Duo composto dall’artista israeliana Ruth Rosenthal e dal musicista francese Xavier Klaine (il loro incontro risale al 2004, in quel di Jaffa), Winter Family sperimenta un ibrido di musica da camera, drone e poesia che ipnotizza e coinvolge l’ascoltatore trasportandolo in una dimensione parallela, tra immagini umbratili e brividi crepuscolari. Mentre Klaine si divide tra pianoforte, organo, harmonium, filicorda, celesta e sprazzi di elettronica, la Rosenthal sommessamente conduce la sua voce dentro un diafano pulviscolo di simboli sonori.
“Red Sugar” (disco itinerante, registrato tra Parigi, Omaha e Gerusalemme) sembra, così, la colonna sonora di un incubo avvolto dalla magnificenza di un sogno. Come in “The Marble Index” e in “Desertshore” di Nico (pur con i dovuti distinguo) tutto ciò che è apparentemente fragile e sfuggente non è altro che il punto di fuga verso l’essenza più nascosta del reale. Nel confronto tra spiritualità e materia (qui evocata soprattutto grazie all’inserto di registrazioni sul campo) il duo rintraccia la strada maestra per dare corpo e anima a un’operazione sicuramente spiazzante. Così, l’iniziale “Went Searching Donkeys”, con il suo incedere liturgico, avanza dentro una lieve pioggerellina di campanellini, oltre la barriera solenne dell’organo a canne.
Le narrazioni in punta di piedi di “Come” e “Shooting Stars” (che procedono nel solco intimista dell’esordio), il carillon umbratile in stile Colleen di “Indigo Sky” e la grazia autunnale di “Deadned” hanno lo scopo di amplificare a dismisura l’horror vacui che sprigionano sia la tetra desolazione del brano eponimo (con ridde granulose di harmonium, campane in lontananza, voci-ombre che sgusciano lungo il perimetro della memoria, field recordings e oscure profezie che si fondono e si confondono dentro i chiaroscuri dell’anima) sia i pieni/vuoti di “Dancing In The Sun”. Nella seconda parte di quest’ultima, la sovrapposizione tra le parole bisbigliate, con malinconico stupore, dalla Rosenthal (“She can no longer remember anything…” etc.) e la registrazione di quello che sembra un incontro tra una predicatrice e la sua invasata platea, è a dir poco agghiacciante, segnando uno stacco netto tra mera “fruizione” del divino e disperata percezione/ricerca dello stesso. Le urla finali faranno, poi, il resto…
Se l’influenza del minimalismo è evidente nella lunga odissea di “Tea And Lies With Theodor” (ticchettio insistito, pianismo policromo, narrazione multi-prospettica, sirene Varese-iane e grottesca coralità Residents) in “Omaha” la Klaine raggiunge il picco espressivo cimentandosi nell’imitazione vocale di un attacco bellico, prima di completare il quadro con liriche pacifiste: “Why did you go, my boy, to fight in a war that is not yours?”. Poi, dalla stanza degli specchi (“Brothers”), passando per le strutture più riconoscibili di “Y”, fino al miraggio lontanissimo di “A Day”, fino alla fine…
07/10/2011