Neil Young torna a scontrarsi con Donald Trump, questa volta nelle aule di tribunale. Il cantautore canadese ha intentato una causa da 10 milioni di dollari contro il Trump 47 Committee, l’organizzazione che si occupa della raccolta fondi per il presidente degli Stati Uniti, accusandola di aver utilizzato senza autorizzazione la sua celebre “Rockin’ in the Free World” durante un comizio tenutosi il 12 ottobre a Youngstown, in Ohio.
Nel ricorso depositato in Virginia si sostiene che Trump fosse perfettamente consapevole della necessità di ottenere una licenza per utilizzare il brano e che sapesse anche della contrarietà del musicista a concederla. L’azione legale riguarda esclusivamente il comitato elettorale e non coinvolge personalmente il presidente.
La controversia tra Young e Trump ha radici lontane. Già nel 2015, quando il futuro presidente scelse “Rockin’ In The Free World” per accompagnare l’annuncio della propria candidatura, il rocker protestò pubblicamente. La canzone venne poi utilizzata nuovamente nel 2018, nonostante le obiezioni dell’autore. Nel 2020, secondo quanto sostenuto nella nuova causa, sarebbe stato raggiunto un accordo che impegnava a non impiegare più la musica di Young senza il suo consenso.
Ma la questione non riguarda soltanto i diritti d’autore. Al centro della disputa c’è anche il significato stesso di “Rockin’ in the Free World”, pubblicata nel 1989 e spesso interpretata erroneamente come un inno patriottico. In realtà, il brano è una denuncia delle contraddizioni della società americana, tra povertà, emarginazione, tossicodipendenza e promesse politiche disattese. Il celebre ritornello, apparentemente trionfale, assume così un significato profondamente ironico.
Young e i suoi legali sottolineano proprio questo aspetto nel ricorso, descrivendo la canzone come una critica alla distanza tra la retorica della libertà americana e le condizioni di vita delle fasce più vulnerabili della popolazione. Da qui la conclusione, particolarmente dura nei confronti del presidente: il messaggio del brano sarebbe “l’esatto contrario di tutto ciò che Donald J. Trump rappresenta”.
Al momento della pubblicazione della notizia, né la Casa Bianca né il comitato di raccolta fondi avevano rilasciato dichiarazioni. Young, del resto, non è il primo musicista a contestare l’utilizzo delle proprie canzoni durante gli eventi politici di Trump: in passato hanno sollevato obiezioni anche Rihanna, White Stripes, Linkin Park e gli eredi di Tom Petty.
Intanto “Rockin’ in the Free World” continua a vivere una nuova stagione come canzone di protesta. Negli ultimi mesi è stata riproposta, tra gli altri, da Bruce Springsteen e Roger Daltrey, mentre i Pearl Jam ne hanno fatto da decenni uno dei momenti più riconoscibili dei loro concerti, contribuendo a mantenerne vivo il messaggio politico e sociale.
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