DANIELSON - Best Of Gloucester Country

2011 (Sounds familyre / fire)
alt-pop

Il mondo è pieno di dischi di cui non si sente il bisogno, e più si va avanti più sarà così. Però tra questi dischi ce ne sono alcuni che, nonostante tutto, il loro posto nel mondo alla fin fine riescono a trovarlo. Prendete questo "Best Of Gloucester Country" dei Danielson, la famiglia allargata che fa capo al folletto del New Jersey Daniel Smith. Un disco che non aggiunge niente a niente, di cui si potrebbe benissimo fare a meno, un disco che forse qualcuno, da qualche parte, in qualche tempo, ha già grossomodo sentito, addirittura suonato, canticchiato. Se lo avesse pubblicato quarant'anni fa, Smith sarebbe stato considerato a fatica un precursore. Oggi, beh, come lo vogliamo chiamare? Come si definisce uno che scrive canzoni che sembrano aver smarrito la carta d'identità? Smith, a ben vedere, è una specie di falsario. Un falsario a cui quello che fa – ed ecco l'altra faccia della medaglia – riesce terribilmente bene.

Perciò, può capitare che ascoltando le undici tracce che compongono l'album, uno si senta molto, molto gratificato. Saranno le melodie acidule, saranno i coretti sincopati, sarà questa profusione di chitarre e chitarrine capaci di trascinare nel bel mezzo di fumose visioni lisergiche, ma parlar male di "Best Of Gloucester Country" è impossibile. L'accusa di anacronismo non cade, ma ormai siamo abituati a imputazioni ben più gravi, nel debordante circo del pop e del rock di questo scorcio di terzo millennio. Per cui, non se ne farà una questione di clemenza. Il giudizio si formerà sul merito, e sarà tutto sommato benevolo solo per questo. Perché, semplicemente, questo è un disco fatto di buone canzoni.

 

Dan Smith, per chi non lo sapesse, è uno di quelli che si divertono a cambiare in continuazione faccia, nome, collaboratori, a coinvolgere nei suoi progetti fratelli e cugini e chissà chi altro ancora, a pubblicare con questo e con quell'altro, a dare una mano agli altri e a fondare etichette in proprio. La militanza è già lunga, se considerate che la prima traccia della famiglia Danielson risale addirittura al 1994, anno d'uscita dei ventiquattro brani di "A Prayer For Every Hour". Poi un'altra manciata di dischi sotto varie denominazioni fino a "Ships", l'ultimo della lista prima di "Best Of Gloucester Country". La sua strada s'è incrociata spesso con il principesco Sufjan Stevens e, in effetti, i territori su cui ci si muove sono all'incirca gli stessi: le ariose polifonie, i divertissement, i manierismi esasperati. E pur senza arrivare alle vette del menestrello magico del Michigan, anche Smith sa lavorar bene di alchimia.

 

Il disco si apre con una specie di arrembante inno glam che richiama subito echi seventies, e ci si aspetta quasi che da un momento all'altro salti fuori Ziggy Stardust a reclamare un supplemento d'attenzione sotto spoglie più o meno mentite. No, "Complimentary Dismemberment Insurance" non è Bowie, ma poco ci manca. In ogni caso la strada è segnata, la direzione verso cui muoversi chiara, e non sarà messa troppo in discussione neanche nelle tracce successive. Senza voler fare per forza nomi, aspettatevi sferzate di power-pop e psichedelia, con qualche tocco scanzonato e un'aura gioiosa e contagiosa. La voce di Smith a tratti si fa stridula, ma rimane sempre limpida e gli arrangiamenti sono poco meno che sfarzosi. Il primo piccolo cambio di passo arriva con "Lil Norge", una filastrocca che sale continuamente di tono con un divertente intreccio delle voci del capofila, di sua moglie Elin e del pop singer svedese Jens Lekman. Ma già con "But I Don't Wanna Sing About Guitars" si torna sul binario di partenza, mentre "People's Partay" è un altro scherzetto, stavolta scarno scarno. "You Sleep Good Now" – e siamo all'ottavo brano in scaletta – pare iniziare quasi come un omaggio all'amico Sufjan, ma quando, al netto dei tremolii di banjo, prende a girare intorno alle sue ondate corpose, la mente finisce per andare a veleggiare altrove, ancora lungo le intasate rotte che collegano l'adesso alla rada sicura degli albori dei Settanta. "Hosanna In The Forest", poi, è un ultimo capitolo rarefatto e onirico, un tappeto sonoro su cui scorre un mantra remoto, che accarezza le tempie, perché dopo il tempo delle feste è bene anche ristorarsi così.

 

Tutta quell'energia quasi ostentata fino a poco tempo prima sfuma un po' sorprendentemente, ma è una sterzata che lascia le cose in sospeso e che in fondo a questo disco fa bene. Non è per roba del genere che bisogna arrivare a spellarsi le mani, è vero, ma siamo comunque di fronte a un talento notevole, e a un tipo che non sembra avere alcuna intenzione di permettersi di sprecarlo.

14/04/2011

Tracklist

  1. 1. Complimentary Dismemberment Insurance
  2. 2. This Day Is A Loaf
  3. 3. Grow Up
  4. 4. Lil Norge
  5. 5. But I Don't Wanna Sing About Guitars
  6. 6. People's Partay
  7. 7. Olympic Portions
  8. 8. You Sleep Good Now
  9. 9. Hovering Above That Hill
  10. 10. Denominator Bluise
  11. 11. Hosanna In The Forest

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