Come una festa a tema virtuale, “The End Of Comedy” gioca con l’ascoltatore: è più forte l’impressione della rinascita di un tempo, o il suo mascherarsi in quello corrente? Questo è un po’ il luogo ondivago dell’arte tongue in cheek creata da Micheal Collins (già Run DMT e Salvia Plath) con l’aiuto di Ariel Pink, Weyes Blood e della band di Mac DeMarco.
Squarci di modernità (l’apatia trasandata che infarcisce la psichedelia post-Beatles di “Sea Of Nothing”), che irrompe dallo sfondo con una carica – appunto – nichilista, contaminano anche i brani interpretati da Weyes Blood (il sensuale “Suddenly” sugli scudi), tra i più fedeli a un’epoca indistinta, a cavallo tra Sessanta e Settanta, di macchine da scrivere e grandi auto (“Theme For Alessandro”).
Anch’essi, però, sembrano rompersi, a un certo punto, come insicuri essi stessi della propria ragion d’essere, come se dei glitch improvvisamente rivelassero il carattere ingannevole di “The End Of Comedy”, col suo modernariato che rimane ambiguamente sospeso tra lo-fi e grandi orchestrazioni Bacharach-iane, tra un impegno totale nella resurrezione di un’era in altra risoluzione e un vago tributo venuto fuori da qualche narghilè in compagnia di troppo (i Beach Boys di “Were You Saying Something?”).
Progetto che sa essere, così, tanto affascinante quanto irritante, mostrandosi mai del tutto, e condensando tutto il pressappochismo giovanilista e situazionista del garage-pop americano di questi anni.
06/12/2016