PEACE - In Love

2013 (Columbia records)
alt-pop, alt-rock

“The Future of indie” disse il Guardian nel 2012; “E’ il loro momento”, sottolinea Eve Barlow su Nme, piazzando loro un bel 9/10. Ora, occorrerebbe anzitutto capire se possa esistere univocità nel significato della parola indie: cosa intendiamo con indie in questo preciso momento storico? Ci rifacciamo all’originario concetto di indipendent, in cui le opere musicali uscivano dai canali principali di produzione e distribuzione, appannaggio di corsie meno battute, di ascoltatori maniaci del diverso a tutti i costi, di finanziamenti da quattro soldi e per l’appunto di quella in-dipendenza dal mainstream oppure mescoliamo nel calderone tutto ciò che è immagine, atteggiamento e provocazione associata a uno genere musicale che, per inciso, non lo è?

E ancora, di quale momento stiamo parlando Miss Barlow? Di un momento di stasi socio-economico-musicale che null’altro propone che re-visitazioni di opere passate o di un’epoca che dall’incertezza può trarre la linfa vitale per re-inventarsi, per gettare le fondamenta di qualcosa di really indipendent?

Se ci ponessimo dalla parte della Barlow saremmo realmente tutti felici e contenti: i Peace, quattro “disagiati” del Worcestershire, sarebbero la band dell’anno. Posture da magazine, con l’immancabile capello unto e la faccia di chi è stanco al solo pensiero di lavarsi poco; un oculato e hipsteriano senso dell’abbigliare; una “piccola etichetta” di nome Columbia Records; un album, “In Love”, frutto di un inquietante collage del mercato musicale contemporaneo. Così, in cuffia, passano pezzi di (in ordine alfabetico): Darkness, Everything Everything, Foals, The Libertines, Lightspeed Champion, The Kooks, The Maccabees, The Music, Smashing Pumpkins, The Strokes.

I fratelli Koisser, Harry (voce, chitarra) e Samuel (basso), Douglas Castle (chitarra) e Dominic Boyce (batteria) gongolano di gloria patriottica, ma “In Love” è un’opera che concede davvero poco all’emozione dell’ascoltatore. La tristezza del remake nel remake, accompagnata da una personalità vocale primeggiante, fanno di questa band una delle dimostrazioni più tangibili di cosa significhi, ad oggi, business del circuito indipendente. Harry Koisser è già pronto a mettere in piedi l’impresa solista, a riempire arene, fiancheggiato da qualche musicista turnista e da “donnine in attesa” nel camerino numero uno, profumato di caviale e champagne.

Leggiamo il disco. Traccia numero uno, “Higher Than The Sun”: batteria e chitarre di South London (Maccabees di “Wall Of Arms“) e sonorità vicine a qualche hit estiva di inizio millennio. Traccia numero due, “Follow Baby”: bentornati Billy Corgan e le sue zucche di metà anni Novanta, con accenti vocali dei dimenticati The Music; traccia numero tre, “Lovesick”: probabilmente i due minuti che meglio riassumono chi sono ora i Peace, dal testo alle melodie sonore; traccia numero quattro, “Float Forever”: Dev Hynes (Lightspeed Champion, Blood Orange) avrà sorriso sarcasticamente sentendo che qualcuno, nel mondo, si è accorto delle sue potenzialità e ha scelto di fare un copia-incolla divertito dalle tracce del suo secondo Lp (“Life Is Sweet! Nice To Meet You”); traccia numero cinque, “Wraith”: singolo di lancio, melodie da spiaggia e da onde calde, con qualche membro degli Everything Everything a comparsare.

Pausa.

Traccia numero sei, “Delicious”: funky, fresco, Foals, con l’eclettica voce di Koisser che imita quella del collega Luke Pritchard (The Kooks); traccia numero sette, “Waste Of Paint”: movimenti funky – di nuovo – con interessanti armonie vocali nel ritornello, disturbate da chitarre da poco conto; traccia numero otto, “Toxic”: il vocalist passeggia sicuro sui territori già abbondantemente seminati da Pritchard, abbracciato da coretti e chitarre glam-rock, da ultimi Darkness; traccia numero nove, “Sugarstone”: dolci note arpeggiate di chitarra, accendini da stadio, ballata da scambio salivare; traccia numero dieci, “California Daze”: la end track in cui ascoltiamo l’incredibile: non certamente per i controcanti sixties alla Beach Boys o alla Simon and Garfunkel, ma perchè “California Daze” sarebbe una scelta azzeccata, non fosse altro per la presenza nella chiusura di un disco del 2007, “Colour It In“, quando si chiamava “Toothpaste Kisses” ed era cantata dai Maccabees.

I Peace non sono la band dell’anno, sono la scelta commerciale Uk dell’anno: età giusta, atteggiamento sornione, sonorità scontate in linea con le offerte di un mercato colmo di offerte similari. Si ha la sensazione che il distacco esistente tra il vocalist e la band aumenterà fortemente in futuro, lasciando quest’ultima incastrata nella moderna e claustrofobica concezione di successo e fama, dove l’individualità governa indisturbata.

Mai smentita sarà meglio accetta. 

09/04/2013

Tracklist

  1. 1. Higher Than The Sun
  2. 2. Follow Baby
  3. 3. Lovesick
  4. 4. Float Forever
  5. 5. Wraith
  6. 6. Delicious
  7. 7. Waste Of Paint
  8. 8. Toxic
  9. 9. Sugarstone
  10. 10. California Daze