Pierpaolo Capovilla

Pierpaolo Capovilla

I consigli di un cattivo maestro

intervista di Antonio Cammisa

“Penso come voglio, come posso… a voce alta”. Proprio ponendo questo aforisma come pietra angolare, si può procedere all’ascolto dell’album omonimo di Pierpaolo Capovilla e I Cattivi Maestri. Certo, quella appena citata è una frase lapidaria di Celine, ma se adoperassimo il concetto di “corsi e ricorsi storici” di vichiana impostazione, nessuno si scandalizzerebbe a immaginare che potrebbe essere una frase del contemporaneo Capovilla. Anche il titolo di quel pamphlet del ’37 ("Bagattelle per un massacro") potrebbe sembrare quello di un suo disco.
Insomma, citare Celine a introduzione di un’intervista a Pierpaolo non vuole essere un velleitario accreditamento culturale, ma è impossibile eludere gli innumerevoli riferimenti formativi da cui Capovilla sembra trarre spunto per i suoi lavori.
Celine sicuramente è tra le sue letture, ma ancor di più il pensare a voce alta è un tratto peculiare del nostro personaggio. In questo album sembra esserci il Capovilla più libero e ispirato, che sa fondere (usando un’ulteriore iperbole) l’impegno sociale del cantautorato anni 70, la carnalità del punk e del noise e la malinconica poetica di Pino Daniele. La lotta intesa come scopo dell’essere, la lotta come movente di una vita, che nel caso di Pierpaolo spinge sempre a una ricerca letteraria, pervade ogni verso. Un rocker veneto che nel cosmopolitismo della sua cultura non cede a compromessi e che, affiancato da una formazione di tutto rispetto, si scaglia contro l’effimero e contro il capitale. Ora più che mai Pierpaolo Capovilla ha tanto da dire e dirlo appunto… a voce alta. Il consiglio è di non sottovalutare mai gli spunti che offre.

 

Quest'ultimo mi sembra il tuo disco più arrabbiato e vigoroso di sempre. E' solo colpa del profondo buio nel quale è sprofondato il mondo che ti circonda e che ha influenzato la tua scrittura o ci sono anche dei riferimenti autobiografici?
Credo che autobiografia e circostanze storiche, alla fin fine, non possano che coincidere nel percorso narrativo. Ognuno di noi non vive solo, ma insieme agli altri, in questo mondo e nel suo inferno.

 

Nei dieci brani che compongono il disco si nota una continua lotta tra guerra e pace/amore. Tra le due fazioni, alla fine, sembra vincere l'amore, anche se di primo acchito non sembrerebbe. E' solo un'apparenza?
Amico mio, la violenza vince sempre, che sia stramaledetta. L’individualismo economico, l’egoismo, la mistificazione, in una parola, il Capitale, hanno portato la civiltà umana a un punto di non ritorno. Il compito che sento mio, che credo mi appartenga, è combatterla, la violenza, e combattere il Capitale. Nella lotta, la gioia di vivere.

 

Tra i brani del disco, due mi hanno colpito particolarmente: "Anita” e "La città del sole”. Nella prima viene toccato il dolente tasto della mancata comunicazione nel rapporto di coppia e nella seconda si ricorda la storia di un uomo coraggioso ucciso per difendere i propri ideali. Sono due concetti distanti tra loro, ma che caratterizzano sempre di più la società odierna. Che cosa vorresti aggiungere in merito?
Il tema del disco è, ahimè, la guerra. La guerra materiale, quella dei morti ammazzati, ma anche la guerra interiore, quella che ci impedisce di amarci l’un l’altro, e che fa della vita una miserabile manifestazione patriarcale di gelosie e rancori. Ho sempre pensato che la vita altro non debba essere che una manifestazione di emancipazione dal sentimento di dominio che proviamo,
perché lo proviamo, nei confronti degli altri. Tutto, purtroppo, ci racconta l’esatto contrario.

Sin dalla copertina dell'album sono ben chiari i punti di riferimento: Cristo e falce/martello. Sacro e profano. Descrivici questo dualismo.
Per come la vedo io, non c’è alcun dualismo. Come disse Fabrizio De André, Gesù Cristo è stato il più grande rivoluzionario della storia umana. Affermava che il paradiso, la pace quindi, andava edificato qui, sulla Terra. Lo crocifissero per questo. Socialismo e cristianesimo non soltanto possono convivere fra loro, ma possono coincidere.

 

Hai dimostrato in più occasioni la tua avversione a quelle che sembrano tematiche sociali ormai radicate in questo paese ai confini dell’impero. Spesso lo hai fatto con un uso massivo dei social. Ritieni questo uno strumento che debba fare spalla ai tuoi messaggi “politici” evocati nelle canzoni?
Credo siano due cose diverse e separate. Nella canzone la poesia, che è necessaria, nei social la polemica, che non serve a niente. Mi riprometto di approfondire la prima, e abbandonare la seconda. E certo, lo sappiamo, di buone intenzioni è lastricata la strada che porta agli inferi.

