I Not Moving furono uno dei gruppi italiani più importanti degli anni Ottanta, benché messi purtroppo in ombra da altri più mainstream, seppur ancorati a una scena
indie e
new wave (
Litfiba,
Diaframma e
Gang in primis). Un vero e criminoso peccato, perché i Not Moving (formatisi a Piacenza nel 1981) avevano tutte le carte in regola per sfondare definitivamente: una buona qualità di scrittura non eccessivamente derivativa, una discreta padronanza strumetale e una
vocalist che aveva talento da vendere.
Se fossero vissuti a San Francisco invece che in Emilia-Romagna, forse le loro sorti sarebbero state differenti, vosto che furono più apprezzati oltreoceano (per esempio, da
Jello Biafra) che qua in madrepatria. Sullo stesso genere, ma ancor più sfortunati di loro, furono i pisani Liars (nulla a che vedere con l'omonimo gruppo avant-rock statunitense) e
Steeplejack, assai più originali di tutta la concorrenza italiana, dopo i torinesi
No Strange, i milanesi Peter Sellers & The Hollywood Party e i pugliesi (ma stanziati a Bologna) Allison Run.
Lo stile garage-punk dei Not Moving prese forma definitiva quando arrivò, nel 1983, il chitarrista pisano
Domenico "Dome La Muerte" Petrosino, proveniente dai leggendari Cheetah Chrome Motherfuckers, uno dei gruppi
hardcore italiani più feroci e anarchici di sempre (anch'essi apprezzati dal solito Jello Biafra oltre che da
Greg Ginn), al pari degli Indigesti, dei Raw Power e dei
Negazione (i
Cccp e i
Contropotere fecero caso a parte).
Dopo un paio di discreti singoli per la Electric Eye di Claudio Sorge, i Not Moving si accasarono presso una neonata etichetta fiorentina, la Spittle (che vantava un coraggioso ed eclettico catalogo, spaziando dagli sperimentali
Limbo agli elettronici
Neon fino al neo
zappiano Sandro Oliva), per la quale uscì, nel 1985, il mini "Black'n'Wild", con la produzione artistica del giornalista
Federico Guglielmi, il quale produsse anche l'acclamato album di debutto "Sinnermen" (Spittle, 1986).
Nonostante il comprensibile malcontento sia di Guglielmi che del gruppo stesso per il missaggio finale di "Sinnermen" (pare che, a loro insaputa, il proprietario della Spittle avesse manomesso i
master originali, ma questa è una storia non è mai stata chiarita del tutto) e che ci fu qualche dissapore tra di loro durante le registrazioni dell'album (che, va detto, fu inciso pessimamente e ancora più orrendamente riversato in cd dalla Spit/Fire-Goodfellas nella ristampa del 2009), "Sinnermen" fece gridare al miracolo la stampa alternativa italiana. Rockerilla e il Mucchio Selvaggio lo inserirono tra i dieci dischi italiani più importanti del 1986, accomunando il loro stile musicale a quello dei loro "cugini" americani
Gun Club.
"Flash On You", uscito due anni più tardi per la Electric Eye, gode di una produzione più accurata (di Claudio Sorge) e di pezzi più meditati e meglio suonati, anche se parte dell'irruenza dell'album d'esordio è andata perduta. A conti fatti, è questo il loro vero capolavoro, più maturo e compatto rispetto a qualsiasi cosa avessero inciso prima di allora. Dome La Muerte si dimostra qui come uno dei chitarristi rock italiani più sottovalutati e dotati di sempre. Non solo gode di una tecnica strumentale del tutto personale, ma è anche un "songwriter" di tutto rispetto (autore di tutto il loro repertorio musicale).
Si parte benissimo con un'energica cover di un vecchio piccolo hit (risalente al 1978) di un gruppo minore del punk melodico inglese, ovvero "Driver's Seat" degli Sniff'n'The Tears. Si procede poi attraverso una serie di grintosi brani mozzafiato come "Lookin' For a Vision", "I Stopped Yawning" e "Stupid Girl", che fanno rispolverare il glorioso nome degli
X, con Lilith Rita Oberti nei panni di Exene Cervenka, Dome La Muerte in quelli di Billy Zoom e Tony Face Bacciocchi in quelli di Don Bonenbrake.
Il clima si stempera un po' nel power-pop di "Dog Day" e in quell'acid-rock onirico, tipicamente
Paisley Underground di "Sweet Beat Angel", che ricorda da vicino le cose migliori dei 28th Day di Barbara Manning o dei Rain Parade. Non male pure l'indiavolato punk-rhythm'n'blues di "Bluesing" e i contrappunti psichedelici, sottolineati dall'organo Farfisa di Maria Severine, di "Love Train".
Il disco si chiude con una curiosa e caotica cover di "Foxy Lady" di
Jimi Hendrix, in cui si intersecano pure le strofe di "Let The Good Times Roll".
Sopra la media anche le tre
bonus-track aggiunte (non quindi i soliti scarti da sala di registrazione, sebbene piuttosto grezze): il cow-punk di "Sad Country", il funk-punk di "Fool In The Jungle" (immaginate una versione
lo-fi dei primi
Red Hot Chili Peppers) e, soprattutto, l'incandescente e visionario "technicolor dream" di "Honey And The Flies".
Dopo questo secondo album, la formazione si sfaldò a poco a poco (cambiando spesso componenti), con Lilith impegnata in una carriera solista, che procede a tutt'oggi e con Dome La Muerte con i suoi Diggers, anche se non manca qualche sporadica e nostalgica
reunion, di tanto in tanto. La vera storia, però, è tutta qua.
Edizione limitata in vinile di soli cinquecento esemplari e di mille per la versione in cd
digipack. Chi ama i feticci si affretti quindi a comprarli.