Neil Young

OndaTop – Le 30 canzoni migliori di Neil Young

Profeta del sogno di cambiare il mondo, ma anche cantore degli abissi della disperazione individuale e irriducibile Loner, Neil Young ha costruito un canzoniere universale. Un cowboy solitario lungo i sentieri più impervi del rock. Perché “Rock’n’roll can never die”, come cantava nel 1979. Nessuno come questo allampanato canadese, del resto, ha incarnato il rock in tutte le sue anime; lo ha vissuto dentro: nei nervi, nella pancia, nel cuore. Eppure, non c’è mai stata mera conservazione: Young ha da sempre in sé il germe della modernità. Non esiste altro musicista che sia riuscito ad attraversare le epoche restando sempre un faro per i contemporanei: dal punk al grunge, dai Sonic Youth a Nick Cave, dai Dinosaur Jr. ai Pearl Jam. Forse, la grandezza di Young sta nella sua schizofrenia, il quel suo costante dibattersi tra smania di rinnovamento e nostalgia del passato, tra esplosioni di rabbia e pause di purificazione. Dal country degli esordi al garage-punk di “Rust Never Sleeps”, dal rock’n’roll alle sperimentazioni elettriche, dal soul al blues, dall’hard-rock al metallo pesante di “Re.ac.tor”, non c’è genere musicale che questo atipico rocker non abbia esplorato. Ripercorriamo allora la sua esaltante carriera attraverso questa playlist dei suoi “30 brani migliori”: una delle mille combinazioni possibili, beninteso, perché sono innumerevoli le altre canzoni che avrebbero meritato di finirvi dentro. E magari, prima o poi, torneremo sull’argomento…

30. Sleeps With Angels
Un angelo bruciato troppo in fretta. Quando Kurt Cobain si suicida nell’aprile del 1994, nella sua lettera d’addio lascia anche una frase di Neil Young: “It’s better to burn out than to fade away”, il verso più celebre di un suo brano (“My My, Hey Hey”). Young ne rimane profondamente scosso, anche perché aveva cercato invano di mettersi in contatto con lui poche settimane prima. “Sleeps With Angels” nasce dentro questo cortocircuito tra due generazioni e viene aggiunta all’ultimo momento all’album omonimo. Ma non è un epitaffio esplicito: è un requiem allusivo, inquietante, quasi sussurrato, percorso da un riff balbettante e da una coltre di distorsioni funeree. Una riflessione sulla morte e sul vuoto che lascia dietro di sé, suggellata dal falsetto spettrale di Young: “Too late! Too soon!”.

29. The Loner
Il solitario. Difficile immaginare un titolo più programmatico per il Neil Young che nel 1968 abbandona i Buffalo Springfield e inaugura la propria carriera solista. “The Loner” è quasi un autoritratto preventivo dell’artista che sarà: appartato, sfuggente, refrattario alle appartenenze e sempre pronto a cambiare strada proprio quando gli altri credono di averlo finalmente inquadrato. “He’s a perfect stranger”, canta Young, tratteggiando una figura misteriosa che assomiglia fin troppo al suo autore. Musicalmente c’è già buona parte del futuro: il folk elettrificato, la chitarra dal graffio abrasivo e una melodia sospesa in quella inquieta malinconia che diventerà uno dei suoi marchi di fabbrica. Il cowboy solitario ha appena imboccato il suo sentiero.

28. Sugar Mountain
Il paradiso perduto ha le sembianze di un luna-park. Young scrive “Sugar Mountain” appena diciannovenne, in un hotel a Thunder Bay, in Ontario, trasformando il passaggio dall’adolescenza all’età adulta in una delle sue prime grandi elegie sulla perdita dell’innocenza. Sulla Montagna di Zucchero ci sono giostre, palloncini, rumori di festa: un piccolo eden dell’infanzia dal quale, però, prima o poi bisogna scendere. “You can’t be twenty on Sugar Mountain”, ammonisce il ritornello. Dietro la semplicità della ballata acustica si nasconde già uno dei grandi temi younghiani: il desiderio impossibile di fermare il tempo e tornare in un luogo che ormai esiste solo nella memoria. Una nostalgia dolcissima e dolorosa, intonata da quella voce fragile che sembra essa stessa restia a diventare adulta.

