Mannarino

Mannarino

Dal Tevere all'Amazzonia

di Giovanni Benedetti

La metamorfosi del menestrello romano, da scapestrato stornellatore a cantautore maturo e ambizioso, che guarda anche alla world music, come nelle recenti infatuazioni "amazzoniche" di "V". Il tutto sempre all'insegna di un lessico ironico e sferzante, che "non te la manna a di'". Un percorso disseminato di successi, ma anche di trappole
Un quartiere popolare, un ragazzo turbolento e una chitarra ricevuta in regalo "così questo se calma". La storia di Alessandro Mannarino, cantautore romano conosciuto anche solo per cognome, inizia come quella di tanti altri musicisti, da Noel Gallagher a Eddie Vedder. A differire da questi più celebri esempi è però il percorso dell'artista, emerso da una scena musicale dominata da sonorità e tematiche decisamente diverse dalle sue, trovando un personalissimo approccio alla canzone d'autore fra lo stornello romanesco e la world music.

Nato nel 1979 nella borgata di San Basilio, luogo immediatamente etichettato nella mente dei romani come piazza di spaccio, Mannarino cresce appassionandosi alla poesia di Trilussa e al teatro di Petrolini, entrambe ispirazioni fornite dal nonno. Muove i primi passi nel mondo della musica dal vivo poco più che ventenne, esibendosi nei locali notturni del Rione Monti con particolari set che combinano la performance acustica con quella da dj. Questi spettacoli, capaci di fornire una visione alternativa del tipico menestrello romanesco, riscuotono successo e portano una sempre crescente popolarità all'artista negli anni successivi.
Nel 2006, mentre la canzone romana sembra tornare nuovamente in auge con artisti come gli Ardecore, Mannarino fonda la Kampina, sestetto folk che allarga rapidamente il suo pubblico nella Capitale, consacrandolo stornellatore impenitente e irriverente, che fa del romanesco la chiave di volta di un universo tutto suo, sospeso tra quotidianità e immaginazione. Se gli Ardecore sdoganano gli stornelli romani al tempo del post-rock, Mannarino li stravolge, tramutandoli in swing caciaroni e valzer stropicciati, all'insegna della fantasia e di un'ironia pungente.

In questo periodo, scarsamente documentato in quanto ancora precedente - seppur di poco - all'avvento degli smartphone, prendono forma alcune delle prime canzoni che andranno poi a comporre Bar della rabbia. È un periodo di grande fervore per il futuro autore di successi radiofonici, il quale inizia a comparire in contesti esterni alla musica, dagli spettacoli teatrali con Massimiliano Bruno e Valerio Aprea alle trasmissioni televisive come "Parla con me" di Serena Dandini, fino a numerose apparizioni radiofoniche, da Fiorello su Radio 2 a Radio Popolare. L'immagine di Mannarino, cappello in testa, chitarra alla mano e un piratesco anello all'orecchio, inizia ad attirare l'attenzione.

