La storia del pop-rock deve ai 10cc molto più che una manciata di stravaganti hit spalmate durante la seconda metà dei Seventies; come per ogni mostro sacro che si rispetti, anche per la band fondata nel 1972 a Manchester da un quartetto di amici compositori vale la regola che le gemme più preziose si celano nei solchi meno battuti dei loro vinili, nei lati B in cui in pochi avrebbero curiosato se non i fan della prima ora. Mischiando la sapienza melodica di Beatles e Beach Boys, la dinamicità del glam-rock meno interessato ai lustrini e l’estro compositivo dello Zappa canzonettistico, i 10cc hanno licenziato, almeno fino alla loro sesta prova da studio del 1979, “Bloody Tourist”, la prova provata di un valore spesso condensato in brani da tre minuti, esperimenti di umorismo in musica tanto originali quanto taglienti. Sotto il profilo artistico l’età d’oro dei nostri termina con la fuoriuscita dalla band dei due elementi più temerari, il cantante e batterista Kevin Godley e il cantante e chitarrista Lol Creme, i quali lasciarono ai rimanenti Erik Stewart e Graham Gouldman l’innecessaria missione di ripristinare l’eclettismo beatlesiano aggiornandolo alla decade imminente. Non stettero con le mani in mano, i due transfughi, ribattezzandosi Godley & Creme e licenziando nel ’77 un esordio commercialmente improponibile, quel triplo vinile “Consequences” che si poneva come bignami dell’art-pop presente e futuro, arricchendone i passaggi più complessi con l’utilizzo di una loro invenzione musicale, quel Gizmo suonato perfino da Jimmy Page per i Led Zeppelin nell’apertura di “In Through The Out Door”. Le conferme del loro valore continuarono fino all’88, quando il buon “Goodbye Blue Sky” pose fine al sodalizio discografico e registico del duo. Sì perché, nel frattempo, Godley e Creme si erano affermati tra i più memorabili videomaker degli Eighties (e, a posteriori, dell’intera storia del pop-rock). Un titolo tra tutti? “Don’t Give Up” di Peter Gabriel in coppia con Kate Bush. L’artigianale genialità di Godley, in particolare, non si è arrestata nel nuovo millennio, azzardando un Ep assieme al ritrovato Gouldman come GG/06 e, ben più intrigante, la prova solista “Muscle Memory”, licenziata dopo alcune traversie nel 2021. Intervistato in esclusiva, il buon Kevin, classe 1945, elargisce importanti dosi di schiettezza e humour, confermandosi personaggio prezioso per rivelare ai meno attenti quei tempi ormai lontani in cui lo showbiz esibiva nell’arena delle classifiche artisti apripista di un futuro non ancora rivelatosi completamente.
Kevin, se torni alla Manchester della tua adolescenza, quali sono i tuoi primi ricordi musicali? Ricordo un fatto poco precedente all’adolescenza. Avevo 11 anni e la preside della scuola elementare stava dimostrando a me e ad altri 20 ragazzi sbadiglianti cosa fosse la buona musica e cosa fosse quella cattiva. Le sue scelte buone erano varie arie d’opera e composizioni Classiche che riproduceva sul suo scadente giradischi procurandomi un sonno che non ti dico. La sua scelta cattiva era Elvis Presley che cantava “Jailhouse Rock”, pezzo che mi svegliò con una scossa di pura eccitazione. Gli altri ragazzi presero a fissarmi turbati perché, a quanto pare, stavo saltando su e giù urlando e martellando il mio banco come se fosse una batteria. Sono stato immediatamente buttato fuori dall’aula e messo in punizione. Ma ormai era tardi: in un attimo avevo assorbito la potenza, il fascino e lo spirito ribelle del rock'n'roll, che mi ha catapultato, inconsapevolmente, nella mia vita futura.
Dei quattro 10cc sei quello con le maggiori doti vocali: quali cantanti del passato metti sul podio? Sempre e comunque Marvin Gaye. Ti nomino lui perché la sua voce era sufficientemente contenuta ma, solo quando necessario, sapeva esplodere e raggiungere le note più alte. Il suo modo di giocare col tempo, poi, è a dir poco insolito. Le sue esecuzioni sono sempre impeccabili e, mi dicono, beccava l’interpretazione perfetta entro due take. Mi sarebbe piaciuto vantare un talento come quello. È successo invece che, a furia di tentativi, ho trovato la mia propria voce.