27. Guitar Solo 2
Neil Young senza parole, ma non certo senza voce. Per “Dead Man“, il western metafisico di Jim Jarmusch, il canadese improvvisa la colonna sonora guardando le immagini del film in tempo reale, circondato da schermi e armato soprattutto della sua inseparabile Gibson Les Paul “Old Black”. “Guitar Solo 2” è una delle espressioni più pure di quell’esperimento: accordi isolati, riverberi, distorsioni e silenzi diventano parte del paesaggio in bianco e nero attraversato dal William Blake interpretato da Johnny Depp. Più che accompagnare le immagini, la chitarra sembra respirare insieme a loro, evocando spazi desertici, minaccia, solitudine e morte. Una psichedelia ambientale primitiva, fatta praticamente con un solo strumento, che dimostra quanto il chitarrismo di Young sappia essere espressivo anche senza una forma-canzone vera e propria.

26. Walk On
Dopo aver attraversato il lutto e l’autodistruzione, bisogna continuare a camminare. “Walk On” apre “On The Beach” con un’energia sorprendentemente scanzonata rispetto alle tenebre che incombono sul resto dell’album. Young sembra rispondere a chi lo critica – compresi i Lynyrd Skynyrd, che lo avevano chiamato in causa in “Sweet Home Alabama” – rivendicando il diritto di andare avanti senza lasciarsi imprigionare dal passato: qualcuno ti ama, qualcuno ti odia, ma in ogni caso “sooner or later, it all gets real”. Chitarre ruvide, cori e un’andatura country-rock quasi spensierata fanno da contrappeso al disincanto del testo. È la porta d’ingresso ideale di un disco nel quale Young sta ancora combattendo i suoi demoni, ma comincia almeno a intravedere una via d’uscita.

25. Tired Eyes
“Open up the tired eyes”. Aprite quegli occhi stanchi. È quasi una preghiera, ripetuta da Young alla fine di “Tonight’s The Night“, quando ormai il viaggio attraverso droga, morte e disillusione sembra aver consumato ogni energia. Un talking blues funereo, sorretto da piano, chitarra e da un’armonica desolata, in cui il canto procede stremato, come se ogni parola portasse dietro di sé un peso insostenibile. Dietro il racconto di un affare di droga finito nel sangue aleggia la tragedia personale vissuta da Young dopo le morti di Danny Whitten e Bruce Berry: l’idealismo della stagione hippie è tramontato in una spirale di violenza e autodistruzione. Non resta neppure la forza per gridare. Solo quegli occhi esausti che hanno visto troppo e cercano disperatamente di rimanere aperti.

24. Expecting To Fly
Prima ancora della carriera solista, Neil Young aveva già imparato a volare. “Expecting To Fly”, incisa ai tempi dei Buffalo Springfield con l’arrangiatore Jack Nitzsche, è una delle prime dimostrazioni compiute della sua diversità rispetto ai compagni di gruppo: una ballata orchestrale sospesa, quasi barocca, lontanissima dal folk-rock più classico della band. Archi, riverberi e una melodia dolente costruiscono uno scenario onirico per una separazione sentimentale vissuta come una caduta libera. La voce di Young si leva fragile e remota, immersa in un’orchestrazione che sembra dissolversi progressivamente. È già presente quella particolare miscela di vulnerabilità e visionarietà che caratterizzerà le sue ballate migliori: il desiderio di librarsi in volo accompagnato dalla certezza che, prima o poi, bisognerà precipitare.

23. Old Man
Aveva appena 25 anni, Neil Young, quando riuscì a guardarsi allo specchio attraverso gli occhi di un uomo molto più vecchio. Il protagonista di “Old Man” è Louis Avila, il custode del ranch californiano acquistato da Young dopo i primi successi. Due uomini lontanissimi per età e condizione finiscono per assomigliarsi: entrambi hanno bisogno di amore, affetto, qualcuno con cui condividere la propria solitudine. È proprio questa capacità di osservare l’altro e riconoscervi sé stesso a rendere universale una delle ballate più amate di “Harvest”. Chitarra acustica, banjo, pedal steel e una melodia che sembra esistere da sempre fanno il resto. “Old man, look at my life/ I’m a lot like you were”: poche parole per annullare la distanza tra giovinezza e vecchiaia e ricordare che certe fragilità non hanno età.