Alessandro MannarinoIl momento dell'esordio discografico arriva infine il 20 marzo 2009, giorno dell'uscita di Bar della rabbia. Prodotto da Universal, l'album ottiene immediatamente riscontri positivi da parte di pubblico e critica, proiettando Mannarino fra le big thing del momento. E l'impatto al primo ascolto è altrettanto potente: dopo un minuto scarso di introduzione arriva infatti "Me so' mbriacato", vero e proprio instant classic del cantautore romano. Un brano tanto semplice all'apparenza quanto irresistibile nel suo ritmo e nella sua sincerità, sposato immediatamente da tanti chitarristi della strada e dei falò.
L'intenzione di Mannarino, come ha raccontato nelle interviste successive all'uscita del disco, era quella di metterci un po' tutto il suo mondo dentro, raccontando le strade di Roma, i suoi personaggi e la sua vita notturna fra sogni e rabbiose delusioni. Ma tra i solchi del Bar della rabbia vi è più del folklore puro e semplice o dell'istantanea da documentario: l'artista romano vi inserisce infatti diversi spunti di riflessione, anche se spesso e volentieri solamente accennati o espressi in modo ancora acerbo.
Gli stornelli di Mannarino sono un ceffone in faccia ai farisei e ai prepotenti, ma anche a quella ipocrisia radical-snob che inquina da tempo la scena alternativa italiana. Il menestrello romano critica, polemizza, e si pone dalla parte dei più deboli con il piglio vissuto e nichilista del ragazzo di strada, prendendo a bersaglio la società contemporanea, dai politici ai religiosi agli opportunisti di ogni sorta. È il caso dell'attacco alla superficialità e al menefreghismo della società contenuto in "Svegliatevi italiani" o del disilluso blues conclusivo "Soldi", dove omaggia il suo idolo Tom Waits.
Altri pezzi forti dell'album sono la romanissima title track, la ballata "Scetate Vajo'", scalmanata serenata dove Mannarino gioca con la canzone napoletana aggiungendo echi di De André, ma soprattutto "Tevere Grand Hotel". Questo ultimo brano è accompagnato da un celebre video che lo mostra attraversare la periferia romana di Centocelle per raggiungere il più grande campo rom della città, il Casilino 900, che diventa teatro della sua esibizione dipingendo un immaginario da Emir Kusturica. Qui compaiono per la prima volta gli elementi di contaminazione etnica, che negli anni a venire assumeranno un ruolo sempre più centrale nel percorso di ricerca artistica di Mannarino.

Certificato disco di platino, Bar della rabbia raccoglie dunque numerose attenzioni intorno al suo autore, il quale sarà finalista del Premio Gaber e del Premio Tenco nella sezione "Migliore Opera Prima", esibendosi sul palco del Teatro Ariston di Sanremo. Questo successo appare quasi sorprendente in anni in cui la scena musicale romana, soprattutto nelle periferie, sembra dominata dal rap underground di artisti come Noyz Narcos e il Truceklan, Gente de Borgata e Brokenspeakers. Personaggi di strada anch'essi, che con Mannarino condividono le umili origini e i messaggi di ribellione, ma anche lo stile di vita sopra le righe, caratterizzato da eccessi e comportamenti pubblici non sempre impeccabili.

