Con un quarto album appena uscito e un warm up tour che li porterà da febbraio in giro per i club italiani, i C’Mon Tigre sono in grande forma. Ma è solo l’inizio. C’è un intero mondo per sentirsi a casa.
Parliamo della svolta tropicalista che fa da spina dorsale all’album. Quali curiosità intellettuali l’hanno originata?
Volevamo lavorare su un album che comunicasse una sensazione di vita, dunque l’aspetto, per così dire, energetico ha innescato tutto il processo creativo. Stavamo sostanzialmente cercando di costruire un vero e proprio habitat dove noi per primi potessimo sentirci a nostro agio. La ricerca di un linguaggio consono è partita da questa esigenza. La nostra curiosità nei confronti della musica brasiliana si era manifestata già con l’album precedente. Poi gli incontri, le amicizie hanno fatto il resto. È un disco nato in meno tempo rispetto ai precedenti e ci siamo ritrovati nel bel mezzo di questa nostra idea un po’ obliqua di Brasile, senza rendercene troppo conto.
Il passaggio dall’Africa al Sudamerica mi sembra tra l’altro molto diretto e conseguenziale all’aspetto percussivo della vostra musica.
Assolutamente. L’aspetto percussivo, la somiglianza tra strumenti dell’una e dell’altra area è forse uno degli aspetti culturali che maggiormente ancora oggi testimonia le storie di migrazioni e contaminazioni che sono avvenute nei secoli. Quando iniziamo a scrivere, di solito partiamo dai ritmi. La collaborazione col collettivo Drumetrics ci accompagna da sempre ed è molto caratterizzante nel nostro suono.
Il groove a volte riporta all’afro-beat di Fela Kuti, di cui ospitate il figlio Seun in “The Botanist”, persino ai dischi di Ginger Baker…
Da un lato il suono pesca nelle batterie di allora, registrate con le tecniche del tempo. Quindi c’è del retropensiero nel nostro mondo, ma al tempo stesso percepiamo una grande contemporaneità che nasce dalle mescolanze di suoni, arrangiamenti, anche fonti di ispirazione.
Benché in questo album si avverta meno, avete sempre avuto anche un sostrato post-rock, certe acidità quasi crimsoniane, con le linee degli strumenti che si sovrappongono come nel gamelan.
Sono gli ascolti di cui ci siamo nutriti nell’adolescenza e tarda adolescenza, che fanno parte di un percorso e ti rimangono in qualche modo dentro. Quando si lavora su dei materiali più cupi, tendono a venire più fuori. In questo disco si avvertono meno perché sostanzialmente il mood è un altro, molto più gioioso. Non è stata una scelta premeditata, ma avevamo bisogno di luce piuttosto che di oscurità, e di leggerezza anche nel trattare i temi più seri. Questa volta i suoni sono più avvolgenti. Un insieme di fiati non sconfina mai in cluster, le melodie sono magari un po’ oblique, però sempre solari.
Tra l’altro siete responsabili di tutti gli aspetti di questo disco. Lo avete prodotto da soli…
Sì, non volevamo diluire la precisione dell’idea di suono che stava venendo fuori. Quindi ci abbiamo lavorato in prima persona portandola direttamente al master.
Il gusto è il nostro. Lo abbiamo mixato insieme a Lorenzo Caperchi, che è il fonico che ci segue in tutta la parte live, con cui abbiamo un rapporto molto familiare e non sono necessarie troppe spiegazioni. A distanza di dieci anni dal primo lavoro è tornato il desiderio di riprendere in mano la situazione, come era accaduto ai tempi, ma con un’anima più forte e competente. Un nuovo inizio se vuoi.
Come si sono svolti i feat.?
Non chiediamo mai a chi mette le voci, o gli interventi strumentali, di suonare o di cantare qualcosa di già scritto. Ogni ospite è artefice della propria parte. Sia in termini di melodia, sia in termini di scrittura del testo. Ricevono un input iniziale da parte nostra, che cerca di essere il più esaustivo possibile, ma poi ci autoeliminiamo dall’equazione per non rovinare un processo creativo che non è nostro e che deve svilupparsi in modo libero.
Trovo molto insolito per entrambi il feat. di Giovanni Truppi, come è nata l’idea?
La premessa è che Giovanni è proprio una di quelle persone che prima di tutto sono degli amici fraterni. Ci conosciamo da tanto tempo e ci vediamo quasi quotidianamente. A un certo punto ci siamo detti: ma perché non proviamo a fare un piccolo esperimento? Il brano ha una sua componente “visiva”, che probabilmente si concretizzerà ed è attualmente in fase di concepimento. Abbiamo parlato con lui e gli abbiamo raccontato anche come ci immaginavamo che lavorasse sul pezzo, con dei toni urlati, simili magari a quello che faceva nei primi dischi.
Sarebbe bello vedervelo fare insieme dal vivo…
Vedrai che accadrà in qualcuna delle date…
Ascoltando “Nobody At Home” mi viene da chiedere se il pezzo abbia un valore anche politico…
Tutto è politico e niente lo è nello stesso tempo. Il nostro modo di trattare la politica passa attraverso spunti di riflessione su degli argomenti che toccano inevitabilmente l’aspetto comunitario. Siamo dei grandi osservatori. In questo caso non parliamo di emigrazione, come avevamo fatto in passato con un altro nostro pezzo che si chiamava, appunto, “Migrance”. Però si parla del senso di non appartenenza e del sentirsi perennemente in una bolla al di fuori della quale è impossibile riconoscere i propri valori.