22. On The Beach
La spiaggia come luogo della solitudine anziché della vacanza. È l’immagine perfetta per il Neil Young del 1974: reduce dal successo planetario di “Harvest“, ma devastato dalle morti di Danny Whitten e Bruce Berry e sempre più insofferente verso celebrità, industria discografica e perfino il proprio pubblico. La title track di “On The Beach” procede lentissima, bluesy, narcotizzata. “I need a crowd of people, but I can’t face them day to day”, confessa Young, prima di ritrovarsi solo davanti al microfono durante un’intervista radiofonica. È il paradosso della fama: aver bisogno degli altri e contemporaneamente voler fuggire da tutti. Una delle confessioni più spoglie e desolate del Loner canadese.

21. I Am A Child
Un bambino che osserva gli adulti senza riuscire davvero a comprenderli. O forse un adulto che tenta disperatamente di recuperare lo sguardo perduto dell’infanzia. Scritta negli ultimi giorni dei Buffalo Springfield e poi riportata più volte sul palco da Young, “I Am A Child” possiede una semplicità disarmante: pochi accordi, una melodia limpida e quella voce sottile che rende credibile l’innocenza del protagonista. Ma sotto la superficie affiora già la disperazione: “You can’t conceive of the pleasure in my smile”, canta Neil, quasi rivendicando un mondo emotivo che gli adulti hanno dimenticato. È uno dei primi tasselli di quel grande romanzo younghiano sulla perdita dell’innocenza che tornerà continuamente, da “Sugar Mountain” fino alle opere della maturità.

20. Walk Like A Giant
A quasi settant’anni, Neil Young torna dai Crazy Horse e si mette a camminare ancora come un gigante. “Walk Like A Giant”, colosso di oltre sedici minuti incluso in “Psychedelic Pill“, parte dal ricordo dell’utopia degli anni 60: “Me and some of my friends, we were gonna save the world”. Ma il sogno è fallito, il mondo non è stato salvato e resta soltanto la possibilità di non rinnegare ciò che si è stati. Young e la sua band trasformano il rimpianto in una jam torrenziale, con Old Black che geme, stride e si avvita sopra una sezione ritmica pachidermica. Poi la canzone sembra letteralmente disintegrarsi in lunghi minuti di feedback e rumore. Non nostalgia, dunque, ma orgogliosa sopravvivenza: forse non siamo diventati giganti, ma possiamo ancora provare a camminare come loro.

19. Comes A Time
Arriva poi un momento in cui si avverte il bisogno di tornare a casa. Dopo le tempeste elettriche e psicologiche della metà degli anni 70, “Comes A Time” riporta Young verso la dimensione pastorale di “Harvest“: chitarre acustiche, country, armonie vocali e una serenità che nella sua musica sembra sempre sul punto di incrinarsi. La title track è una delle espressioni più limpide di questa ritrovata quiete: una ballata circolare sul tempo che passa, sull’amore e sulla necessità di accettare il cambiamento. Nicolette Larson accompagna Young con una magnifica seconda voce che addolcisce ulteriormente il paesaggio, mentre violini e chitarre disegnano un’America rurale quasi fuori dal tempo. Ma, come sempre accade con Young, dietro la pace resta una sottile ombra di malinconia: ogni ritorno presuppone qualcosa che è stato perduto.

18. Cowgirl In The Sand
Una delle tre folgorazioni nate durante la celebre febbre di Topanga Canyon, insieme a “Cinnamon Girl” e “Down By The River”. “Cowgirl In The Sand” è il Neil Young elettrico delle origini già proiettato verso il futuro: dieci minuti di rock dilatato e nevrotico, nei quali la forma-canzone diventa soprattutto il punto di partenza per il dialogo tra la sua chitarra e i Crazy Horse. Il testo resta volutamente enigmatico – “Old enough now to change your name/ When so many love you, is it the same?” – e lascia intravedere soltanto frammenti di una figura femminile impossibile da afferrare. Ma è proprio questa indeterminatezza a moltiplicarne il fascino. Young suona come se cercasse la risposta direttamente nelle corde, tra distorsioni, ripetizioni e improvvise aperture melodiche.