Alessandro MannarinoMannarino non rimane certo con le mani in mano: a due anni esatti dal debutto, torna con il secondo lavoro, Supersantos (2011), uno zibaldone di storie strampalate e personaggi picareschi, un teatro-canzone superbamente arrangiato e suonato, tra stornelli e ballate, ritmi gitani e giostre folk, vita di strada e soprattutto un'ironia pungente che non risparmia nessuno, dai vescovi ai politici agli amanti che non sanno amare. E Mannarino di certo non te la manna a di'. Sono storie di sbronze, di botte e di passioni. Ma anche di morte. Così in "Maddalena", la moglie di un dio superbo che si sente intoccabile fugge "su una barchetta che va controcorrente" insieme a quel Giuda ubriacone che andava "a morire nella notte/ per il vino, per le donne e per le botte". Mentre "L'onorevole" continua la sua vita pubblica di tutto rispetto nonostante sia morto dentro e fuori, una metafora della putrefazione della politica, che è morta da tempo e non si accorge di esserlo, intenta com'è ad accumulare solo ricchezza e potere, mentre i disperati de "L'ultimo giorno dell'umanità" - rifugiati, ladri e avanzi di galera - finiscono alla mensa della Caritas a "consegnare minestrone raffreddato ai figli andati a male di un padre gesuita" o "in un albergo a ore" a rimediare per trenta euro "tre graffi sulla schiena e una moglie" (e qui le reminiscenze di De André, nel testo, e Capossela, nell'interpretazione, sono palesi).
I ritmi sfrenati e coinvolgenti che avevano conquistato il pubblico tornano anch'essi in grande spolvero, così anche una non-rumba può diventare "Rumba magica", con l'aiuto di trombe, violini e fisarmoniche, per incorniciare un vitalistico spaccato d'umanità periferica; oppure ci si può lasciar trascinare dalla beffarda "Serenata lacrimosa", con il suo ritornello corale ("O mamma' come se fa'/ Ce dicono de vive da morti pe' poi resuscità"), quasi un sonetto anticlericale del Belli trasfigurato in una fragorosa patchanka de' noantri.
Non c'è posto per vescovi e cardinali, nel vangelo di strada di Mannarino, dove invece giganteggiano poveri cristi come Giuda e la Maddalena, peccatori redenti e amanti sdruciti, che si lasciano andare all'onda grossa della vita. Personaggi come "Marylou", la donna del porto che "balla con l'abito corto", sulle note di uno sfrenato swing, spezzando il cuore a tutti i marinai. Dietro al ritmo travolgente e al cantato divertito si cela infatti per la prima volta una tematica cara all'artista e che verrà ripresa in modo sempre maggiore nei suoi lavori successivi: la crisi dell'uomo freddo e razionale davanti a una donna vitale e passionale ("Ma poi un ragioniere ha svalvolato/ Perché non riusciva più a contar/ Poi precisamente ha calcolato di ammazzarla dentro a un bar").
Ma forse ancor più amara è la conclusione della "Serenata silenziosa", sussurrata in punta di voce, per ricordarci che "questo è er tempo in cui chi ce guadagna è chi sta zitto". L'apocalisse è vicina, insomma, ma almeno ci sarà la consolazione che "le lacrime dell'inferno servono a qualcosa, nutrono la terra e fan crescere una rosa", come recita il valzer accorato di "Merlo Rosso", cantata in duetto assieme alla voce suadente di Claudia Angelucci. E poi c'è sempre l'amore, un amore, pieno, sanguigno, ma anche sgarbato e sofferto, come nella ballata a cuore aperto di "Statte zitta": "Che ne sai tu de quello che sento/ c'ho na fitta ma nun me lamento, nun me lamento/ Amore un corno i panni s'asciugano soli/ e sto freddo non viene da fori/ io ce l'ho dentro". E "Quando l'amore se ne va", non resta che affogare in un fiume di parole in piena, perché "partono le rotelle" e "i letti so' barelle". Eccentrica e spiazzante, infine, "L'era della gran publicitè", dove il maccheronico francesismo del testo cela messaggi subliminali e molto poco politically correct.

Certificato disco d'oro, Supersantos dà il via a un fortunato tour estivo. Nel frattempo, Mannarino compone la sigla del programma "Ballarò" su Rai Tre e pubblica, in occasione della collaborazione con l'artista Valerio Berruti, il brano "Vivere la vita", recitato interamente da una voce bianca di bambino. "Vivere la vita" diventa ben presto uno dei pezzi forti del repertorio, venendo impiegato frequentemente come chiusura dei concerti. Successivamente si apre un nuovo tour, intitolato "L'ultimo giorno dell'umanità" in riferimento a uno dei brani di Supersantos, nel quale il cantautore romano reinterpreta i suoi brani in versione teatrale.

Nel 2012 Mannarino si esibisce per la prima volta oltreoceano in occasione dell'Hit Week Festival, suonando in location come l'Highline Ballroom di New York, l'Arts and Park Amphitheatre di Miami e il Leonardo Da Vinci Theatre di Montréal. L'anno successivo segna invece il ritorno al cinema con le musiche del film "Tutti contro tutti" di Rolando Ravello, per le quali vince al Magna Grecia Film Festival. Nello stesso anno parte inoltre il tour "Corde: concerto per sole chitarre", nel quale Mannarino è accompagnato da Fausto Mesolella, Tony Canto e Alessandro Chimienti.
Sono probabilmente tutti questi movimenti a stimolare il cantautore romano nell'intraprendere una ricerca umana e musicale più profonda. Nonostante la consacrazione, infatti, Mannarino sembra soffrire il ruolo e le tante, troppe etichette, che gli sono stati affibbiate: menestrello, stornellatore, poeta maledetto, ubriacone, ennesimo cantautore col cappello. E il risultato di questo turbinio interiore sarà la sua risposta alla celebre prova del difficile terzo album.