Le idee migliori giungono da un’intuizione subitanea o da una serie di ragionamenti? Prima di ogni altra cosa, arriva l’intuizione. Qualsiasi modellamento e modifica avviene sempre e solo in seguito alla manifestazione di una qualche forma già evidente.
Gli ingredienti della canzone pop perfetta? La magia! Una magia che si può presentare in modi diversi e, almeno per me, è difficile da afferrare. Chi sostiene che sia qualcosa di insito nella melodia, chi attribuisce l’origine di tutto al testo, chi invece ritiene sia frutto del suono o dell’esecuzione. Magari è una combinazione di alcuni di questi elementi. Ma la magia resta quell’ingrediente imperscrutabile di cui non conosci e non conoscerai mai davvero la natura finché il tuo brano non viene pubblicato e la gente reagisce di conseguenza.
“I'm Not In Love” sarà anche il vostro maggior successo commerciale ma c’è di più. Penso a “The Worst Band In The World” che, in tre minuti, sintetizza gran parte del vostro genio. Quel pezzo è bello tosto, sì. Io però consiglierei anche l’ascolto di titoli tipo “The Dean & I”, “Somewhere In Hollywood”, “Hospital Song”, “Une Nuit A Paris” e “I’m Mandy Fly Me”.
A posteriori, perché tu e Lol mollaste i 10cc? Come molte giovani band, abbiamo iniziato ricchi di passione e innocenza, fiduciosi di pensarla tutti e quattro allo stesso modo e poi… siamo cresciuti. Man mano che si trova la propria strada e si ampliano gli orizzonti, c’è poco da fare, i gusti cambiano. Abbiamo trascorso praticamente ogni giorno insieme per ben 4 anni ma, al contempo, sono nate anche altre amicizie esterne che ci hanno portati in campi creativi diversi. Così, gradualmente, ognuno di noi ha cominciato a covare prospettive e obiettivi diversi da quelli di partenza. Quindi, oltre a essere cresciuti ci siamo anche, inevitabilmente, allontanati l’uno dall’altro.
Ritieni sia stato creativamente fruttuoso riunirsi per l’album “...Meanwhile”? C’è qualcosa che manca in quella reunion. Già. Ci sono delle robe buone, ma manca effettivamente qualcosa e non riesco a capire cosa. Mi è piaciuto cantare le canzoni per cui sono stato ingaggiato e, a essere onesti, non ho avvertito alcuna tensione in studio di registrazione. Tieni conto che non avevo idea di come fossero strutturati gli altri brani in cui non ero coinvolto. Mi sono semplicemente concentrato sul fornire una buona performance e mi è piaciuto ritrovare Graham ed Eric. Immagino che la differenza principale per loro sia stata lavorare con un produttore discografico e coinvolgere dei turnisti. Non sono sicuro che sia stata una buona mossa, dato che tra gli ingredienti caratteristici dei 10cc c’erano proprio le imperfezioni che appartenevano ai nostri eccentrici talenti.
Se pensi agli album dei 10cc dopo la vostra uscita, cosa è andato perso e cosa è andato guadagnato? A essere sincero, non li ho ascoltati tutti. Ho sentito qualcosa qua e là e ho preso atto della nuova atmosfera che hanno imbastito senza di noi. Ci sono buone composizioni musicali. Molte canzoni d’amore. Alcune con una struttura tradizionale, altre più dilatate come “Feel The Benefit”. Mettiamola così: nel complesso il duo sembrava più a suo agio nel creare buone canzoni piuttosto che gettare al vento ogni cautela e mettersi in gioco. Però hanno avuto grandi successi, e su questo non c’è dubbio.
Puoi spiegare, in termini comprensibili a un non addetto ai lavori, cos’era il Gizmo? Il Gizmo è nato perché volevamo aggiungere degli archi in alcune canzoni degli Hotlegs, la prima incarnazione dei 10cc. Purtroppo all’epoca ingaggiare un’orchestra a Manchester era costoso e anche un tantino poco pratico. Per i musicisti classici non era mai stata promossa una cultura che li aprisse a mettersi a disposizione anche come turnisti nelle session di registrazione e percepivamo ben poca voglia di invertire la situazione. L’unica sezione d’archi decente era quella dell’orchestra Hallé, ma il loro entusiasmo e disponibilità nei nostri confronti era davvero minimo. Risultato: il Gizmo!