Fuori dal proprio habitat, insomma…
Esatto.
L’album si chiude con “Keep Watching Me”, con Arto Lindsay, che trovo uno dei pezzi in assoluto più belli del vostro repertorio. Qui la ritmica ha un ruolo quasi fantasmatico, ci sono delle sospensioni, c’è il senso della suspence, dello sguardo indagatore che insiste sulle nostre vite di cui parla il testo. Come avete ottenuto una compenetrazione così funzionale tra liriche e atmosfere musicali?
Difficile da ricostruire. Questo è un brano che ha avuto un tempo di incubazione molto lungo. E’ rimasto fermo tanto tempo, finché non è arrivato Arto. Il tocco magico è il suo. Avevamo già le parti, con l’inizio aereo e il finale un po’ più cacofonico. Ma con l’arrivo di Arto tutto questo si è sviluppato e ha acquisito un senso preciso e unitario.
“Habitat” è forse il vostro disco più accessibile. State pensando a una promozione anche internazionale?
E’ nel corredo genetico dei C’Mon Tigre il desiderio di confrontarsi con più popoli, con più culture, con più mercati. Che questa vocazione si concretizzi o meno è uno sviluppo sottoposto a delle variabili molto forti. Abbiamo avuto momenti molto felici in questo senso e ci sembra che questo sia un periodo giusto per averne degli altri.
(29/12/2023)
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Il ruggito del jazz elettronico italiano In una giornata d’incessante pioggia, ai tavolini di un bar poco fuori l’Auditorium Parco della Musica di Roma, abbiamo incontrato i C’mon Tigre prima della loro esibizione nel teatro recentemente dedicato al maestro Ennio Morricone. Il duo alla guida del collettivo che ha portato una ventata di cosmopolitismo e innovazione elettro-jazz nella scena musicale italiana è reduce da una lunga giornata di prove in vista del debutto live del loro terzo lavoro in studio, “Scenario” (Intersuoni, 2022), arrivato dopo l’esordio self titled (Africantape, 2014) e il sophomore “Racines” (BDC / !K7, 2019). Abbiamo scambiato due parole con loro sul nuovo disco, sul ritorno alla musica dal vivo e su questi ultimi, complessi anni… Prima “Racines”, oggi “Scenario”, già la parola che avete scelto come titolo apre diverse strade all’immaginazione, in francese ad esempio – una lingua per voi familiare – vuol dire anche “sceneggiatura, script”… Potete declinarci i vari modi in cui “Scenario” riesce a descrivere le nuove canzoni? Ecco, che ruolo gioca la componente visiva/visuale nel vostro lavoro? Le immagini ispirano la composizione o vengono successivamente? Una comunicazione tra il vostro e il suo lavoro… Esplorando l’apparato visivo, che è fondamentale, notavamo che Pellegrin lavora spesso in bianco e nero, mentre voi lavorate molto coi colori – la componente visuale è forte, la tigre, ad esempio – anche se “No One You Know” è un video in bianco e nero dove però il colore è intenso… A proposito dei vostri video, dato che sono sempre coinvolgenti, forti e belli, come sono nate le collaborazioni con Danijel Žeželj e con Donato Sansone? Per l’apporto visivo rimane fondamentale il lavoro con Pellegrin, però notavamo che in questo album ci sono più collaborazioni “esplicite” anche per quanto riguarda il comparto musicale: Xenia Rubinos, Colin Stetson, Mick Jenkins che era anche nel precedente “Racines”. Come è stato lavorare con loro? Rubinos l’anno scorso ha fatto un album bellissimo. A proposito della voce, dato che si parlava di quella di Xenia, ci ha sempre incuriosito la scelta della voce filtrata, che è spesso sui vostri dischi e che è diventato quasi un marchio di fabbrica. Come mai? In questo disco ci è sembrato che ci fosse più attenzione alla forma-canzone, qualche melodia più diretta… La vostra musica ha sempre avuto il potere di creare scenari “altri” e di catapultare in realtà esotiche e spesso cinematiche, in “Scenario” ci pare di aver colto però un maggiore utilizzo di soluzioni che vi hanno avvicinato a suoni più classicamente cinematografici, da soundtrack, soprattutto attraverso l’uso degli archi che compaiono in modo più preponderante. C’è stato un effettivo avvicinamento a questo ambito? Ci ha colpito molto un pezzo come “Burning Down”, una fiammata elettronica ballabile che rimanda anche a certa rave music. Di sicuro la componente danzereccia non è mai mancata ai vostri pezzi, vi intrigherebbe però una futura svolta anche in questa direzione? Sembra faccia da spartiacque tra le due metà dell’album: la prima più legata anche a quello che avevate già fatto, la seconda, invece, sempre più esplorativa… A proposito della narrazione, le copertine dei vostri album – in cui qualcosa ritorna e qualcosa cambia – sembrano i capitoli di un unico grande libro. C’è un filo rosso che unisce i tre dischi? State per presentare “Scenario” dal vivo qui all’Auditorium Parco della Musica, come vi sentite a riguardo? Come avete vissuto da artisti il periodo della pandemia? Un vostro punto di vista su quelle che sono state le proposte e le misure per il sostegno al mondo della cultura e dello spettacolo? Un’ultima domanda, dato che tra pochissimo sarete sul palco: come lo trasponete in versione live un vostro disco? Che è molto complesso e ha varie stratificazioni… (30/03/2022) |