Anticipato dal singolo "Gli animali", Al monte esce nel maggio 2014, portando una inaspettata ventata di novità. Fra i lavori di Mannarino si tratta dell'album più breve e tendenzialmente meno apprezzato dalla critica, che resta spiazzata dal cambio di rotta. Al monte abbandona infatti quasi del tutto il romanesco e i ritmi gitani, lasciando più spazio al racconto per immagini e conservando allo stesso tempo la vena politica del suo autore. Il parlato acquista una maggiore importanza, fino a diventare in diversi episodi protagonista indiscusso ("Al monte", "Deija"), mentre gli strumenti sono più delicati e curati, con una maggiore attenzione alla chitarra acustica. Questi elementi fanno sì che il disco risulti complessivamente meno immediato dei precedenti, attirandogli diverse "accuse" di pesantezza.
Tuttavia, l'assenza - oggettiva - di una "Me so' mbriacato" o di una "Serenata lacrimosa" non è assolutamente da leggere come mancanza di ispirazione. Sebbene meno divertente dei precedenti, infatti, Al monte conserva pienamente la genuinità e l'intelligenza dell'artista romano, riuscendo addirittura a esprimerle al meglio nei suoi momenti più riusciti. È questo, su tutti, il caso di "L'impero", uno dei brani migliori mai composti da Mannarino, una ballad dolce e malinconica aperta a diverse interpretazioni. Il pezzo rappresenta al meglio anche il cambio di direzione artistica: se prima Mannarino cantava allegro e scanzonato, ma con un costante fondo di amarezza e disillusione, adesso la situazione si capovolge, con un cantato in apparenza triste ma che si regge invece su una maggiore consapevolezza di sé e delle possibilità di cambiamento.
Le tonalità più caciarone del Mannarino classico sono appena accennate giusto nell'iniziale "Malamor", brano tutto sommato valido ma mancante dell'ispirazione dei classici, mentre altri episodi, come "Gente" e "Le stelle" risentono negativamente delle sonorità più scarne ed essenziali. Decisamente degno di nota è invece "Scendi giù", racconto ispirato dagli abusi di potere commessi dalle autorità dentro e fuori dalle carceri, per la quale l'artista riceverà nel 2015 il Premio Amnesty International Italia riservato alla migliore canzone sui diritti umani.

Il tour per promuovere Al monte, nel quale il cantante è accompagnato da ben 11 musicisti, raccoglie invece un notevole successo. Fra una data e l'altra, Mannarino rimane però coinvolto in una rissa scatenatasi in un locale del lungomare di Ostia e viene arrestato. Visto a posteriori, l'episodio rappresenta in un certo senso l'ultimo scotto che l'artista romano deve pagare per scrollarsi definitivamente di dosso l'immagine di personaggio maledetto. Nonostante l'incidente, infatti, Mannarino continua a raccogliere riconoscimenti, dal Premio Pimi del Mei come miglior artista indipendente dell'anno alla partecipazione al concerto della Notte di Capodanno al Circo Massimo di Roma. Nel luglio 2015 il cantante intraprende un ulteriore tour fra teatri e auditorium, intitolato "Corde" e centrato appunto su chitarre, contrabbasso, violoncello, violino e sega sonora.
Al termine del tour, il cantautore romano decide di partire zaino in spalla per il Sudamerica, con l'idea di allargare i suoi orizzonti per continuare il percorso di maturazione intrapreso con Al monte. Nel risultato, edito nel gennaio 2017 con il titolo di Apriti cielo, si può scorgere un punto di arrivo, il raggiungimento di un equilibrio fra introspezione, leggerezza e spontaneità. Registrato con ben trenta musicisti, l'album debutta al primo posto della classifica Fimi per la prima volta nella carriera di Mannarino e riceve un'accoglienza migliore del suo predecessore da parte della critica.