Scendiamo nel dettaglio rispetto alla sua creazione. Dopo aver fissato una Fender Stratocaster al muro, abbiamo attaccato una gomma da cancellare all’estremità di una punta da trapano rotante e l’abbiamo applicata alle corde della chitarra. La teoria era: “Una chitarra è uno strumento a corda, e solo perché le corde sono posizionate piatte sopra la tastiera non significa che non possano essere suonate con un arco, proprio come un violino o un violoncello”. Avevamo in parte ragione, ma ci sono voluti un paio d’anni e l’aiuto del Manchester College of Science & Technology per trovare il modo migliore per realizzare la nostra idea. Motori elettrici, ingranaggi e 6 minuscoli plettri circolari in gomma abbassabili con le dita sulle corde. E alla fine ha funzionato...
In quale brano il Gizmo riluce in tutto il suo potenziale? Non ti do un brano, ma mi allargo a tutto il triplo vinile di Godley & Creme “Consequences”.
Cosa vi aspettavate di ottenere pubblicando un capolavoro così complesso come “Consequences”? Per un anno e 4 mesi siamo stati chiusi in studio 24 ore su 24 alla ricerca di quel qualcosa che non esisteva… finché non l’abbiamo creato noi, sicché, puoi ben capire, non avevamo tempo per ascoltare altro, oltre le idee musicali che ci frullavano per la testa. Il nemico era il tempo. A modo nostro, abbiamo subìto lo stesso destino dei 10cc nella seconda versione: il panorama musicale stava cambiando, ma a noi non importava affatto, o forse non ce ne accorgevamo. Purtroppo, le dimensioni e il prezzo di un album triplo hanno attirato critiche. Inoltre, facevano spesso un paragone con quello che avevamo fatto prima coi 10cc e anche questo ci ha bloccati per un po’.
Cos’hai imparato da quella vicenda? A prestare attenzione sempre e comunque a ogni singolo dettaglio.
Cosa ammiri maggiormente in Lol? L’immaginazione, il coraggio e la tenacia. E la sua maestria nel suonare ogni tipo di chitarra e tastiera. È uno estremamente determinato a perfezionare un’idea musicale, una volta che questa si dimostri promettente, ma possiede anche l’intelligenza per abbandonarla se non concede i risultati sperati.
Restiamo al vostro duo: riascoltando un gioiellino come “Foreign Accents” dall’album “L”, mi domando quanto Zappa ci sia nel vostro Dna. Zappa di sicuro. Ma pure la musique concrète, il be bop, la roba della Motown e gente come George Gershwin, Tom Waits, Joni Mitchell, The Band, Bob Dylan, i Beatles, gli Stones, Lou Reed e David Bowie.
Nonostante la grande creatività e l’accompagnamento con originalissimi videoclip, il progetto Godley & Creme non ha ottenuto lo stesso successo dei 10cc. Come spiegarlo? Guarda… resta un mistero anche per me. Volendo risponderti parafraserò dal film di Milos Forman “Amadeus” del 1984: “C’erano troppe note!”
A un pioniere del videoclip va chiesto: com’è cambiata nei decenni questa forma d’arte?Ora che l'intelligenza artificiale ci permette di fare praticamente qualsiasi cosa, i video musicali sembrano molto più banali rispetto a 30 anni fa. Grazie per averlo detto. Per sintetizzarla in un termine: questa è la tecnologia emergente. Ora gli strumenti più basilari per l’acquisizione e l’editing delle immagini sono disponibili a chiunque e i nuovi talenti possono sperimentare e crescere anche in condizioni finanziarie ridotte all’osso. Il problema è che, inevitabilmente, accanto alle cose buone, emerge e resta a galleggiare in bella vista anche una montagna di immondizia.
Che ne sarà del processo creativo? I nostri processi creativi verranno gradualmente erosi. L’intelligenza artificiale ci offre un potenziale notevole, ma ci ritroveremo, per default, ancora una volta, a digitare tasti davanti al solito schermo di un computer. Non servirà studiare dei set in chissà quale location. Non serviranno neanche più degli studi di posa. Non serviranno direttori della fotografia. Non serviranno scenografi o costumisti. Tutto comodo ed economico, forse... ma a quale prezzo per l’arte e per la nostra esperienza lavorativa?
