Romanthony

Romanworld

1996 (Azuli) | house, r&b, blues

Pensatela come volete sui Daft Punk, ma una cosa è certa: quanto a conoscenza della house e della sua storia non possono temere alcun raffronto. E se per il singolo più iconico della loro avventura a due, “One More Time”, hanno scelto la voce di Romanthony, potete giurarci che sapevano perfettamente quello che facevano. Certo, introdurre una delle più grandi menti della dance con l'apparizione in un brano altrui (anche la chiusura di “Discovery”, i dieci minuti tondi di “Too Long”, vantano la sua partecipazione) sa quasi di smacco alla carriera, considerati però l'impatto e la caratura del singolo in questione, c'è da dire che in fondo ci sono presentazioni ben peggiori. Ovunque si trovi, Anthony Way Moore può certo compiacersi che il suo lascito nella musica da ballo mondiale non si sia espresso soltanto attraverso una duratura influenza sotterranea, ma sia approdato anche a un simile apogeo commerciale, con la stima manifesta dei suoi colleghi. Anche però in mancanza dell'assalto al mondo, la concezione della house-music che ha saputo originare, la struttura e il potere concettuale con cui ha circondato la sua arte riverberano ancora oggi in moltissime produzioni, con un pilastro quale “Romanworld” che ha meglio esemplificato il potere di tale rielaborazione. Riavvolgere il nastro è una tappa obbligata....

Piccoli misteri newyorkesi

Non aspettatevi chissà quale biografia succosa, quali resoconti eccitanti associati alla figura di Romanthony, troppo geloso della sua privacy, troppo sospettoso delle intrusioni perché decidesse di condividere molto di sé col suo pubblico. Anche nelle poche interviste concesse in vita quello che traspare è una persona appassionata del proprio lavoro, devota alla sua musa, veloce a mettere da parte ogni curiosità indebita. Sono ben poche le ambizioni da rockstar insomma, malgrado l'infanzia spesa in quel del New Jersey a prendere lezioni di chitarra e lasciarsi influenzare da grandi classici del rock e del soul (Chuck Berry, Led Zeppelin, Eagles tra i tanti). Eppure, sebbene l'inizio degli anni Novanta porti Moore a stretto contatto con la sua carriera futura, l'attitudine chitarristica, il processo compositivo dietro a una canzone rock rimarranno pilastri fondamentali della sua arte. Già abbondantemente maggiorenne, libero di scorrazzare in giro per la Grande Mela, trova nell'ambiente del club un corrispettivo ideale alla sua visione musicale, un senso di libertà e di progresso tecnologico che nella rivoluzione garage di New York aveva trovato una sintesi perfetta.

Gli scampoli della disco ormai morta e sepolta, l'avanzamento di tastiere e sintetizzatori, il sentimento del gospel, il ruolo centrale della voce femminile, la queerness sempre più fiera e consapevole, l'attitudine sincretica e curiosa che hanno fatto di Larry Levan e dei suoi storici set al Paradise il prototipo assoluto del dj, del mattatore della pista. In questa temperie ricombinante, falciata dall'incubo dell'Aids, legata a doppio filo alle comunità emarginate e alle loro storie, Romanthony si muove con grande flessuosità, assorbe, apprende, si incontra con dj e producer che hanno accolto l'eredità di Levan e trasferito la sua lezione allo schiudersi degli anni Novanta. Ben più che con la scena sorella di Chicago, più vicina alle evoluzioni electro e italo-disco, il contesto che si schiude a Moore è congeniale alle sue peculiarità creative, a un percorso che aveva bisogno di simili ibridazioni per fiorire pienamente, per dare un'altra svolta alla sua irripetibile grana soul.