17. Lotta Love
Neil Young nella sua veste più tenera e luminosa. “Lotta Love”, scritta per “Comes A Time” e poi regalata alla dolce Nicolette Larson, riduce l’amore a una necessità elementare: “It’s gonna take a lotta love to change the way things are”. Nessuna grande costruzione filosofica, solo la convinzione quasi infantile che serva “tanto amore” per salvare il mondo. La versione di Young conserva il calore rustico dell’album, sospesa tra country e morbido folk-rock, mentre quella incisa da Larson ne farà poco dopo un grande successo pop. Ma è nella lettura originale che emerge meglio la semplicità disarmante della scrittura younghiana: poche parole, una melodia immediata e quella particolare malinconia che riesce a infiltrarsi persino nelle sue canzoni apparentemente più serene.

16. Ohio
Quattro morti in Ohio. Non serviva molto altro. Il 4 maggio 1970 la Guardia Nazionale apre il fuoco sugli studenti che protestano alla Kent State University contro l’estensione della guerra in Cambogia: quattro ragazzi vengono uccisi e nove feriti. Young vede le fotografie della strage, imbraccia la sua chitarra e scrive di getto “Ohio”. Crosby, Stills, Nash & Young la incidono immediatamente e il disco arriva nei negozi nel giro di poche settimane, trasformando l’indignazione in un instant classic destinato a diventare uno dei più potenti inni di protesta della storia del rock. “Tin soldiers and Nixon coming”, accusa Young, mentre le chitarre sembrano avanzare come un corteo minaccioso. Poi quel grido secco: “Four dead in Ohio”. E non c’è molto altro da aggiungere…

15. Cinnamon Girl
Anche due accordi possono bastare per inventare un classico. “Cinnamon Girl” è una delle canzoni che definiscono per sempre il rapporto tra Neil Young e i Crazy Horse: un riff massiccio e circolare, il canto raddoppiato da Danny Whitten, una pulsazione insieme pesante e sgangherata, lontanissima dalla precisione dell’hard-rock ma proprio per questo irresistibile. Young la scrive insieme a “Down By The River” e “Cowgirl In The Sand”, mentre è immobilizzato a letto dalla febbre alta nella sua casa di Topanga Canyon. Ne nasce un piccolo concentrato di desiderio e mistero, dedicato a una donna più sognata che reale. E quando arriva l’assolo, Young compie una delle sue magie più celebri: praticamente una sola nota ripetuta, a conferma che la sua espressività non necessita di virtuosismi. Il Crazy Horse sound, in poco meno di tre minuti.

14. Revolution Blues
Il cuore di tenebra di “On The Beach”. Young aveva conosciuto Charles Manson negli anni di Topanga Canyon e nel 1974 decide di entrare nella mente dell’assassino, adottandone il punto di vista in una delle canzoni più disturbanti del suo repertorio. “I hear that Laurel Canyon is full of famous stars/ But I hate them worse than lepers/ And I’ll kill them in their cars”: parole tanto agghiaccianti che David Crosby, presente alla chitarra ritmica, avrebbe cercato di dissuaderlo dal pubblicarle. Ma “Revolution Blues” non celebra certo Manson: ne sfrutta il delirio per raccontare la dissoluzione dell’utopia californiana, il momento in cui il sogno hippie si trasforma in paranoia e sangue. La sezione ritmica, con Rick Danko e Levon Helm della Band, imprime un micidiale tiro funky, mentre Young dissemina rasoiate di chitarra. Un’apocalisse in quattro minuti.

