Sons And Daughters

This Gift

2008 (Domino) | pop, rock

Arriva al terzo full length il quartetto di Glasgow, cresciuto esponenzialmente in termini di popolarità all’ombra dei Franz Ferdinand e attuale esponente di spicco della scena indie scozzese, uno dei più fertili e vivaci feudi del rock europeo, tra i più seguiti e apprezzati dal pubblico internazionale.

Dopo due album improntati a un recupero abbastanza pedissequo degli stilemi di un folk/punk acustico sulla scorta soprattutto dei Violent Femmes, il gruppo ha deciso di imprimere una svolta abbastanza netta alla propria ricerca musicale, sottoponendo il suono a un’operazione di restauro e svecchiamento che, è bene dirlo subito, ha dato qualche frutto. Il delicato restyling è stato infatti affidato alle sapienti e navigate mani di Bernard Butler dei Suede, da anni produttore e talent scout di un certo successo e spessore, il quale ha avuto il merito di esacerbare e portare alla luce (in continuità con il suo passato musicale) un’insospettata anima decisamente più glam/punk, che i Sons And Daughters avevano in passato lasciato emergere solo a sprazzi. Ne è venuto fuori un disco costruito quasi esclusivamente sull’elettricità di chitarre taglienti e riff particolarmente tesi, ai quali fa da contraltare una maggior verve ritmica che in più punti si spinge in territori di aperta ballabilità.

In “Gilt Complex” è sintetizzato a grandi linee tutto il contenuto dell’album: intrecci vocali ben scanditi, chitarre quadrate e una batteria molto insistente e sostenuta a incorniciare una melodia dal disegno sufficientemente articolato e, nel complesso, piuttosto trascinante.
Altri episodi confermano la maggiore fisicità dell’approccio (ad esempio “The Nest”, “Rebel With The Ghost” o “Chains”, che sembra un frammento di “Grease” riletto in chiave garage) e il risultato è un ibrido discretamente assortito tra Breeders, Slits, Sleater-Kinney, Yeah Yeah Yeahs e cose più “inglesi” all’altezza di Elastica, Delgados, Echobelly o Kenickie.

L’impatto più roccioso e schitarrante viene ribadito in toto anche dai pezzi inclusi nel mini-album live accluso al cd, in cui il gruppo dà peraltro prova di buone doti esecutive e di un’apprezzabile coesione interna, raggiungendo nella riesecuzione più sbavata di “The Nest” e “House In My Head” un bell'impasto strumentale capace di impressionare e imprimersi nella memoria dell’ascoltatore.

Il disco tiene bene fino alla fine, e non si potrà certo tacciare un’opera del genere di sgradevolezza o sbadigliante monotonia (ottima, per esempio, “Darling”). I limiti maggiori vanno allora cercati in una connotazione e in piglio pop troppo rimarcati e invadenti che, come assai spesso accade, tendono a limitare lo spettro di soluzioni a disposizione del gruppo.
Gli inserti strumentali avrebbero dovuto essere più sostanziosi e articolati, la scrittura avrebbe reso di più in termini di efficacia, se fosse stata sviluppata in modo meno lineare e più libero e spericolato (come si intravede in “Iodine”, in cui il gruppo riesce ad attingere una sua originalità di struttura ed emoziona).
Anche una certa rudezza blues (che in una certa misura apparteneva al gruppo, ma che qui appare quasi del tutto sterilizzata, forse su indicazione di Butler), avrebbe senz’altro arricchito di suggestioni e sfumature il suono, come già sperimentato, con successo, dai Noisettes (in parte si può cogliere questo aspetto nel ritornello esasperato di “House In My Head”).

Detto questo, il disco in sé non è affatto un cattivo sentire e non c’è da dubitare che riuscirà nell’intento (che non è poca cosa, è bene ricordarlo) di dilettare e intrattenere il proprio pubblico, soprattutto nelle esibizioni dal vivo.

(15/03/2008)

  • Tracklist
  1. Gilt Complex
  2. Spilt Lips
  3. The Nest
  4. Rebel With The Ghost
  5. Chains
  6. This Gift
  7. Darling
  8. Flags
  9. Iodine
  10. The Bell
  11. House In My Head
  12. Goodbye Service
 
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