolgente, senza che mai la noia e l’arroganza prevalga sulla poesia e sulla fruibilità della musica.
Un piccolo miracolo di coraggio e inventiva.

01/12/2017

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