13. Only Love Can Break Your Heart
Solo l’amore può spezzarti il cuore. Una verità talmente elementare da rischiare la banalità, se a pronunciarla non fosse Neil Young. In “After The Gold Rush” diventa invece un valzer claudicante e dolcissimo, una meditazione sulle relazioni che finiscono e sull’impossibilità di proteggersi davvero dal dolore. La melodia sembra consolare mentre le parole negano ogni consolazione: è proprio questo contrasto a rendere il brano così struggente. Young lo avrebbe scritto pensando alla fine della relazione tra Graham Nash e Joni Mitchell, ma la vicenda privata si dissolve rapidamente in qualcosa di universale. Tutti possono riconoscersi in quel paradosso: cerchiamo l’amore per salvarci dalla solitudine, sapendo che è proprio l’amore ad avere il potere di ferirci più profondamente.

12. Tonight’s The Night
“Bruce Berry was a working man”. Basta il nome dell’amico e roadie morto per overdose per aprire uno dei requiem più strazianti della storia del rock. “Tonight’s The Night” nasce dal lutto per Berry e per Danny Whitten, il chitarrista dei Crazy Horse scomparso pochi mesi prima, e dà il titolo all’album nel quale Young trasforma la tragedia personale nel funerale di un’intera generazione. Registrato in session notturne annebbiate da tequila e stanchezza, il brano procede sghembo, sporco, estenuato. E soprattutto c’è quella voce: stonata, spezzata, vicina al pianto, proprio per questo terribilmente vera. Young registra il dolore in presa diretta e ne fa il de profundis di una stagione intera.

11. Heart Of Gold
“Heart Of Gold” è l’unico singolo di Neil Young arrivato al numero uno negli Stati Uniti e il simbolo del successo planetario di “Harvest“. Eppure non potrebbe essere più semplice: chitarra acustica, armonica, la pedal steel di Ben Keith e una melodia che sembra sgorgare in modo naturale, mentre Young confessa di essere un minatore alla ricerca di un cuore d’oro e aggiunge, quasi incidentalmente, “and I’m getting old”. Linda Ronstadt e James Taylor partecipano ai cori. Perfino Bob Dylan rimase spiazzato dalla somiglianza con il proprio linguaggio: “Ma questo sono io!”, avrebbe commentato. Young, invece, dopo aver conquistato il grande successo, preferirà sterzare altrove. Ma prima aveva scritto la sua perfect folk song.

10. Rockin’ In The Free World
Dopo un decennio di esperimenti, passi falsi e dischi accolti con crescente freddezza, Neil Young torna nel 1989 con un riff di quelli incendiari e sempiterni. “Rockin’ In The Free World” è insieme un inno e la sua negazione: dietro un ritornello apparentemente euforico si celano storie di senzatetto, droga, bambini abbandonati, promesse politiche e contraddizioni dell’America alla fine dell’era Reagan. È la sua “Born In The Usa“, una canzone spesso scambiata per celebrazione, quando è in realtà un duro atto d’accusa. In “Freedom” compare in due versioni, acustica ed elettrica; sarà soprattutto quest’ultima, feroce e martellante, a diventare un rituale immancabile dei concerti. Il brano attraverso il quale una nuova generazione di appassionati rock scoprirà chi è il maestro e quali sono gli allievi: il padrino del grunge si riprende la scena.

9. Down By The River
Un uomo porta la sua donna lungo il fiume e le spara. O forse no. Young ha fornito negli anni versioni differenti del significato di “Down By The River”, alimentando il mistero di una murder ballad che potrebbe essere soltanto la metafora violentissima della fine di una relazione. Ma la storia, in fondo, è quasi secondaria rispetto alla musica. Incisa con i Crazy Horse per “Everybody Knows This Is Nowhere”, è una delle prime grandi dimostrazioni del metodo chitarristico younghiano: lunghi spazi strumentali, poche note secche e distorte, pause, ripetizioni, tensione allo spasmo. Nessuna esibizione virtuosistica, eppure ogni colpo di Old Black sembra avere un peso specifico enorme. Composta durante la famosa febbre di Topanga Canyon, è uno dei paesaggi sonori più tesi ed elettrici del Loner.

