Decemberists

Her Majesty The Decemberists

2003 (Music For Nations) | folk-rock

La linea di una trincea, sperduta nella terra di nessuno di una devastazione senza nome, si stende fin dove lo sguardo è in grado di giungere. In attesa della battaglia, la commedia umana prosegue lungo la strada della propria grottesca e drammatica quotidianità. Più in alto, tra i rami spezzati degli alberi, sventolano brandelli di bandiere contro il pallore muto del cielo, portando nel vento i caratteri sanguigni di parole misteriose. E' la lingua dei Decemberists, come la dipinge la copertina del loro nuovo disco. Una lingua che sembra venire dalle pagine ingiallite di un romanzo ottocentesco, capace di raccontare storie ormai dimenticate.

Le suggestioni letterarie e il fascino per il passato rappresentano in effetti la personale cifra stilistica della band di Portland, guidata dalla penna raffinata e dalla voce nasale di Colin Meloy: uno che prima di dedicarsi alla musica ha accarezzato a lungo il sogno di diventare uno scrittore come la sorella Maile, ma che alla fine non ha saputo resistere al richiamo del palcoscenico, dando alle stampe nel 2002 l'album d'esordio dei Decemberists, "Castaways and cutouts".
Un nome che evoca sbiaditi ricordi scolastici, imprigionati tra le pagine di qualche libro di storia, dove si narrava di come un pugno di rivoluzionari russi di estrazione liberale si fosse sollevato a San Pietroburgo nel dicembre del 1825 contro il potere dello zar Nicola I… Con lo stesso misto di speranza e disillusione di una rivolta durata lo spazio di un giorno, la musica dei Decemberists si innalza tra le trame delle chitarre acustiche densa di un senso della melodia che affonda le proprie radici in un folk dal volto europeo, prima ancora che americano. La fisarmonica di Jenny Conlee dà un sapore rurale alle composizioni, l'organo e la steel guitar ne definiscono i contorni, mentre la presenza di un quartetto d'archi sottolinea i momenti di più accentuato lirismo, lasciando talvolta spazio all'inserimento dei fiati.

Colin Meloy ama citare tra i suoi modelli i Replacements, Robyn Hitchcock e gli Smiths, ma è più allo stile inconfondibile di Bright Eyes e Okkervil River che corre immediatamente il pensiero. Uno scricchiolio sinistro da vascello fantasma introduce il disco con "Shanty for the Arethusa", ispirata alla storia di una leggendaria fregata inglese dei tempi dell'ammiraglio Nelson, che trasporta il proprio immaginario marinaresco in una ballata di frontiera degna dei Calexico.
Così, senza soffermarsi troppo sul poco incisivo brit-pop di "Billy liar", è subito tempo di abbandonarsi al luccicante senso di decadenza di "Los Angeles, I'm yours". La voce di Colin Meloy si diverte ad andare in cerca della forza suggestiva di espressioni inusuali, come quando arriva a citare nientemeno che "Funiculì funiculà" in "Song for Myla Goldberg", dedicata a una scrittrice newyorchese e ai personaggi del suo romanzo "Bee Season".

Ed ecco prendere vita, brano dopo brano, il Ginnasta e lo Spazzacamino, lo Scapolo e la Sposa, il Soldato e l'Attore, figure archetipe che sembrano uscire dagli immaginari tarocchi dei Decemberists. L'ispirazione dei ragazzi di Portland, tuttavia, è più discontinua e meno vibrante di quella del precedente "Castaways and cutouts", anche se l'energia di "Song for Myla Goldberg" riesce a compensare la mancanza di un brano-guida della forza di "July, July!".
Più che la strizzata d'occhio al pubblico indie del finale rumorista di "I was meant for the stage", quindi, è la sincerità country della conclusiva "As I rise" a rappresentare la vera natura dei Decemberists. Vale allora la pena di aspettare una definitiva conferma del loro talento, magari fischiettando nell'attesa il loro improbabile "fanichiulì fanichiulà"…

(27/10/2006)

  • Tracklist

1. Shanty for the Arethusa
2. Billy liar
3. Los Angeles, I'm yours
4. The gymnast, high above the round
5. The bachelor and the bride
6. Song for Myla Goldberg
7. The soldiering life
8. Red right ankle
9. The chimbley sweep
10. I was meant for the stage
11. As I rise

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