 

Al di là dei testi in cui palesi la tua chiave romantica, come ti approcci alla scrittura di quei testi che invece hanno un piglio più social-politico?
Studiando Majakovskij, ho compreso che pubblico e privato sono in rapporto dialettico, nel senso marxiano del termine. Poeti come Majakovskij, Esenin, Artaud, Pasolini mi spingono verso una narrazione che lo esalti questo rapporto dialettico. Beh… Per lo meno ci provo.

Ho avuto l’impressione vedendo un tuo live che, al netto della tua energia ormai nota, ti mostravi molto più a tuo agio con questo progetto. Ti ho percepito come più immerso rispetto ai tuoi progetti precedenti e oserei dire anche con i tuoi nuovi cattivi compagni. Cosa mi dici al riguardo?
Con questo gruppo, questo collettivo di artisti, tutti uomini di valore, esagerati e fuori di testa, ma belli, bellissimi dentro, mi sento finalmente a casa. Siamo compagni di lotta, amici, fratelli. Era ora! Credo che il pubblico se ne accorga.

 

Per chi fa rock (purtroppo sempre troppo pochi in Italia) il tour è un’esperienza che sublima tutto il lavoro che porta al concepimento e alla creazione di un disco. Alla luce delle date estive, qual è il bilancio?
È stato meraviglioso, voglio dirlo a piena voce. Il pubblico non è certo quello di band più blasonate, ma è attento, emozionato, amorevole. Ho respirato un affetto sorprendente da parte di tutti e tutte. Sono, come dire… disperatamente felice.

 

Il tuo essere poliedrico ti ha mai fatto immaginare per la tua carriera progetti che non sono propriamente musicali? Ovviamente escludiamo l’esperienza dei vari Reading che hai portato in scena. Insomma, Pierpaolo Capovilla tra i suoi mille interessi in quale si cimenterebbe in un prossimo futuro?
Continuerò il mio impegno politico con il partito (sono iscritto al Pci, segretario Mauro Alboresi, ma intrattengo rapporti anche con Rifondazione e Potere al Popolo), sto scrivendo un romanzo, avrò una parte significativa nel prossimo film di Federico Zampaglione.

 

In un contesto italico che sembra essere in uno stato di abulia, di assenza di lotte sociali e di una reale coscienza critica, i tuoi testi più impegnati, i riferimenti culturali nelle tue canzoni quanto, secondo te, colpiscono mente e cuore di chi li ascolta?
Le lotte sociali ci sono ancora, e mi auguro possano e sappiano esplodere nel futuro più prossimo. L’ambizione più grande ch’io abbia nel cuore è di poterle e saperle interpretare nella forma canzone. Ci sono stati tempi, penso ai Settanta, nei quali la canzone aveva un ruolo cruciale nella costruzione di un immaginario collettivo socialista e progressista, quando non rivoluzionario. La lotta di classe, ne sono convinto, è il cuore pulsante della democrazia. Non è nella pacificazione qualunquista e conformista che fioriscono i diritti, questo è certo.

 

Tu sei un grande studioso e ovviamente lettore, oserei dire anche un divulgatore. Che libro ci consiglieresti di leggere in questi autunno che si preannuncia “caldo”?
Sto leggendo “Vita e destino”, di Grossman. È un romanzo inarrivabile, ma attenzione, si piange a dirotto. Se volete farvi due risate, invece, non posso non consigliarvi “Mosca Petuski, Poema Ferroviario”, di Erofeev. Ma vi prego, leggete “Dominio”, di Marco D’Eramo. È un saggio di un paio di anni fa, pubblicato da Feltrinelli: ne vale la pena.

 

Infine: ti abbiamo chiesto consigli letterari, a questo punto consigliaci anche qualche disco, visto che spesso la tua opera di divulgazione passa attraverso post social in cui proponi musica che immagino rientri nei tuoi ascolti in questa fase.
Su tutti, il nuovo album dei Mars Volta, è un capolavoro. Bartees Strange, che non conoscevo, mi ha oltremodo sorpreso. E poi Zidima, “Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in dondo al mare” è stupendo. E ancora, le nuove canzoni dei Parsec sono più che convincenti. Nel frattempo, ascolto sempre i primi lavori di Pino Daniele. Mi rendono la vita un po’ più felice, anche quando mi commuovono.

 

Grazie Pierpaolo. Come sempre è interessante sentire la tua. Il tuo ruolo di musicista ritengo sia riduttivo per descrivere la tua persona e la tua personalità. Grazie ancora e ci si vede on the road.
Grazie a te, fratello! È sempre un piacere.

Discografia
 IL TEATRO DEGLI ORRORI 
   
Dell'Impero delle tenebre (La Tempesta, 2007)

7

A sangue freddo (La Tempesta, 2009)

7,5

 Il mondo nuovo (La Tempesta, 2012)

5,5

 Il Teatro Degli Orrori (La Tempesta, 2015)  

4,5

   
 PIERPAOLO CAPOVILLA 
   
 Obtorto Collo (La Tempesta, 2014)5
   
 PIERPAOLO CAPOVILLA E I CATTIVI MAESTRI 
   
Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri (Garrincha Dischi/ Sony)7
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Obtorto Collo

(2014 - La Tempesta)
Punto d’approdo poetico per il fondatore del Teatro Degli Orrori, all’esordio solista