Alessandro MannarinoLe precedenti sonorità manouche e patchanka cedono il passo a quelle colorate e suadenti del Sudamerica, mentre soggetti più impersonali e profondi soffiano il posto nei testi ai personaggi delle notti romane che l'artista raccontava nei suoi primi lavori. Come il suo predecessore, che supera di poco in minutaggio, Apriti cielo (2017) si compone di soli nove brani. In questo caso, però, è più difficile identificare episodi meno a fuoco, per la maggiore varietà tematica e compositiva.
Nei testi e nell'esecuzione ridonda, come nel passato, la figura della donna. "Le rane", ad esempio, è una ballata notturna dal testo larvato, una sorta di nenia che concettualmente e strutturalmente si avvicina più all'alternative-folk dei Marta Sui Tubi che a un qualsiasi precedente dell'artista romano. In "31 lune" - il riferimento più naturale - i siciliani usavano la splendida voce della semi-sconosciuta Sara Piolanti, Mannarino si lascia affiancare da quella di Ylenia Sciacca, anch'essa lontana dagli ambienti più famosi.
Lo scarto rispetto a tutto ciò che è venuto prima risiede soprattutto nel fatto che Mannarino sembra essersi affrancato dalla figura dello stornellatore puro e semplice e di essersi spinto oltre, superando una retorica che era forza e debolezza della sua poetica. Ci sono gli ultimi e gli altri, anche qui, il dualismo semplicistico e raffazzonato del noi-loro, la battaglia quotidiana nei confronti di un nemico che si nasconde - talvolta con un qualunquismo difficile da non biasimare - in ogni cosa che possa attentare la libertà dell'individuo. La svolta, casomai, si traduce in un profilo più basso e meno spregiudicato.
Dopo il pezzo iniziale, intitolato a "Roma" e contenente non poche frecciate verso il Vaticano, seguono due singoli ben riusciti: l'ariosa title track, dedicata al tema dell'immigrazione, e la brasileggiante "Arca di Noè". Mannarino spazia dall'estroso e teatrale manifesto pacifista di "Ghandi" alla ritmata "Babalù", che si copre di versi enigmatici, aperti a interpretazioni differenti. È qui che, in certi escamotage vocali ed espressivi, Mannarino strizza l'occhio persino al Vinicio Capossela salmastro di "Marinai, profeti e balene", mentre le voci femminili acquistano un maggiore risalto rispetto agli album precedenti (tra queste da segnalare quella di Lavinia Mancusi, storica vocalist della compagnia mannariniana).
Fino alla conclusiva "Un'estate" - epilogo di 40 minuti esatti di musica - non c'è quasi traccia dei personaggi che abitavano il presepio del Mannarino che fu; tipi più che individui, da Osso di Seppia a Mary Lou, figli di storie qualsiasi, di vicende che non sarebbero interessate a nessuno, se non fossero state raccontate da uno che in parte le ha vissute e in parte le ha sapute cantare.
Apriti cielo è ben vestito, ma al contempo snello, è necessario e maturo, dovuto e contemporaneamente cercato. Si appiccica dal primo ascolto e dura neanche tre quarti d'ora, girando a vuoto in rare occasioni che, forse, coincidono proprio con i passaggi più macchinosi, quelli in cui Mannarino si scomoda a descrivere e a spiegare ("La frontiera"), quando invece farebbe meglio a dire meno e a lasciar andare.