Da “Girls On Film” dei Duran Duran a “The Power Of Love” dei Frankie Goes To Hollywood, sei responsabile di alcuni dei videoclip più importanti della storia. Quali ti soddisfano maggiormente sotto il profilo tecnico? “Even Better Than The Real Thing” degli U2 per il quale abbiamo realizzato riprese a 360 gradi della band che si esibiva davanti alla telecamera. Sempre per gli U2 abbiamo prodotto sia “Numb” che “Sweetest Thing”, per entrambi dei quali abbiamo ripreso una serie di eventi dal vivo sincronizzati e abbiamo montato i vari filmati in modo da dare l’impressione che tutto accadesse in tempo reale. E poi vatti a riguardare il videoclip di Lou Reed “No Money Down”: lì abbiamo decisamente tirato fuori le palle!
Per non parlare della deliziosa “Cry” di Godley & Creme. Per quel video abbiamo riscoperto una tecnica di editing video “vintage” che ci ha permesso di portare una sorta di morphing nel mezzo dello schermo, alcuni anni prima che venisse inventato il morphing vero e proprio.
Il videoclip più ostico di tutti? Non per eludere la domanda ma, in un modo o nell’altro, tutti presentano problemi difficili da prevedere fino a quando il processo non è correttamente avviato. E non c’è niente da fare a riguardo: bisogna affrontare i casini man mano che si presentano. A volte si tratta di errori umani, ma il più delle volte è colpa di tecnologie difettose. Ad esempio, il mio strumento preferito è sempre stato il Motion Control, una telecamera mobile programmabile controllata da computer che può raggiungere luoghi inaccessibili alle gru e ai carrelli e duplicare infinitamente i movimenti più complessi della tradizionale telecamera... amo queste funzionalità ma…
…ma? Il Motion Control non ricambia il mio amore! È responsabile di aver prolungato di innumerevoli ore un’innumerevole quantità di giorni lavorativi e ha mandato all’aria praticamente ogni ripresa in cui l’ho utilizzato.
Cos’ha portato alla conclusione l’avventura di Godley & Creme? Stesse ragioni di quanto è successo con i 10cc. La situazione si evolse nell’identica maniera ma più gradualmente, sicché invece di durare 4 anni, stavolta ne siamo durati 27.
Esistono attualmente delle band che potrebbero raccogliere il pesante testimone dei 10cc? Non so tu, ma io ho l’impressione che i programmi radiofonici oggi diano maggiore spazio agli artisti solisti piuttosto che alle band. Comunque, dovendo scegliere, ti direi i The 1975 o qualsiasi nuova formazione capitanata da David Byrne. Però, in generale, il pop-rock che viene trasmesso in radio mi deprime e non poco.
Il tuo rapporto con Eric e Graham? Qualche anno fa ti ho visto sul palco come ospite in alcuni live dei 10cc. Con Graham l’amicizia c’è. In realtà, quando mi hai visto come ospite vocale sul palco per un concerto dei 10cc, facci caso, Eric non c’era. Lol, invece, lo ammetto, non lo sento da anni.
Cosa ti ha portato a trasferirti in Irlanda? C’era un periodo in cui continuavo a fare avanti e indietro dall’Inghilterra all’Irlanda per girare i video degli U2. E a un certo punto io e mia moglie Sue ci innamorammo di quella terra, dell’atmosfera indescrivibile, dei ritmi con i quali sono scandite le vite di chi vi abita e della sua fervida comunità artistica.
Ho letto che sogni di dirigere un film basato sul periodo in cui Orson Welles ha soggiornato in Irlanda: che ha combinato il buon Orson dalle vostre parti? Ha viaggiato per l’Irlanda occidentale su un carro trainato da un asino, dipingendo paesaggi, ubriacandosi e combinando un sacco di marachelle con le ragazze del posto. Ma, soprattutto, nel 1931 ha debuttato come attore professionista al Gate Theatre di Dublino.
Quale ritieni sarà il tuo lascito? Mi auguro semplicemente che quello che ho fatto sia percepito come rilevante. E non ho mai smesso di lavorarci su: adesso, ad esempio, sto avviando un progetto che si chiama One World One Voice.
Cosa ti fa scompisciare? Il mondo in toto! Le sue assurdità, la sua crudeltà, la sua ignoranza e l’attuale presidente degli Stati Uniti.
Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista? Beh, si ha la possibilità di vivere la propria esistenza creando cose che, ci si augura, ispirino, divertano o facciano riflettere le persone. E, se si è fortunati, alcune delle proprie opere potrebbero perfino continuare a farlo dopo che non ci si sarà più.