Cambiano pelle quasi totalmente gli scozzesi Sons And Daughters. Eredi di una tradizione cittadina fieramente indie-pop, che dai Wake arriva ai Vaselines, passando per i Pastels, fino al glam-disco intellettualizzato dei Franz Ferdinand, i quattro di Glasgow per il loro terzo album hanno deciso di affidarsi alle cure svecchianti di Keith McGivor, produttore elettronico dagli spiccati orientamenti dance.
I risultati di “Mirror Mirror”, abbastanza distanti nel complesso dall’apprezzabile “The Gift“, colpiscono per il loro minimalismo coldwave notturno e concettuale, segnato da synth reticolari e geometrie curiosamente motorike, in bilico tra certi eroici esperimenti sheffieldiani d’antan e un retrofuturismo anni Novanta da feticisti del suono elettronico d’epoca più stilizzato.
Malgrado il tentativo di sperimentare e decostruire la propria immagine sonora con ardita temerarietà costituisca in sé un proposito artisticamente apprezzabile, quello che manca al gruppo in questa nuova prova è una collezione di brani all’altezza del progetto proposto. In questo senso non aiuta la voce poco duttile e ingessata del chitarrista Scott Paterson (forse la sua peggiore prestazione è propria quella regalata nel singolo “Breaking Fun”), spesso in duetto con la talentuosa Adele Bethel (che pare anch’essa in evidente affanno mentre tenta di scalare la melodia contorta e sforzata di “Axed Actor”).
L’idea generale che trapela dal lavoro è quella di un campionario di scampoli sonori e intuizioni compositive scollegate fra di loro (ad eccezione dell’ottima “Orion”, di “Rose Red” e di “The Model”, non a caso più nelle corde stilistiche dei “vecchi” Sons And Daughters), con frasi smozzicate di chitarra o schegge di sintetizzatore rabberciate senza trama o sviluppo narrativo, come frammenti di una pellicola vintage-horror non ancora completata dai suoi stessi autori (quest’impressione si rafforza al cospetto di brani come “Bee Song”, “Ink Free” o “Silver Spell”).
Alla fine la pioggerella serale che bagna l’ineffabile “The Beach” mima il suono desolato di un’occasione sostanzialmente gettata alle ortiche. Come si suol dire in questi casi: una pacca sulla spalla e sarà per la prossima…
23/06/2011