L'immagine dello scapestrato cantautore di strada, dunque, lascia definitivamente spazio a un artista più maturo e consapevole, ma con una rinnovata voglia di vivere e di mettersi in gioco. "Lo stare bene è contagioso, è l'atto politico più importante in questo momento storico", dirà in un'intervista di poco successiva al lancio del disco. Anche la vena di critica sociale si amalgama armoniosamente in questa nuova immagine: gli "ultimi" tanto cari al cantautore sono sempre al centro della sua battaglia, ma la loro posizione è esaminata all'interno di un contesto più ampio. Le offensive sono più mirate, non c'è più lo sparare nel mucchio con foga dei primi lavori, ma un discorso culturale ben più profondo, che rifiuta la concezione cattolica e psicanalitica del peccato originale inteso come male radicato nell'uomo. Il cambiamento è quindi allo stesso tempo origine e oggetto di un lavoro che trasforma Mannarino in un rebel with a cause, emancipandolo completamente dal solco degli artisti polemici poi sconfitti dalla vita come Rino Gaetano.

L'"Apriti cielo tour" rappresenta il trionfo della scommessa di Mannarino, che raddoppia molte delle date inizialmente previste, registrando numerosi sold-out. Il successo viene celebrato nell'ottobre 2017 con la pubblicazione di Apriti cielo live, un'edizione speciale dell'album contenente un doppio disco dal vivo registrato durante diverse date della tournée e una versione in studio del brano "Fatte bacia'", da molti anni presente nella scaletta dei concerti ma mai inciso fino ad allora. Dalle performance, che ritraggono fedelmente il momento positivo per l'artista, spiccano in particolar modo le versioni riarrangiate di vecchi brani, come "Osso di seppia", impreziosita dai cori femminili, e soprattutto "Quando l'amore se ne va", completamente avvolta in una solare rilettura funkeggiante di oltre sette minuti.
Successivamente, Mannarino riceve il Premio De André alla carriera. Nei primi mesi del 2018 arrivano inoltre altre collaborazioni musicali, il singolo "Ultra Pharum" con Samuel dei Subsonica, e la simpatica "Madur - Morte accidentale di un romano", contenuta nell'album "Roma è de tutti" di Luca Barbarossa.

Il tour di "Apriti cielo" culmina nel luglio 2018, con lo spettacolo "Apriti cielo - Il gran finale" nella cornice di Rock in Roma. Il concerto, della durata di tre ore, vede Mannarino accompagnato da tutti i musicisti delle precedenti tournée. Il suo impegno sociale viene ribadito dall'ingresso sul palco di 40 membri del Movimento Immigrati e Rifugiati di Caserta, i quali reggono uno striscione che recita "Apriti mare e lasciali passare" in riferimento al brano. Guardando fra i 10.000 spettatori dell'evento, colpisce la varietà del pubblico: Mannarino arriva a tutti, dall'universitario radical chic al coatto di periferia, fino ai giovani genitori con figli piccoli al seguito. Il cantautore romano riceve successivamente due premi, la Targa Faber della Fondazione Fabrizio De André e il Premio Gabriella Ferri, istituito dalla Fondazione Musica per Roma per omaggiare gli artisti che valorizzano la tradizione musicale popolare della capitale. Ma il riconoscimento più grande arriva sul campo, o sul palco che dir si voglia: a gennaio 2020, Mannarino viene infatti invitato a esibirsi al Musée d'Orsay di Parigi durante la rassegna "Curieuses Nocturnes". La performance, che avviene su un pontile sospeso sotto il celebre orologio del museo, lo rende così il primo artista italiano a essersi esibito nel prestigioso santuario culturale.

