Darkthrone

A Blaze In The Northern Sky

1992 (Peaceville) | black metal

In una fredda e buia notte norvegese, una fiammata nel cielo cambia per sempre i connotati del metallo pesante, spostando l’asticella ancora più in alto: si tratta di “A Blaze In The Northern Sky”, uno dei dischi simbolo della cosiddetta second wave, un’onda nera capace di sputare fuori il genio e la sregolatezza dei vari Mayhem, Immortal, Burzum e via dicendo. In poche parole, true norwegian black metal, storie e leggende entrate a gamba tesa nell’immaginario di ogni amante della musica estrema.

 

Perché una second wave quando oggettivamente non esiste una first wave? In effetti, durante gli anni Ottanta, abbiamo tanti semi nel terreno ma i fiori del male devono ancora sbocciare. Venom (“Black Metal” è il titolo di un loro album), Celtic Frost (coloro che hanno ispirato intere generazioni), Sodom (il primitivo thrash teutonico ha sempre avuto un peso specifico importante per lo sviluppo del metal estremo) e poi ancora Sarcofago, Mercyful Fate, Bulldozer, Master’s Hammer, Törr e Tormentor: da sempre, queste radici hanno un sapore unico e speciale, pur muovendosi separatamente e pur essendo prive della giusta consapevolezza. Tutto suona cattivo e malvagio, come del resto “Deathcrush” (1987) dei Mayhem oppure come il sotterraneo “December Moon” (1987) dei Morbid (con il compianto Dead alla voce), ma negli 80’s il black metal di fatto non ha ancora una forma e una sostanza (i Bathory, al contrario, sono la classica eccezione che conferma la regola).

 

Prima del 1992, i Darkthrone erano discretamente apprezzati ma poco conosciuti. Per loro, già quattro demo, in attesa di un debut (“Soulside Journey”) orientato su sonorità death metal (genere che all’epoca stava sfornando una lunga serie di capolavori, pure nella vicina Svezia). Ma lassù, in Norvegia, ci si influenzava a vicenda, anche solo frequentando il negozio di dischi di Euronymous dei Mayhem (Helvete, luogo di culto in quel di Oslo).
La rivoluzione è in atto, così Fenriz e Nocturno Culto (qui in compagnia di Zephyrous e di un non accreditato Dag Nielsen, in rotta con gli altri) cambiano le carte in tavola, facendo impallidire quelli della Peaceville, la label che aveva appena lanciato “Soulside Journey”. Nonostante tutto, dopo lo shock iniziale e il conseguente tentennamento, la Peaceville lascia campo libero alla band, per una fiducia ancora oggi reciproca e inattaccabile (se escludiamo un breve periodo su Moonfog, i Darkthrone hanno sempre inciso per l’etichetta britannica).

Iconograficamente parlando, con questo album si entra definitivamente in un nuovo mondo: sulla copertina (rigorosamente in bianco e nero), il corpo di Zephyrous emerge minaccioso dall’oscurità, anticipando (con un ghigno) un urlo viscerale, quello che vedremo due anni dopo sulla cover di “Transilvanian Hunger”.
Quelle dei Darkthrone sono immagini e sensazioni davvero angoscianti, come se una linea sottile collegasse l’opera più famosa del norvegese Edvard Munch (“Skrik”) al tormento interiore presente nel black metal. Un passaggio di consegne terrorizzante e totalizzante.
L’approccio lo-fi del gruppo segna un ritorno primordiale al paganesimo norreno, dove il corpse paint altro non è che una maschera rituale in assoluta comunione con la natura circostante (“Where the days are dark and night the same, moonlight drank the blood of a thousand pagan men”, così recita il testo della title track). “A Blaze In The Northern Sky” celebra dunque le forze oscure che dominano la notte scandinava (“Where Cold Winds Blow” e “Pagan Winter” sono due titoli inequivocabili), mettendo in circolo alcune tematiche poi diventate centrali nell’ambito a noi caro.

Il contenuto musicale è radicale, grezzo e ossessivo, anche se è importante ribadire quanto “A Blaze In The Northern Sky” fosse il risultato di una transizione e non di un percorso ormai spianato. Nel disco in esame, alcuni riff pensati per il death metal vengono arrangiati in ottica black: non a caso, soltanto con il successivo “Under A Funeral Moon” (1993) la composizione dei brani sarà esclusivamente rivolta al nuovo corso (suoni più ovattati, screaming sempre più gelido e una cupezza a dir poco irreversibile). Tuttavia, l’impulso malefico nasce proprio tra questi solchi, facendo correre i brividi lungo la schiena.
L’apertura affidata a “Kathaarian Life Code” è un colpo al cuore che non si dimentica, perché l’evoluzione stessa del brano lascia davvero senza fiato: blast beat, malignità senza precedenti e un break centrale degno dei migliori Bathory di matrice 80’s. Questi sono dieci minuti votati al profondo nero.
Se però vogliamo trovare il vero ponte tra first e second wave, bisogna attendere la successiva “In The Shadows Of The Horns”, un passaggio cadenzato che profuma di Celtic Frost fino al midollo. L’anima di Fenriz e Nocturno Culto si mette così a nudo, rilanciando non troppo velatamente quel background fatto di punk rock o di heavy metal sudicio e blasfemo, influenze che i due norvegesi faranno esplodere successivamente nel corso della loro sconfinata discografia.

 

Ad ogni modo, più che analizzare il disco track by track, bisogna considerare “A Blaze In The Northern Sky” come un unico monolite di quarantadue minuti, una colonna tanto essenziale quanto memorabile di una scena su cui è stato detto tutto e il contrario di tutto. I Darkthrone, per loro fortuna, sono stati soltanto sfiorati dalle tristi vicende di cronaca nera accadute in Norvegia durante i primi anni Novanta: loro hanno preferito la misantropia all’azione, il sarcasmo alla provocazione, rifugiandosi dentro la sfera più intima del caos. Basta un bagliore nel cielo del Nord, il resto vien da sé.

(08/01/2023)

  • Tracklist
  1. Kathaarian Life Code   
  2. In The Shadow Of The Horns 
  3. Paragon Belial     
  4. Where Cold Winds Blow        
  5. A Blaze In The Northern Sky  
  6. The Pagan Winter
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