Detto fatto: anche per tenere sotto controllo l'intero processo creativo sin dall'inizio, nel 1991 è già tempo di imbastire la propria etichetta. La Black Male funge immediatamente come il canale primario per la distribuzione dei progetti a nome Romanthony (nonché dei tanti suoi moniker paralleli), che con “Now You Want Me” nel '92 dà già l'avvio a una carriera di grande maturità. Lo spirito garage assorbito nelle frequentazioni delle discoteche di tutta New York qui si avverte immediatamente, il basso pulsante, gli scherzi elettrici mandati in loop come portante ritmico, e soprattutto quella voce. In netta controtendenza rispetto a uno scenario che ha spesso previsto la divisione dei compiti e quindi l'affidamento, in caso di brani autografi, delle parti vocali ad altri interpreti, il timbro di Moore svetta da subito su tutte le sue produzioni, diventa la firma dell'autore che impone la sua interpretazione, offre la propria visione al pubblico.

Già da ora la visione è di quelle che segnano il passo: emotivo al punto giusto, in pieno possesso di un'eccitante ruvidezza rock ma anche sensuale come il migliore performer r&b, Romanthony dispone di un'arma micidialeì e sa come gestirla, adattarla alle più disparate circostanze. Nel cuore pulsante di un battito che pare hip-hop psichedelico, Moore passa in “Falling From Grace” dalla supplica devozionale al rap freestyle con estrema disinvoltura, trovando pure lo spazio per spigliati assoli chitarristici (in maniera non molto distante dal coevo Lenny Kravitz) e un tripudio gospel di rara esultanza. Il tutto viene confezionato senza mai perdere di vista la pista da ballo, il movimento, lo spirito comunitario di una house che sa comunicare con piani differenti. “Da Change” l'anno successivo perpetua l'amore per Martin Luther King e la sua lezione in un nuovo eccitante impiego dei suoi celebri discorsi, cavalcando il vento del cambiamento in un'euforica esplosione che monta senza mai perdere di tensione.

È con “The Wanderer” che lo stile dell'autore cementa la sua grande capacità rielaborativa, si appropria di elementi rave e di nervosi spunti techno per un momento di emotiva contemplazione, verso un passato e un presente votati al rimorso, all'abbandono, a una desolazione che non manca anche di risvolti violenti. In tutti e quattro i mix presenti nell'Ep, filtra chiaro il carattere soulful della voce narrante, il potente tocco narrativo di un canto che solo dolore e rabbia riesce a trasmettere. Questo, e l'avvento di una sintesi sonora che comincia a guardare alla lezione deep di Mr. Fingers e ad ammorbidire il dato elettrico verso influssi jazz, spostano la ricerca di Moore verso una nuova fase, un percorso dominato da un sincretismo senza freni. Per consegnarsi, infine, alla storia....

Questione di ambizione

Non è di certo un mistero che la house, tra tutti i generi che afferiscono all'universo dance, sia quello che meno si è piegato alla logica del long playing. Anche e soprattutto in tempi ben più album-centrici rispetto a quelli attuali, è sul formato singolo e sui 12'' che la house ha sempre preferito girare, conscia del fatto che ben più che una visione generale o un concept unitario, ben poco adatti a un club, è nel mix ben assestato che esprime al meglio il suo valore. Certo, sarebbero arrivati tempi che avrebbero sconfessato questo approccio, ma nella metà degli anni Novanta la situazione era ben poco favorevole a pubblicazioni sulla lunga durata. Romanthony stesso avrebbe potuto continuare tranquillamente con la sua eccitante trafila di Ep e solidificare così, traccia dopo traccia, la sua posizione nella fertile club-culture newyorkese. La pienezza della sua prospettiva, la costruzione di un vocabolario dance sempre più ricco e sofisticato non poteva però rimanere confinata all'interno di tracce sparse, o peggio ancora rendersi materiale per avidi collezionisti.