8. My My, Hey Hey (Out Of The Blue)
“Rock and roll can never die”. Ma come può sopravvivere? Bruciando rapidamente o spegnendosi poco alla volta? È il dilemma che attraversa “Rust Never Sleeps”, album con cui Young alla fine degli anni 70 accetta la sfida del punk e torna a interrogarsi sul senso stesso del rock. “My My, Hey Hey (Out Of The Blue)” ne costituisce il prologo acustico: una ballata scarna che evoca Elvis Presley – “The King is gone but he’s not forgotten” – e Johnny Rotten, mettendo in comunicazione la vecchia e la nuova rivoluzione. Poi arriva il verso fatale: “It’s better to burn out than to fade away”. Quindici anni dopo il frontman dei Nirvana, Kurt Cobain, lo citerà nella sua tragica lettera d’addio, conferendogli un significato che sconvolgerà lo stesso Young. Da allora, quella riflessione sulla sopravvivenza del rock non potrà più suonare allo stesso modo.

7. Alabama
Neil Young punta il dito contro il razzismo del Sud degli Stati Uniti. “Alabama” è un’invettiva aspra e cupa: “You’ve got the weight on your shoulders that’s breaking your back”, canta, mentre chitarre e piano trascinano “Harvest” lontano per qualche minuto dalla sua quiete bucolica. La risposta arriverà dai Lynyrd Skynyrd con “Sweet Home Alabama”: “I hope Neil Young will remember/ A Southern man don’t need him around anyhow”. Ma quella che spesso è stata raccontata come una faida era in realtà qualcosa di molto differente: Young ammirava Ronnie Van Zant e dichiarò di apprezzare “Sweet Home Alabama”. Anni dopo ammetterà perfino che il proprio testo era troppo accusatorio, sussiegoso e facile da fraintendere. Un’autocritica rara, che rende ancora più interessante uno dei suoi pezzi politici più controversi.

6. After The Gold Rush
Passato, presente e futuro compressi in poco più di tre minuti. Un paesaggio medievale, un narratore steso in un seminterrato, astronavi che portano lontano dalla Terra gli ultimi prescelti: “After The Gold Rush” è una delle visioni più enigmatiche mai concepite da Young. Lui stesso l’ha definita una canzone ambientalista, con Madre Natura “in fuga negli anni 70”, ma ogni interpretazione sembra insufficiente davanti alla forza delle sue immagini. Il titolo proveniva da una sceneggiatura dell’attore Dean Stockwell per un film mai realizzato, e qualcosa di cinematografico è rimasto nella sequenza di scene quasi oniriche che la contraddistingue. Musicalmente Young sceglie il minimo degli orpelli: piano, un filo di voce e, nel finale, un solitario flicorno. Un’apocalisse sussurrata.

5. Powderfinger
La barca bianca avanza lungo il fiume. Un ragazzo di ventidue anni prende il fucile del padre e prova a difendere la propria casa e la propria famiglia. Non ne avrà il tempo. “Powderfinger” è uno dei vertici narrativi di Young, un western tragico condensato in pochi minuti, raccontato in prima persona da qualcuno che sembra già sapere di essere condannato. “Remember me to my love, I know I’ll miss her”: nel momento della morte, l’eroismo lascia spazio alla paura e al rimpianto. Sul versante musicale, i Crazy Horse trasformano il racconto in un’epopea elettrica: il riff procede inesorabile e la chitarra di Young rifila assoli taglienti, come colpi sparati a distanza. In “Rust Never Sleeps“, il passato mitico dell’America e il presente del rock finiscono per ardere nella stessa fiamma.

4. Southern Man
Qui Neil Young non usa mezze misure. “Southern Man” è un altro durissimo atto d’accusa contro il razzismo radicato nel Sud degli Stati Uniti, evocato attraverso immagini di piantagioni di cotone, grandi dimore bianche, baracche e croci incendiate dal Ku Klux Klan. “Southern man, when will you pay them back?”, domanda, chiamando direttamente in causa il debito storico costruito sulla schiavitù e sulla segregazione. Ma la violenza del testo sarebbe molto meno efficace senza quella della musica: piano incalzante, voce febbrile e soprattutto la chitarra di Young, che procede per frasi abrasive e convulse. Uno dei momenti in cui “After The Gold Rush” abbandona la sua malinconia pastorale per prendere fuoco. Uno dei suoi brani più politici, destinato a trasformarsi, dal vivo, in interminabili apoteosi elettriche.

