Sesto album per gli Hold Steady, gruppo indie-rock di grande successo in America, ma ancora poco conosciuto in Europa. Nati per una sorta di scommessa di musicisti già over 30 e con la missione di una fusione tra lo storytelling di Springsteen e le sonorità punk-rock degli storici Replacements, sono diventati un gruppo di culto e da arena nel continente a stelle e strisce, grazie soprattutto al disco del 2006 “Boys And Girls In America“. Sarà in grado questo “Teeth Dreams” di gettare un ponte tra i cuori aperti d’oltreoceano e le barricate del vecchio continente contro certi ricorsi dell’epos, non sufficientemente raffinati?
A quattro anni di distanza da “Heaven Is Whenever” si parte subito forte con i riff di “I Hope This Whole Thing Didn’t Frighten You” e con il concitato e caratteristico half–spoken di Craig Finn. L’ingresso nella band di un secondo chitarrista produce una crescita di spessore del sound, come rivendica “Spinners”, che ricorda per l’irruenza della batteria i Foo Fighters e per il timbro vocale gli episodi riusciti – non tantissimi – degli ultimi Kings Of Leon.
La vitalità e l’urgenza dei racconti sembrano in grado di fare di nuovo breccia, ma dopo un ottimo incipit subentra una sensazione di stanchezza diffusa e mancanza di verve. Non sembra essersi ancora rimarginata la prematura dipartita dell’eccentrico tastierista Franz Nicolay nel 2010, evento per molti già responsabile dell’appiattimento del disco precedente. Se così con “On With The Business” ci si scalda ancora, nel trittico “Big Cig”, “Wait A While” e “Runner’s High” l’ispirazione cade ai minimi termini, in uno stantio mestiere: per il ripetersi delle vicende con protagoniste sempre al femminile e per le strutture dei brani, senza più le accelerazioni dell’inizio, né variazioni di prospettiva strumentali.
Nelle due ballate conclusive Craig Finn trova di nuovo qualcosa da raccontare, superando i precedenti del concreto a tutti i costi, e il tempo in 3/4 si lega ad arpeggi di pathos sincero e melodie riuscite. Ma questo non basta per farci scommettere sulle chance di sdoganamento delle storie degli Hold Steady nel nostro continente e, soprattutto, per non ritenere la band americana in parabola creativa discendente.
28/04/2014