Pubblicare una compilation e dare così una parvenza di ordine ad un catalogo già piuttosto nutrito? Era un'ipotesi, già altri colleghi stavano considerando l'opzione (Kerri Chandler in primis), ma Moore decide di spingersi ben oltre. Quasi a dar credito a chi aveva cominciato a definirlo come il Prince della house (non che il paragone, sotto molti aspetti, fosse peregrino) Romanthony chiama a raccolta il suo autore interiore ed escogita un progetto che si spinge ben oltre quanto la house aveva immaginato fino a quel momento.
“Romanworld”, come a mettere sin da subito i puntini sulle I, esce per la Azuli (etichetta indipendente inglese che aveva già distribuito suo materiale nel Regno Unito) ed è una manifestazione del Romanthony-pensiero impressa con una forza che ha dello sbalorditivo. Il produttore, l'esecutore, il compositore, tutti i lati di Moore si uniscono e si compattano a tirare fuori un prodotto che va ben oltre gli scopi di una classica raccolta, per elaborare invece materiale edito e non in un flusso concettuale diretto verso le profondità della Terra, accompagnati da una guida che fa di tutto per non volatilizzare il godimento al primo cambio di direzione. Se questa non è ambizione, poco altro potrebbe esibirla.

Un balzo di fede
This should be played at high volume. You might be missing some of the benefits that stereo can provide
È con queste due frasi che parte l'ascolto di “Romanworld”, e con esso gli oltre cento minuti di avventure comodamente distribuite in due cd (o quattro lati di vinile, se vogliamo). L'invito qui contenuto va preso alla lettera, questo è un album che deve uscire bello potente dalle casse, ha bisogno del volume per trasmettere al meglio i suoi segreti. E che, soprattutto, ha bisogno di essere ascoltato per intero, senza alcuna interruzione.
Troppa fatica? Peggio per voi, Romanthony non ha concepito stacchi da un brano all'altro, il suo viaggio va preso in maniera unitaria, ascoltato come una lunghissima suite prog senza skip di sorta. Paura? In tempo di playlist interminabili una formula del genere può parere un azzardo totale. Non che nel 1996 non lo fosse, ma questo è il mondo di Anthony Wayne Moore, e voi siete soltanto ospiti. Prendere o lasciare. Propendere per la seconda sarebbe solo un atto sconsiderato: poco importa che Romanthony testi la pazienza dell'ascoltatore casuale, che metta alla prova la fiducia anche dei suoi più accaniti estimatori. Mettetevi comodi e godetevi lo spettacolo, siete entrati nel mondo di Romanthony, e non c'è pulsante che possa riportarvi su.
Non c'è nel vero senso del termine: nell'omonimo brano d'apertura, l'incauto protagonista del concept preme il tasto di un ascensore destinato a trasportarlo nelle profondità della Terra, il cosiddetto Romanworld del titolo. Tutto qui? Ovviamente no, perché nel mentre la discesa prevede lunghi sermoni ai Romani e disquisizioni sulla percezione umana. Niente male, per un musicista che ha fatto scatenare per anni intere piste da ballo. E non finisce qui: non pago di questo lungo proemio parlato, a seguire Moore piazza una dissertazione chitarristica, linee che scollinano quasi nel jazz, frangenti a suo modo addirittura rock, a protrarsi per minuti, come se si fosse alle prese con un disco di Jimi Hendrix.

La house? C'è da attendere più di dieci minuti perché arrivi, e anche in questo caso parte quando Moore decide che è il caso di partire. Non si tratta di torturare l'ascoltatore, tutt'altro: quando l'introduzione di “Make This Love Right”, tutta brillantezza atmosferica e bassi pulsanti, cede il passo al beat, scoppia la bomba lungamente attesa. Tensione e rilascio, digressione e precisione: il mondo di Romanthony abbatte qui ogni convenzione associata fino ad allora al genere, innesta la sua voce a traccia già abbondantemente avviata, manda in loop sassofoni come se fossero i Masters At Work sotto acido, va e viene fuori dal portante ritmico principale, con una sensualità che si mantiene costante lungo tutto il brano.
Il producer sa come assestare i suoi colpi, ma non li concede prima di aver dato saggio di tutte le sue capacità. Prima di poter quindi apprezzare il mix originale di “Now You Want Me”, l'origine della carriera di Moore, “Now You Want Blues” è, come da titolo, pura emozione blues, Rhodes e chitarra ad accompagnare un canto conteso dal dolore e dal disprezzo. Non appena attacca la traccia sorella, il binomio trova perfetta giustificazione d'essere. Se mancava poi il versante più soulful, la partenza deep di “Come My Way” (forse il momento più vellutato del disco) cede il passo a una lenta coda r&b, alveo ottimale per una vocalità che si fa invito e seduzione, l'incrocio ottimale tra il succitato Prince e le En Vogue più viscerali.

