A volte la musica può sembrare miracolosa; anche quando non è eccelsa, anche quando sai che probabilmente non te la ricorderai per sempre. È questo il caso di quest’ultimo disco dei Junipers, band di Leicester fautrice di un pop psichedelico revivalista quanto basta – di Byrds, Fairport Convention, Beatles – per sembrare ancora fresco e vivo.
Dal primo, fortunato e forse più intenso e centrato “Cut Your Key”, del 2008, la band continua qui a registrare canzoncine dorate, che a volte scivolano come filastrocche impalpabili, senza lasciare ricordo se non una persistente pelle d’oca, una sensazione di una felicità toccata e poi persa (l’improvviso fiorire strumentale di “Pearly Home”).
Miracoloso e invisibile, questo “Paint The Ground”, rimasto ben al di fuori dei radar, anche di quelli più potenti; prima ancora che ce ne si sia accorti, sono ripartite le dieci tracce e i trenta minuti circa che compongono il disco, tra un tuffo nel britpop più psichedelico (“Dandelion Man”), una passeggiata nei boschi dove vivono Midlake e CSN (“They Lived Up In The Valley”, “Look Into My River”), al suono di una chitarra che ricorda, a tratti, quella dei Real Estate di “Days” (“In My Reverie”), o dei Coral di “Butterfly House” (il singolo naturale “Song To Selkie”).
Nella favola quasi-strumentale di “Antler Season” – nella quale ci si aspetta la comparsa di un Gerard Love – sta tutta la storia dei Junipers, autori di una musica volatile e fuori dal tempo, una poesia senza parole, scritta sulla sabbia, incuranti del suo destino. Per questo è più importante non lasciarsela sfuggire.
04/01/2013