Alessandro MannarinoNel frattempo, Mannarino continua la sua ricerca musicale, viaggiando fra Africa, Sudamerica e Stati Uniti. Come molti altri progetti, anche l'uscita del suo nuovo album viene posticipata in seguito allo scoppio della pandemia di Covid-19, determinando così la pausa più lunga della sua carriera.
Ma il suo avventuroso ritorno, intitolato V e pubblicato infine nel settembre 2021, dimostra quanto il cantautore romano abbia saputo sfruttare a proprio vantaggio il periodo di pausa imposto dal lockdown in tutto il mondo. V è infatti il lavoro più profondo, libero, e catartico della sua discografia. Più che una prosecuzione dell'album precedente, rappresenta il vero e proprio trionfo degli elementi di novità in esso appena accennati. La svolta principale è nei testi, che giocano su immagini evocative e aperte a differenti interpretazioni, in particolare nell'onirico uno-due di "Fiume Nero" e "Agua". La natura, le emozioni, e soprattutto l'immagine femminile emergono decisi protagonisti del suo viaggio. Le sonorità dell'album risultano invece calde e avvolgenti grazie a una consapevole scelta dei musicisti, dai collaboratori di vecchia data, come Tony Canto e Simona Sciacca, alle inaspettate new entries come Gioia Persichetti (voce in "Vagabunda") e il coro delle indigene Karuana di "Amazónica".
A colpire già da un primo ascolto è il singolo apripista "Africa", che fonde armoniosamente una delicata intro acustica con un groove intenso e delicato allo stesso tempo, valorizzato appieno dal ritornello. Altro brano di punta del disco è "Bandida", dove le dolcissime percussioni e la voce di Lavinia Mancusi sfociano nel coro del collettivo femminista "Las Tesis", accompagnato da un potente riff di chitarra elettrica. Se "Congo" unisce un testo recitato a sonorità etniche, "Cantaré" è invece un trascinante inno di resistenza, con un ritornello liberatorio da cantare a squarciagola. Del Mannarino diretto e piacione di dieci anni prima c'è ben poco: giusto "Banca De New York" riprende vagamente quei toni. Anche "Ballabylonia", il pezzo più disimpegnato dell'album, fa ballare spensieratamente ma in modo più viscerale e meno automatico rispetto al passato.
La ricerca di Mannarino si muove decisa verso una rottura con la cultura occidentale dominante, cerca di metterne in crisi i dogmi di fronte a una dimensione ancestrale di armonia dell'uomo con la natura. Gli indigeni dell'Amazzonia, e in particolare i collettivi femministi, diventano così un simbolo di resistenza contro l'oppressione. Sono storie di donne, radice, fulcro, spinta, ragione di vita oltre la "Paura" personale, sociale, culturale, economica, piccolo manuale di speranza e autoconvincimento, ninna nanna finale e monito per ricominciare, dopo aver ascoltato i cori gospel delle indigene del Tapajos e avvertito i rintocchi dell'"Agua" sulle orme di Iracema, la sua battaglia per sovvertire un destino di sottomissione a culture imperialiste.
Mannarino scende su un campo rischioso, pieno di tranelli retorici, superficiali, ma dalla sua ha una leggerezza melodico-autoriale che lo tiene a galla. Così può finalmente guardare la "Luna", tra cori liturgici e ottoni orchestrali e sommessi e gridare V, come Vittoria.

Recentemente intervistato a proposito delle nuove tendenze musicali in Italia, Mannarino ha risposto di essere concentrato solo sul suo percorso di ricerca personale. Al momento, la sua carriera sembra avvalorare la visione di un artista che, con molto coraggio e un pizzico d'incoscienza, ha saputo scrollarsi di dosso facili etichette e cercare una dimensione personale in uno showbiz sempre più omologato. E che, forse, deve ancora darci il suo lavoro migliore.

Contributi di Claudio Fabretti ("Supersantos"), Federico Piccioni ("Apriti cielo"), Davide Sechi ("V")

Mannarino

Dal Tevere all'Amazzonia

di Giovanni Benedetti

La metamorfosi del menestrello romano, da scapestrato stornellatore a cantautore maturo e ambizioso, che guarda anche alla world music, come nelle recenti infatuazioni "amazzoniche" di "V". Il tutto sempre all'insegna di un lessico ironico e sferzante, che "non te la manna a di'". Un percorso disseminato di successi, ma anche di trappole
Mannarino
Discografia
 Bar della rabbia (Leave, 2009)
Supersantos (Leave, 2011)
 Al monte (Leave, 2014)
Apriti cielo (Universal, 2017)
 Apriti cielo live (live, Universal, 2017)
V (Polydor, 2021)
pietra miliare di OndaRock
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