Laddove il primo disco (l'edizione in vinile inverte l'ordine) opera con contrasti più marcati e un'emotività più profusa, il secondo è una vera e propria festa, giocata sì senza intermittenze esecutive ma gestita con una personalità che non teme paragoni. “Desire”, pulsazioni sotterranee e anima deep, monta con sottile persistenza, si regge su loop vocali che costruiscono l'ossessione del desiderio, in una costante crescita di spessore e intensità, come se l'assillo non conoscesse più tregua. “Testify” è la prosecuzione ancor più esuberante della chiusura di “Falling From Grace”, coralità pianistica che di suo pare quasi voler trasportare il gospel in arena, senza privarsi di lick chitarristici che ne accentuano il dato funky.
E proprio quest'ultimo diventa il protagonista di “Soul On Fire”, anello di gioia che si raccorda ai miti anni Settanta amati da Romanthony: in un certo senso rappresenta l'anticipazione di alcuni dei momenti più eccitanti mai prodotti da Bangalter e Homem-Christo (qualcuno ha detto “Crescendolls”?). Poco fa il minuto introduttivo di “Ministry Of Love” per mascherare il tripudio che scalpita per farsi ascoltare: con una simile gioia a sottolinearne le fattezze e il discorso di King a riassumerne la fierezza black, il brano potrebbe costituire il vero portabandiera dell'intero progetto, la presentazione più credibile di un universo che restituisce un profilo dinamico dell'intero ecosistema house. La chiusura definitiva, affidata a “In The Mix”, assume quasi i contorni di un ringraziamento, chiarifica l'inarrestabile passione di un musicista finalmente artefice del suo mondo, costruito su misura della sua insaziabile curiosità.

Futuri rivelati

Romanthony non ha mai concepito la propria musica nella direzione delle grandi masse, tanto da sabotare coscientemente la distribuzione dei propri album verso negozi che riteneva non lo avessero supportato in passato, o inviare mix dei propri brani del tutto sballati nei volumi per mettere alla prova la competenza di eventuali collaboratori. Anche in questa ricerca così ossessiva della massima elusività, un'epopea come “Romanworld” non poteva assolutamente passare inosservata. L'Europa sarà la prima ad accogliere le intuizioni dell'album e farle proprie, a scorgere le potenzialità concettuali, il pathos narrativo di un genere nato con ben altre finalità.
I Daft Punk poi faranno del loro “Discovery” quasi un atto d'amore nei confronti della musica di quello che è diventato un amico, persona di cui curare addirittura le ristampe di vecchi classici: la presenza nel singolo di lancio è solo l'attestazione finale di una stima che ha consentito alla voce di Anthony Moore di diventare tutt'uno con lo spirito del tempo. In epoca di blog-house, astrazioni di ogni sorta e deviazioni outsider, l'attitudine ricombinante del musicista diventerà una guida (più o meno) inconscia da seguire, il padrino che ha illustrato come mondi apparentemente inconciliabili possono complimentarsi senza grossi ostacoli.
Per quanto defilata sia stata la sua carriera, il suo universo personale era troppo ingombrante perché passasse inosservato. Non indugiate a cedere al suo richiamo, premete il pulsante e scendete giù, dritti verso le viscere della terra: i vostri piedi si muoveranno da soli.

(29/05/2022)

  • Tracklist
Cd1

  1. Romanworld
  2. Make This Love Right
  3. Now You Want Blues
  4. Now You Want Me
  5. Let Me Show You Love
  6. Come My Way

Cd2

  1. Desire
  2. Falling From Grace
  3. Testify
  4. Soul On Fire
  5. Ministry Of Love
  6. In The Mix