3. Words (Between The Lines Of Age)
Parole, troppe parole. “Words” chiude “Harvest” facendo saltare in aria, per quasi sette minuti, la rassicurante perfezione country del disco. Young raccontò che il brano nacque durante la relazione con Carrie Snodgress, quando la serenità domestica cominciava a essere soffocata da troppe persone continuamente presenti in casa: “Words – troppe parole, così mi sembrava”. E la musica sembra tradurre proprio questa instabilità. La chitarra lancinante di Young apre continui squarci nel tessuto degli Stray Gators, in un prolungato botta e risposta strumentale. Anche il testo resta volutamente enigmatico, sospeso tra amore, memoria e scorrere del tempo. Dopo tante melodie levigate, “Harvest” termina dunque con una coda arroventata e struggente, che lascia… senza parole.

2. Like A Hurricane
“I am just a dreamer, but you are just a dream”. Lei appare, in mezzo a un locale affollato e fumoso, e tutto viene spazzato via. “Like A Hurricane” trasforma l’infatuazione in un uragano elettrico. Il brano sarebbe stato abbozzato nel 1975 nel retro di un’auto, mentre Young non poteva ancora usare la voce dopo un’operazione alle corde vocali. Quando finalmente prende forma con i Crazy Horse, diventa una delle cavalcate elettriche definitive del suo repertorio. Il sintetizzatore Stringman di Frank Sampedro crea un tappeto simile a un’orchestra lontana, ma è Old Black a dominare: il riff introduce una sequenza di assoli torrenziali, lirici e feroci, nei quali Young sembra davvero suonare dentro una tempesta. E nell’occhio del ciclone resta quella melodia romanticissima, che non lascia scampo.

1. Cortez The Killer
Prima arrivano le chitarre. Per oltre tre minuti non c’è ancora una storia, soltanto Neil Young e i Crazy Horse che sembrano galleggiare in uno spazio senza tempo, tra note lunghe, esitazioni, riverberi e improvvise fiammate di chitarra. Poi appare il fantasma di Hernán Cortés: “He came dancing across the water/ With his galleons and guns”. Lo sbarco sulle coste del Messico è introdotto da quell’assolo di elettrica che, livido, si dimena: tre minuti e venti di catarsi e agonia. Young trasforma la conquista dell’impero azteco in una visione febbrile, idealizzando il mondo di Montezuma come un Eden destinato a essere cancellato dalla violenza dei Conquistadores. La ricostruzione storica è tutt’altro che rigorosa, ma è proprio questo il punto: “Cortez The Killer” non è una lezione di storia. È un sogno sulla conquista, sulla perdita e sulla colpa. E quando improvvisamente il racconto passa dalla terza alla prima persona – “I still can’t remember when or how I lost my way” – il conquistador scompare e resta Neil Young, con le proprie sconfitte e i propri paradisi perduti. Il mito si incarna, la storia si sgretola sulle macerie del quotidiano, la disfatta dell’epopea azteca riaccade in un microcosmo. Mentre la chitarra riprende il suo soliloquio al contempo graffiante e accorato come una dichiarazione di resa a spade sguainate, l’Eden si rivela un inganno, un’illusione fatua. Montezuma è morto di nuovo e si è trascinato i sogni sottoterra. Anche l’amore si trova laggiù, in un’Atlantide che mai più riemergerà, in una terra promessa ripudiata da tutti e lasciata in balìa degli invasori. Ognuno è il Cortés di se stesso.
Incisa per “Zuma” con i nuovi Crazy Horse di Frank Sampedro, è la sintesi perfetta del suo linguaggio elettrico: primitivo e visionario, fragile e devastante. Una canzone che sembra sul punto di dissolversi a ogni battuta e proprio per questo continua, mezzo secolo dopo, a non finire mai.

Contributi di Salvatore Setola (“Cortez The Killer”)

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04/10/2026

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